Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39268 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 10/12/2021, (ud. 03/11/2021, dep. 10/12/2021), n.39268

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. CIRILLO Francesco M. – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – rel. Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 1784/2021 proposto da:

O.R., elettivamente domiciliato in ROMA, presso lo studio

dell’avv.to PATRIZIA AMATUCCI che, unitamente all’avvocato MAURO

BIANCO, lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

UNIPOLSAI ASSICURAZIONI S.P.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 2655/2020 della CORTE D’APPELLO DI ROMA,

depositata il 05/06/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 03/11/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MARCO

DELL’UTRI.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

con sentenza resa in data 5/6/2020 (n. 2655/2020), la Corte d’appello di Roma ha confermato la decisione con la quale il giudice di primo grado ha rigettato la domanda proposta da O.R. per la condanna della UnipolSai Assicurazioni s.p.a. al pagamento, in proprio favore, di un’indennità relativa a una polizza di assicurazione contro gli infortuni conclusa tra le parti;

a fondamento della decisione assunta, la corte territoriale ha evidenziato come il R. non avesse fornito alcuna prova in ordine all’effettiva copertura assicurativa del fatto dannoso denunciato, non avendo raggiunto la dimostrazione che l’evento lesivo dedotto in giudizio fosse dovuto all’incidenza di una “causa fortuita, violenta ed esterna”, in conformità a quanto previsto dalla polizza in ordine alla descrizione degli eventi infortunistici ricompresi nella copertura assicurativa;

avverso la sentenza d’appello, O.R. propone ricorso per cassazione sulla base di tre motivi d’impugnazione;

la UnipolSai Assicurazioni s.p.a. non ha svolto difese in questa sede;

a seguito della fissazione della camera di consiglio, la causa è stata trattenuta in decisione all’odierna adunanza camerale, sulla proposta di definizione del relatore emessa ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

Che:

con il primo motivo, il ricorrente si duole della nullità della sentenza impugnata (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4), per avere la corte territoriale omesso di rilevare la nullità della consulenza tecnica d’ufficio disposta ed espletata nel corso del giudizio e la conseguente nullità della sentenza emessa sulla base di detta consulenza;

il motivo è inammissibile;

osserva il Collegio come il ricorrente abbia prospettato il vizio in esame senza cogliere in modo specifico la ratio individuata dal giudice a quo a sostegno della decisione assunta;

sul punto, varrà richiamare il principio, consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, ai sensi del quale, il motivo d’impugnazione è rappresentato dall’enunciazione, secondo lo schema normativo con cui il mezzo è regolato dal legislatore, della o delle ragioni per le quali, secondo chi esercita il diritto d’impugnazione, la decisione è erronea, con la conseguenza che, siccome per denunciare un errore occorre identificarlo (e, quindi, fornirne la rappresentazione), l’esercizio del diritto d’impugnazione di una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo soltanto qualora i motivi con i quali è esplicato si concretino in una critica della decisione impugnata e, quindi, nell’esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata, le quali, per essere enunciate come tali, debbono concretamente considerare le ragioni che la sorreggono e da esse non possono prescindere, dovendosi, dunque, il motivo che non rispetti tale requisito, considerarsi nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo. In riferimento al ricorso per Cassazione tale nullità, risolvendosi nella proposizione di un “non motivo”, è espressamente sanzionata con l’inammissibilità ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4 (Sez. 3, Sentenza n. 359 del 11/01/2005, Rv. 579564 – 01);

nella specie, avendo la corte territoriale disatteso la domanda del R. sul presupposto della mancata dimostrazione, da parte dello stesso, della corrispondenza tra il fatto dannoso denunciato e le fattispecie contrattuali descritte nell’ambito dei fatti coperti da assicurazione, l’odierna censura del ricorrente, nel riproporre la questione della validità della c.t.u. (di per sé del tutto inidonea a fornire alcuna dimostrazione, neppure indiretta, delle modalità di verificazione della lesione, al di là della sua astratta compatibilità con quanto descritto dall’istante), dimostra di non essersi punto confrontato con la decisione impugnata, con la conseguente inammissibilità della censura per le specifiche ragioni in precedenza indicate;

