Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39263 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 10/12/2021, (ud. 14/09/2021, dep. 10/12/2021), n.39263

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

Dott. GIAIME GUIZZI Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27892-2020 proposto da:

ASSOSERVIZI – SOCIETA’ A SUPPORTO DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE SRL,

in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA TRIONFALE 5637, presso lo studio

dell’Avvocato FERDINANDO D’AMARIO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

AXA ASSICURAZIONE SPA, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA C. MONTEVERDI 16,

presso lo studio dell’Avvocato GIUSEPPE CONSOLO, che la rappresenta

e difende;

– controricorrente –

contro

Z.D., B.R.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 303/2020 della CORTE D’APPELLO de L’AQUILA,

depositata il 19/02/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. STEFANO

GIAIME GUIZZI.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

– che la società Assoservizi-Società a Supporto della Pubblica Amministrazione S.r.l. (d’ora in poi, “Assoservizi”) ricorre, sulla base di cinque motivi, per la cassazione della sentenza n. 303/20, del 19 febbraio 2020, della Corte di Appello de L’Aquila, che – respingendone il gravame avverso la sentenza n. 461/15, del 13 maggio 2015, Tribunale de L’Aquila – ha confermato il rigetto della domanda risarcitoria proposta da Assoservizi contro Z.D., B.R. e la società Axa Assicurazioni S.p.a., domanda finalizzata al ristoro di danni ulteriori, oltre quelli subiti dalle proprie apparecchiature (in relazione ai quali Axa Assicurazioni aveva già corrisposto, prima del giudizio, l’importo di Euro 22.000,00), anch’essi derivati dal sinistro stradale verificatosi il 16 ottobre del 2009;

– che, in punto di fatto, l’odierna ricorrente riferisce di aver adito il Tribunale aquilano per vedersi risarcire pure i danni scaturiti dalla interruzione, per nove giorni, della propria attività societaria, “sub specie” di corresponsioni comunque effettuate in favore dei propri dipendenti e collaboratori, di pagamento del canone di locazione dell’immobile e di perdita/riduzione del reddito da inattività societaria;

– che costituitasi la sola Axa Assicurazioni, rimanendo invece contumaci lo Z. e il B. (rispettivamente, conducente e proprietario del veicolo schiantatosi contro la cabina elettrica posta a servizio dell’immobile della società attrice, tanto da determinare uno sbalzo di corrente che danneggiava le apparecchiature informatiche della stessa, rendendole inutilizzabili per nove giorni), il giudice di prime cure rigettava la domanda, ritenendo che l’attore non avesse assolto l’onere probatorio su di esso gravante in merito alla sussistenza del danno;

– che esperito gravame dall’attrice soccombente, il giudice di appello lo rigettava;

– che avverso la sentenza della Corte abruzzese ricorre per cassazione Assoservizi, sulla base di cinque motivi;

– che il primo motivo denuncia “violazione del principio di rispondenza tra chiesto e pronunciato ex art. 112 c.p.c. in punto spese sostenute in assenza della controprestazione sinallagmatica”;

– che la ricorrente si duole del fatto che, con il proprio atto di gravame, essa aveva posto la questione relativa all’avvenuta corresponsione, nel periodo dei nove giorni di inattività, di esborsi in favore dei propri dipendenti e del locatore dell’immobile non correlati “al corrispettivo sinallagmatico per la società”, ponendosi, dunque, gli stessi come “spesa inutiliter effettuata”;

– che, pertanto, nella motivazione della Corte territoriale non vi sarebbe “l’analisi e valutazione della questione posta”, giacché la sentenza ha escluso che tali esborsi costituissero “in senso proprio un danno” sul duplice rilievo che si trattava di “spese che la società avrebbe comunque sostenuto in ogni caso” e che il loro ristoro costituirebbe “un arricchimento per il danneggiato”, ignorando la circostanza che “il fatto illecito ha causato un esborso senza ricezione di debita sinallagmatica prestazione”;

– che il secondo motivo denuncia “nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4) in relazione all’art. 132 c.p.c., n. 4) per apparente motivazione in ordine alla denegazione degli elementi probatori acquisiti in atti”;

– che la censura si appunta, in questo caso, su quel passaggio della motivazione della sentenza impugnata nel quale si afferma non essere “provato e prima ancora allegato dalla società appellante, che ne era onerata, la circostanza che per poter svolgere gli incombenti rimasti inevasi durante il periodo di inattività, essa ha dovuto sostenere spese per straordinari che diversamente non avrebbe richiesto ai propri dipendenti e quindi sostenuto economicamente”;