con il secondo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 2697 e 1218 c.c., nonché degli artt. 1366 e 1370 c.c. (con riguardo all’art. 360 c.p.c., n.), per avere la corte territoriale erroneamente applicato i principi relativi alla distribuzione degli oneri probatori in materia di inadempimento contrattuale, non rilevando la sufficienza della sola produzione, da parte dell’assicurato, della polizza assicurativa, e la spettanza, a carico della controparte, dell’onere di dimostrare la mancata copertura del sinistro; e per avere interpretato il contratto di assicurazione in violazione dei principi di cui agli artt. 1366 e 1370 c.c. con riguardo al rispetto dei principi di buona fede e di tutela del contraente debole;

il motivo è manifestamente infondato;

osserva il Collegio come, secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, in tema di prova dell’inadempimento di un’obbligazione, il creditore che agisca per l’adempimento deve provare la fonte (negoziale o legale) del suo diritto, limitandosi poi ad allegare la circostanza dell’inadempimento della controparte, mentre al debitore convenuto spetta la prova del fatto estintivo dell’altrui pretesa, costituito dall’avvenuto adempimento (cfr., ex plurimis, Sez. 3, Sentenza n. 826 del 20/01/2015, Rv. 634361 – 01;

nei casi in cui il diritto di credito abbia ad oggetto il pagamento di un’indennità assicurativa, incombe sul creditore dell’indennità l’onere di fornire la prova della fonte del proprio diritto, ossia dell’avvenuta conclusione di un contratto di assicurazione e della successiva verificazione di un fatto (sia pure astrattamente) ricompreso tra gli eventi coperti da assicurazione;

nel caso di specie, insorta contestazione sull’effettiva riconducibilità del fatto dannoso denunciato dall’attore all’ambito degli eventi coperti da assicurazione, la corte territoriale ha espressamente rilevato come l’attore non avesse in alcun modo fornito la corrispondente dimostrazione, atteso che, a fronte della limitazione contrattuale della copertura assicurativa ai soli danni derivanti da “causa fortuita, violenta ed esterna”, il R. non fosse neppure riuscito a identificare in modo univoco le modalità di verificazione del fatto, finendo col rendersi manifestamente inadempiente all’onere della dimostrazione dello specifico fatto costitutivo della propria pretesa creditoria, pacificamente su di lui incombente, ai sensi dell’art. 2697 c.c.;

quanto alla censura concernente la pretesa violazione dei canoni di ermeneutica contrattuale di cui agli artt. 1366 e 1370 c.c., varrà preliminarmente rilevare come, secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimità, l’interpretazione degli atti negoziali debba ritenersi indefettibilmente riservata al giudice di merito ed è censurabile in sede di legittimità unicamente nei limiti consentiti dal testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, ovvero nei casi di violazione dei canoni di ermeneutica contrattuale, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3;

in tale ultimo caso, peraltro, la violazione denunciata chiede d’essere necessariamente dedotta con la specifica indicazione, nel ricorso per cassazione, del modo in cui il ragionamento del giudice di merito si sia discostato dai suddetti canoni, traducendosi altrimenti, la ricostruzione del contenuto della volontà delle parti, in una mera proposta reinterpretativa in dissenso rispetto all’interpretazione censurata; operazione, come tale, inammissibile in sede di legittimità (cfr. Sez. 3, Sentenza n. 17427 del 18/11/2003, Rv. 568253);

nel caso di specie, l’odierno ricorrente si è limitato ad affermare, in modo inammissibilmente apodittico, la violazione dei canoni interpretativi della buona fede (art. 1366 c.c.) e del principio di interpretazione contro il predisponente in caso di dubbio ermeneutico (art. 1370 c.c.), orientando l’argomentazione critica rivolta nei confronti dell’interpretazione della corte territoriale, non già attraverso la denuncia della rilevabilità ictu oculi di un’interpretazione contraria a buona fede della polizza assicurativa, o di un obiettivo carattere dubbio della clausola descrittiva degli eventi oggetto di copertura assicurativa (quale premessa indispensabile ai fini dell’applicazione dell’art. 1370 c.c.), bensì attraverso l’indicazione degli aspetti della ritenuta non condivisibilità della lettura interpretativa criticata, rispetto a quella ritenuta preferibile, in tal modo travalicando i limiti propri del vizio della violazione di legge (ex art. 360 c.p.c., n. 3) attraverso la sollecitazione della corte di legittimità alla rinnovazione di una non consentita valutazione di merito;