– che, secondo la ricorrente, sussisterebbe il vizio di motivazione apparente, “in ragione dell’assoluta irrilevanza, in rapporto alle addotte causae petendi” (ovvero, nuovamente, l’erogazione di esborsi in assenza di sinallagmaticità) “della prestazione di straordinari “lavori””, sicché la Corte territoriale non avrebbe giudicato “iuxta alligata et probata”, ma “reso una decisione avulsa dalle evidenze istruttorie e riconducibili alla percezione di fatti estranei soggettivamente valutati”;

– che il terzo motivo denuncia “nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4) in relazione all’art. 132 c.p.c., n. 4) per apparente motivazione in punto di ritenuta insussistenza di elementi di prova, fatta derivare dalla considerazione che il reddito 2009 ed il valore della produzione 2009 sono risultati superiori a quelli del 2008”;

– che la censura, in questo caso, investe l’affermazione della Corte che ha escluso che il “mancato utilizzo dei lavoratori e degli strumenti di lavoro (ivi compresi i locali in cui viene svolta l’attività)” potesse essere considerato anche solo “al fine di valutare l’eventuale pregiudizio economico” patito sotto forma di “riduzione del reddito conseguito nel periodo di riferimento”, e ciò in quanto il bilancio societario prodotto dall’appellante “non registra per il 2009, anno in cui si è verificato il sinistro stradale, una riduzione di reddito della società rispetto al precedente anno 2008”, evidenziando, anzi, “che il totale dei ricavi, delle vendite e delle prestazioni è stato addirittura superiore”;

– che tale motivazione si paleserebbe apparente, “in quanto fondata su un presupposto di “inalterabilità” della produzione aziendale, fatta derivare da una assunta (ma certamente non veritiera) immutabilità dei fattori della produzione in due diverse annualità”, mentre è “di palese notorietà” che “lo scostamento di reddito e di ricavi tra due annualità è determinato da una pluralità di fattori non determinabili”, ragion per cui essa Assoservizi aveva “insistentemente richiesto la valutazione “equitativa””;

– che il quarto motivo “denuncia violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3), degli artt. 2043, 2054 e 2056 c.c.” in relazione agli artt. 1223 e 1226 c.c. e all’art. 113 c.p.c., “per illegittima ritenuta carenza probatoria”;

– che secondo la ricorrente la sentenza impugnata, nella sostanza, “risolve positivamente il problema dell’an”, ma poi “sul diverso problema della quantificazione del risarcimento” violerebbe “i principi normativi di ricostruzione (anche ideale) e di estimazione del danno”, nel senso che essa avrebbe “ritenuto la sussistenza” sia del danno evento che del danno conseguenza, salvo, però, ravvisare – in violazione delle norme suddette – “la sussistenza di una carenza probatoria, adducendo una duplice ed erronea motivazione in punto di danno emergente e di lucro cessante”;

– in particolare, secondo Assoservizi, nel caso all’esame di questa Corte, “sussiste la prova dell’esistenza del fatto lesivo, della natura colposa della condotta del danneggiante, della origine extracontrattuale, della causalità economica afferente alla relazione fra la condotta commissiva e le conseguenze negative ad essa attribuibili” (e ciò perché, dal punto di vista dell’economia, la mancanza di attività aziendale “e’ di per sé” un danno, giacché “causa sempre una perdita di valore dell’azienda colpita”), tuttavia “restando negativa la risposta se il soggetto colpito avrebbe egualmente subito il danno se l’illecito extracontrattuale non fosse avvenuto”;

– che, pertanto, se “complessa (o forse impossibile) era l’analisi di una lesione che valutasse lo scenario economico virtuale”, risultava, allora, “necessario per il giudice del merito procedere ad una valutazione delle doglianze con l’applicazione della norma di diritto appropriata alla fattispecie ed individuabile nell’art. 1226 c.c.”;

– che il quinto motivo denuncia “nullità ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 per violazione e/o falsa applicazione delle norme in tema di liquidazione delle spese giudiziali di cui agli artt. 91 e 92 c.p.c.”, censurando la sentenza impugnata perché erronea, o quantomeno omissiva, nella valutazione del principio della soccombenza, visto che la Corte territoriale ha rigettato, “con ampia motivazione”, l’eccezione dell’appellata in ordine sia all’inammissibilità del gravame, che all’insussistenza del nesso causale tra il sinistro e il danno conseguente;

– che Axa Assicurazioni ha resistito, con controricorso, alla proposta impugnazione, chiedendo che essa sia dichiarata inammissibile o comunque rigettata;

– che sono rimasti solo intimati lo Z. e il B.;

– che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio per il 14 settembre 2021;

– che la ricorrente ha presentato memoria, insistendo nelle proprie argomentazioni.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

– che il ricorso va rigettato, sebbene per ragioni in parte diverse da quelle indicate nella proposta del consigliere relatore;

– che il primo motivo – con cui è dedotta “violazione del principio di rispondenza tra chiesto e pronunciato ex art. 112 c.p.c. in punto spese sostenute in assenza della controprestazione sinallagmatica”, lamentando la ricorrente l’assenza, da parte del giudice di appello, di “analisi e valutazione della questione posta”, ovvero, l’essere state tanto le retribuzioni erogate ai dipendenti, quanto il canone di locazione corrisposto al locatore, privi di “debita sinallagmatica prestazione” (o meglio, controprestazione), costituendo, così, una “spesa inutiliter effettuata” – non è fondato;

– che, sul punto, deve premettersi quanto ripetutamente affermato di questa Corte in relazione al principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, ovvero che il “potere-dovere del giudice di inquadrare nella esatta disciplina giuridica i fatti e gli atti che formano oggetto della contestazione incontra il limite del rispetto del “petitum” e della “causa petendi”, sostanziandosi nel divieto di introduzione di nuovi elementi di fatto nel tema controverso, sicché il vizio di “ultra” o “extra” petizione ricorre quando il giudice di merito, alterando gli elementi obiettivi dell’azione (“petitum” o “causa petendi”), emetta un provvedimento diverso da quello richiesto (“petitum” immediato), oppure attribuisca o neghi un bene della vita diverso da quello conteso (“petitum” mediato), così pronunciando oltre i limiti delle pretese o delle eccezioni fatte valere dai contraddittori” (da ultimo, Cass. Sez. 2, sent. 21 marzo 2019, n. 8048, Rv. 653291-01; nello stesso senso Cass. Sez. 1, sent. 11 aprile 2018, n. 9002, Rv. 648147-01; Cass. Sez. 3, sent. 24 settembre 2015, n. 18868, Rv. 636968-01; Cass. Sez. Lav., sent. 11 gennaio 2011, n. 455, Rv. 616369-01 e Cass. Sez. 2, sent. 16 luglio 1997, n. 6476, Rv. 506027-01);

– che dunque, astrattamente, la violazione dell’art. 112 c.p.c. potrebbe sussistere anche quando il giudice “neghi un bene della vita diverso da quello conteso” (che è quanto lamenta l’odierna ricorrente), fermo restando, però, che tale vizio comunque “non ricorre quando il giudice di merito nell’esercizio del suo potere di interpretare l’atto di citazione dia alla domanda una qualificazione giuridica diversa”, che risulti “”prima facie” attribuibile in base al tenore di alcune espressioni adoperate nell’atto introduttivo del processo” (così Cass. Sez. 2, sent. n. 4676 del 1997, cit.), e cioè “renda la pronuncia richiesta in base ad una autonoma qualificazione giuridica dei fatti allegati, ad argomentazioni giuridiche diverse e a diversa valutazione delle prove, essendo il giudice libero di individuare l’esatta natura dell’azione, di porre alla base della pronuncia considerazioni di diritto diverse, di rilevare – indipendentemente dalla iniziativa della controparte – la mancanza degli elementi che caratterizzano l’efficacia costitutiva o estintiva di una pretesa della parte, attenendo ciò all’esatta applicazione della legge,’ (così Cass. Sez. Lav., sent. 1 settembre 2003, n. 12750, Rv. 566440-01);

– che, tuttavia, l’analisi che questa Corte è chiamata qui a compiere – atteso che, sebbene l’interpretazione del contenuto della domanda sia attività riservata al giudice di merito, essa resta sindacabile in sede di legittimità, “qualora comporti un vizio del ragionamento logico decisorio, eventualità in cui, se la inesatta rilevazione del contenuto della domanda determina un vizio attinente alla individuazione del “petitum, potrà aversi una violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato” (da ultimo, Cass. Sez. 3, ord. 10 giugno 2020, n. 11103, Rv. 658078-01) – si arresta ben prima della verifica della “plausibilità” dell’interpretazione, o meglio della qualificazione giuridica, che la sentenza impugnata ha dato della domanda risarcitoria dell’allora attrice/appellante;