sul punto, è appena il caso di rilevare come la corte territoriale abbia proceduto alla lettura e all’interpretazione delle dichiarazioni negoziali in esame nel pieno rispetto dei canoni di ermeneutica fissati dal legislatore, non ricorrendo ad alcuna lettura contraria ai canoni della buona fede, per tale via giungendo alla ricognizione di un contenuto negoziale sufficientemente congruo, rispetto al testo interpretato, e del tutto scevro da residue incertezze, come tale inidoneo a giustificare alcun ricorso al canone dell’interpretazione contro il disponente, che l’art. 1370 c.c. riserva ai soli casi di dubbio interpretativo persistente, sì da sfuggire integralmente alle odierne censure avanzate dalla ricorrente in questa sede di legittimità;

con il terzo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per essersi la corte territoriale limitata a dettare una motivazione meramente apparente a sostegno della decisione assunta, ricorrendo a forme argomentative di per sé insufficienti, e comunque inidonee, a giustificare il rigetto della pretesa creditoria avanzata dall’odierno ricorrente;

il motivo è manifestamente infondato;

al riguardo, osserva il Collegio come, ai sensi dell’art. 132 c.p.c., n. 4, il difetto del requisito della motivazione si configuri, alternativamente, nel caso in cui la stessa manchi integralmente come parte del documento/sentenza (nel senso che alla premessa dell’oggetto del decidere, siccome risultante dallo svolgimento processuale, segua l’enunciazione della decisione senza alcuna argomentazione), ovvero nei casi in cui la motivazione, pur formalmente comparendo come parte del documento, risulti articolata in termini talmente contraddittori o incongrui da non consentire in nessun modo di individuarla, ossia di riconoscerla alla stregua della corrispondente giustificazione del decisum;

infatti, secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, la mancanza di motivazione, quale causa di nullità della sentenza, va apprezzata, tanto nei casi di sua radicale carenza, quanto nelle evenienze in cui la stessa si dipani in forme del tutto inidonee a rivelare la ratio decidendi posta a fondamento dell’atto, poiché intessuta di argomentazioni fra loro logicamente inconciliabili, perplesse od obiettivamente incomprensibili;

in ogni caso, si richiede che tali vizi emergano dal testo del provvedimento, restando esclusa la rilevanza di un’eventuale verifica condotta sulla sufficienza della motivazione medesima rispetto ai contenuti delle risultanze probatorie (ex plurimis, Sez. 3, Sentenza n. 20112 del 18/09/2009, Rv. 609353 – 01);

ciò posto, nel caso di specie, è appena il caso di rilevare come la motivazione dettata dalla corte territoriale a fondamento della decisione impugnata sia, non solo esistente, bensì anche articolata in modo tale da permettere di ricostruirne e comprenderne agevolmente il percorso logico, avendo la corte d’appello dato conto, in termini lineari e logicamente coerenti, dei contenuti ascrivibili alle fonti di prova esaminate e del grado della relativa attendibilità sulla base di criteri interpretativi e valutativi dotati di piena ragionevolezza e congruità logica;

l’iter argomentativo compendiato dal giudice a quo sulla base di tali premesse è pertanto valso a integrare gli estremi di un discorso giustificativo logicamente lineare e comprensibile, elaborato nel pieno rispetto dei canoni di correttezza giuridica e di congruità logica, come tale del tutto idoneo a sottrarsi alle censure in questa sede illustrate dal ricorrente;

sulla base di tali premesse, rilevata la complessiva manifesta infondatezza delle censure esaminate, dev’essere pronunciato il rigetto del ricorso;

non vi è luogo per l’adozione di alcuna statuizione in ordine alla regolazione delle spese del presente giudizio di legittimità, non avendo la società intimata svolto difese in questa sede;

dev’essere, viceversa, attestata la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater.

PQM

Rigetta il ricorso.

Dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione Civile – 3, della Corte Suprema di Cassazione, il 3 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

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