– che, difatti, neppure può dirsi che la Corte aquilana, nel caso di specie, abbia dato della domanda di risarcimento del danno emergente da temporanea inattività societaria (prospettato sotto forma di esborsi “inutiliter” effettuati, per retribuzione dei dipendenti e canoni di locazione, per “assenza di sinallagmaticità”) una “qualificazione giuridica diversa” da quella prospettata da Assoservizi;

– che ciò è reso evidente dal fatto che il giudice di appello, nel rigettare tale specifica domanda risarcitoria, non si è limitato ad affermare che quegli esborsi costituivano “spese che la società avrebbe comunque sostenuto”, ma ha anche precisato che il fatto illecito, di cui Assoservizi era stata vittima, non potesse costituire, per la medesima, una “occasione” di lucro;

– che ciò dimostra, dunque, come la Corte territoriale avesse perfettamente inteso che lo scopo della richiesta risarcitoria era proprio quello di “traslare”, sugli autori dell’illecito aquiliano, le conseguenze del difetto di “sinallagmaticità” delle prestazioni comunque rese in favore dei dipendenti e del locatore, pretesa ritenuta non fondata sul rilievo – la cui correttezza non occorre qui valutare, in assenza di specifica doglianza della ricorrente, la quale lamenta, per vero, solo il fatto che la Corte territoriale avrebbe fatto mancare “l’analisi e valutazione della questione posta” – che, a quel punto, il sinallagma si sarebbe alterato proprio in favore di Assoservizi, traendo essa dall’illecito un’occasione di lucro, in relazione a quei rapporti contrattuali;

– che il secondo motivo – con cui si denuncia nullità della sentenza “per apparente motivazione in ordine alla denegazione degli elementi probatori acquisiti in atti”, ovvero, con cui si lamenta che il giudice di appello non avrebbe deciso sulla domanda risarcitoria “iuxta alligata et probata”, avendo valutato una possibile voce di danno (quella costituita da eventuali esborsi ai dipendenti per prestazioni lavorative straordinarie, resesi necessarie alla ripresa dell’attività sospesa) estranea, invece, alla dedotta “causa petendi” – è inammissibile;

– che, per vero, se “l’obbligo di risarcimento del danno da fatto illecito contrattuale o extracontrattuale ha per oggetto l’integrale reintegrazione del patrimonio del danneggiato” (così, in motivazione, da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 15 giugno 2016, n. 12284, Rv. 640375-01, ma nello stesso, tra le molte, Cass. Sez. 2, sent. 15 novembre 2013, n. 25775, Rv. 628360-01), il giudice di merito ben poteva – a fronte di una domanda che sollecitava il ristoro del danno (emergente) da temporanea inattività della società anche in relazione agli esborsi effettuati in favore dei dipendenti – interrogarsi su tale aspetto, proprio al fine di evitare “vuoti risarcitori”, fermo restando, poi, che se tale domanda fosse stata effettivamente estranea alla “causa petendi”, del suo accoglimento avrebbero avuto titolo a dolersi i soli convenuti, mentre del suo rigetto non ha interesse a farlo, evidentemente, la già attrice/appellante;

– che il terzo motivo – con cui si denuncia, nuovamente, nullità della sentenza per apparente motivazione, ma questa volta “in punto di ritenuta insussistenza di elementi di prova” del danno “da riduzione del reddito” (insussistenza “fatta derivare dalla considerazione che il reddito 2009 ed il valore della produzione 2009 sono risultati superiori a quelli del 2008”) – è nuovamente inammissibile;

– che, sul punto, va preliminarmente rammentato come, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) – nel testo “novellato” dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134 (testo applicabile “ratione temporis” al presente giudizio) – il sindacato di questa Corte sia destinato ad investire la parte motiva della sentenza, ormai, solo entro il “minimo costituzionale” (cfr. Cass. Sez. Un., sent. 7 aprile 2014, n. 8053, Rv. 629830-01, nonché, “ex multis”, Cass. Sez. 3, ord. 20 novembre 2015, n. 23828, Rv. 637781-01; Cass. Sez. 3, sent. 5 luglio 2017, n. 16502, Rv. 637781-01; Cass. Sez. 1, ord. 30 giugno 2020, n. 13248, Rv. 658088-01);

– che il difetto di motivazione, dunque, sussiste solo nel caso in cui la parte moriva della sentenza risulti “meramente apparente”, evenienza configurabile, oltre che nell’ipotesi di “carenza grafica” della stessa, quando essa, “benché graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perché recante argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento” (Cass. Sez. Un., sent. 3 novembre 2016, n. 22232, Rv. 641526-01, nonché, più di recente, Cass. Sez. 6-5, ord. 23 maggio 2019, n. 13977, Rv. 654145-0), o perché affetta da “irriducibile contraddittorietà” (cfr. Cass. Sez. 3, sent. 12 ottobre 2017, n. 23940, Rv. 645828-01; Cass. Sez. 6-3, ord. 25 settembre 2018, n. 22598, Rv. 650880-01), ovvero connotata da “affermazioni inconciliabili” (da ultimo, Cass. Sez. 6-I,av., ord. 25 giugno 2018, n. 16111, Rv. 649628-01), mentre “resta irrilevante il semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Cass. Sez. 2, ord. 13 agosto 2018, n. 20721, Rv. 65001801), ferma in ogni caso restando, poi, la necessità che il vizio “emerga immediatamente e direttamente dal testo della sentenza impugnata” (Cass. Sez. Un., sent. n. 8053 del 2014, cit.), vale a dire “prescindendo dal confronto con le risultanze processuali” (così, tra le molte, Cass. Sez. 1, ord. 20 giugno 2018, n. 20955, non massimata);

– che, nel caso in esame, la sentenza impugnata – nel motivare le ragioni in base alle quali ha escluso essere “stata acquisita adeguata prova, anche in termini probabilistici” del danno conseguente al “mancato utilizzo dei lavoratori e degli strumenti di lavoro (ivi compresi i locali in cui viene svolta l’attività)” per i nove giorni di durata della sospensione dell’erogazione dell’energia elettrica, e ciò in quanto il bilancio societario prodotto dall’appellante “non registra per il 2009, anno in cui si è verificato il sinistro stradale, una riduzione di reddito della società rispetto al precedente anno 2008”, evidenziando, anzi, “che il totale dei ricavi, delle vendite e delle prestazioni è stato addirittura superiore” – si colloca ben al di sopra del “minimo costituzionale”;

– che, difatti, essa non evidenzia alcuno di quei profili di “irriducibile contraddittorietà” o di “inconciliabilità di affermazioni” tali da rendere imperscrutabile il percorso argomentativo del giudice di merito, alla stregua dell’interpretazione che questa Corte ha attribuito alla (residua) ipotesi di vizio motivazionale da essa utilmente scrutinabile;

– che il quarto motivo – con cui si denuncia la violazione degli artt. 2043,2054 e 2056 c.c., in relazione agli artt. 1223 e 1226 c.c. e all’art. 113 c.p.c., e ciò “per illegittima ritenuta carenza probatoria”, in quanto il giudice di appello, dopo aver risolto “positivamente il problema dell’an”, avrebbe invece violato, in relazione al “diverso problema della quantificazione del risarcimento”, quelli che sono “i principi normativi di ricostruzione (anche ideale) e di estimazione del danno”, in particolare non ricorrendo alla liquidazione equitativa dello stesso – è anch’esso inammissibile;

– che, al riguardo, deve osservarsi come non risponda al contenuto della sentenza impugnata il rilievo della ricorrente secondo cui la Corte abruzzese avrebbe “ritenuto la sussistenza” anche del “danno conseguenza” (così “risolvendo positivamente il problema dell’an”), giacché essa, per contro, ha affermato che “gli esborsi relativi alle remunerazioni in favore di dipendenti e collaboratori della società”, come “quelli relativi al canone di affitto dell’immobile” non costituissero “in senso proprio un danno per la società appellante quale conseguenza immediata e diretta dell’evento lesivo”, escludendo, altresì, che fosse “stata acquisita adeguata prova anche in termini probabilistici” del danno “da riduzione di reddito conseguito nel periodo di riferimento” (ovvero, l’anno 2009 al quale risale il sinistro);

– che, pertanto, la ricorrente non ha titolo per dolersi di alcuna violazione dei “principi normativi di ricostruzione (anche ideale) e di estimazione del danno” in relazione al “problema della quantificazione del risarcimento”, in relazione al quale sarebbe stato – a suo dire -“necessario per il giudice procedere ad una valutazione delle doglianze con l’applicazione della norma di diritto appropriata alla fattispecie ed individuabile nell’art. 1226 c.c.”;

– che, difatti, “l’esercizio del potere discrezionale di liquidare il danno in via equitativa, conferito al giudice dagli artt. 1226 e 2056 c.c., espressione del più generale potere di cui all’art. 115 c.p.c., dà luogo non già ad un giudizio di equità, ma ad un giudizio di diritto caratterizzato dalla cosiddetta equità giudiziale correttiva od integrativa; esso, pertanto, da un lato è subordinato alla condizione che per la parte interessata risulti obiettivamente impossibile, o particolarmente difficile, provare il danno nel suo ammontare, e dall’altro non ricomprende l’accertamento del pregiudizio della cui liquidazione si tratta, presupponendo già assolto l’onere della parte di dimostrare la sussistenza e l’entità materiale del danno” (da ultimo, Cass. Sez. 2, sent. 22 febbraio 2018, n. 4310, Rv. 647811-01; in senso conforme Cass. Sez. 3, sent. 30 luglio 2020, n. 16344, Rv. 658986-01), onere che la sentenza ha ritenuto, invece, non soddisfatto da Assoservizi, donde, nuovamente, l’inammissibilità della censura da essa formulata;

– che, infine, il quinto motivo di ricorso – con il quale la ricorrente lamenta che il giudice di appello avrebbe disatteso il principio della compensazione delle spese di lite in caso di reciproca soccombenza, quantunque tale fosse l’ipotesi di specie, avendo la Corte territoriale rigettato, “con ampia motivazione”, l’eccezione dell’appellata in ordine sia all’inammissibilità del gravame, che all’insussistenza del nesso causale tra il sinistro e il danno conseguente – non è fondato;

– che, invero, “il concetto di soccombenza reciproca, che consente la compensazione tra le parti delle spese processuali (art. 92 c.p.c., comma 2), sottende una pluralità di pretese contrapposte, rigettate dal giudice a svantaggio di entrambi gli istanti” (Cass. Sez. 1, sent. 26 maggio 2006, n. 12629, Rv. 590079-01), e, dunque, l’esistenza di “una pluralità di domande contrapposte, accolte o rigettate e che siano state cumulate nel medesimo processo fra le stesse parti” (da ultimo, tra le tante, Cass. Sez. 3, ord. 22 agosto 2018, n. 20888, Rv. 650435-01), restandovi, dunque, estranea la reiezione di eccezioni – di rito o di merito – sollevate dalla parte nei cui confronti la domanda sia stata posta e poi risultata, come nella specie, totalmente vittoriosa all’esito del giudizio (Cass. Sez. 6-2, ord. 2 settembre 2014, n. 18503, Rv. 632108-01; Cass. Sez. 3, sent. 5 aprile 2003, n. 5373, Rv. 56192601);

– che, in ogni caso, resta fermo il principio secondo cui, in materia di compensazione delle spese, “il sindacato della Corte di cassazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le stesse non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa” (da ultimo, Cass. Sez. 5, ord. 17 aprile 2019, n. 10685, Rv. 653541-01), “per cui vi esula, rientrando nel potere discrezionale del giudice di merito, la valutazione dell’opportunità di compensarle in tutto o in parte, sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca che in quella di concorso di altri giusti motivi” (da ultimo, Cass. Sez. 6-3, ord. 17 ottobre 2017, n. 24502, Rv. 646335-01; nello stesso senso anche Cass. Sez. 1, ord. 4 agosto 2017, n. 19613, Rv. 645187-01), giusti motivi “la cui insussistenza il giudice del merito non è tenuto a motivare” (Cass. Sez. 6-3, ord. 26 novembre 2020, n. 26912, Rv. 659925-01);

– che il ricorso, pertanto, va rigettato;

– che le spese del presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo;

– che in ragione del rigetto del ricorso, va dato atto – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 – della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, se dovuto secondo accertamento spettante all’amministrazione giudiziaria (Cass. Sez. Un., sent. 20 febbraio 2020, n. 4315, Rv. 657198-01), dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso, condannando la società Assoservizi-Società a Supporto della Pubblica Amministrazione S.r.l. a rifondere, alla società Axa Assicurazioni S.p.a., le spese del presente giudizio, che liquida nell’importo di Euro 4.000,00, oltre 200,00 per esborsi, nonché 15% per spese generali più accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, se dovuto, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

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