Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39260 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 10/12/2021, (ud. 14/09/2021, dep. 10/12/2021), n.39260

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

Dott. GIAIME GUIZZI Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23702-2020 proposto da:

BNP PARIBAS LEASE GROUP SPA, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ALESSANDRO MALLADRA

31, presso lo studio dell’Avvocato GIOVANNI IARIA, rappresentata e

difesa dall’Avvocato NICOLA SCULCO;

– ricorrente –

contro

Z.F., Z.L., L.E., quali eredi

di Z.V., elettivamente domiciliate in ROMA, PIAZZA ADRIANA

5, presso lo studio dell’Avvocato LUIGI OCCHIUTO, rappresentate e

difese dall’Avvocato MAURO GADALETA;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1024/2020 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 16/06/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. STEFANO

GIAIME GUIZZI.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

– che la società BNP Paribas Lease Group S.p.a. (d’ora in poi, “BNP”) ricorre, sulla base di un solo motivo” per la cassazione della sentenza n. 1024/20, del 16 giugno 2020, della Corte di Appello di Bari, che – accogliendo il gravame esperito da Z.V. avverso la sentenza n. 2556/15, del 3 giugno 2015, del Tribunale di Bari – l’ha condannata a corrispondere allo Z. la somma di 68.856,00, oltre interessi ai sensi del D.Lgs. 9 ottobre 2002, n. 231, per la fornitura di materiali e l’esecuzione di lavori edili commissionatigli dalla società F.R.E.A. S.r.l., utilizzatrice di un bene concessole in leasing dalla predetta BNP (o meglio, dalla società Locafit, alla quale l’odierna ricorrente è poi subentrata in virtù di fusione societaria);

– che, in punto di fatto, l’odierna ricorrente riferisce di essere stata convenuta in giudizio da Z.V., il quale – nella veste di titolare dell’omonima ditta individuale – agiva per conseguire il saldo di lavori sull’immobile di proprietà di BNP” commissionatigli con contratto del 24 giugno 2009 da altra società (F.R.E.A., poi dichiarata fallita), utilizzatrice del bene in forza di contratto di leasing concluso con Locafit in data 11 giugno 2007;

– che la ricorrente ribadisce che Locafit, acquistato un terreno che il Consorzio per l’Area di Sviluppo Industriale di Bari (con deliberazione n. 203 del 12 marzo 2004 e successiva ratifica n. 26 del 36 gennaio 2005) aveva assegnato a F.R.E.A., conferiva mandato senza rappresentanza alla società utilizzatrice affinché compisse tutto quanto necessario alla realizzazione su di esso di un immobile – un capannone industriale – da concedersi alla stessa, dopo la sua edificazione, in locazione finanziaria;

– che il contratto di commissione/appalto dei lavori, intervenuto tra e lo Z., veniva concluso esattamente due anni dopo la stipula del contratto di acquisto del terreno e del contratto di finanziamento della edificazione del capannone industriale che, una volta completato, sarebbe stato oggetto di leasing da parte di F.R.E.A.;

– che lo Z., nel corso dei due gradi di giudizio di merito, non ha né affermato né dimostrato di aver ricevuto da BNP alcuno degli acconti che hanno decurtato l’importo fatturato di Euro 146.856,00 alla residua somma di Euro 68.856,00, oggetto del presente giudizio;

– che secondo quanto riferito dal curatore del fallimento F.R.E.A., lo Z., in data 29 settembre 2010, conseguiva decreto ingiuntivo -non opposto dalla società debitrice – per il pagamento di tale residuo importo, credito ammesso al passivo della procedura fallimentare con il privilegio degli artigiani ex art. 2751-bis c.c., comma 1, n. 5);

– che tanto premesso in fatto, la ricorrente riferisce che il Tribunale di Bari, sul presupposto che unica committente dei lavori svolti dallo Z. dovesse ritenersi la società F.R.E.A. utilizzatrice del bene, rigettava la domanda dallo stesso proposta;

– che esperito gravame dall’attore soccombente, il giudice di appello lo accoglieva, ravvisando l’esistenza di un collegamento negoziale, di natura funzionale, tra il contratto con cui Locafit aveva acquistato il suolo ove sarebbe stato eretto il capannone industriale, quello di leasing concluso tra di essa e F.R.E.A., e quello di appalto intervenuta tra quest’ultima e lo Z.;

– che avverso la sentenza della Corte barese ricorre per cassazione BNP, sulla base di un unico motivo;

– che esso denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – “violazione o falsa applicazione degli artt. 1321,1322,1372 e 1419 c.c.”, nonché “superficiale, insufficiente, incongrua e contraddittoria motivazione”;

– che, in via preliminare, la ricorrente richiama l’indirizzo di questa Corte secondo cui, per stabilire se ricorra un collegamento negoziale, trattandosi di materia in cui è sovrana l’autonomia privata, occorre rifarsi alla volontà delle parti e ricercare se ricorra un collegamento specifico, per cui gli effetti dei vari negozi si coordinino per l’adempimento di una funzione unica, a tal fine non essendo sufficiente un nesso occasionale, visto che il collegamento deve dipendere dalla genesi, cioè dalla circostanza che uno dei due negozi trovi la sua causa in un rapporto scaturito dall’altro, dalla funzione, cui un negozio adempie rispetto all’altro, dall’intento specifico e particolare delle parti di coordinare i negozi, instaurando tra di essi una connessione teleologica (e’ citata, in particolare, Cass. Sez. 3, sent. 23 aprile 2011, n. 5966);

– che, tanto premesso, la ricorrente afferma di non rinvenire nella sentenza impugnata “il minimo cenno” alle “non eludibili e discriminanti circostanze” costituite, da un lato, dal “notevole ed incontestato lasso di tempo” intercorso trai primi due contratti ed il terzo, nonché, dall’altro, dalla mancata partecipazione di Locafit “alla stipula del più recente contratto di commissione/appalto” o alla sua “volontà di considerarlo “collegato” agli altri due ovvero al solo contratto di finanziamento e successiva locazione finanziaria”;

– che, pertanto, vertendosi in materia in cui “e’ sovrana l’autonomia privata”, tra i tre contratti “de quibus” potrebbe ravvisarsi, al più, soltanto un “nesso occasionale”, il quale – “in assenza di specifica manifestazione di volontà effettuata dalle parti nel contenuto dei diversi negozi di volerli coordinare, instaurando tra di essi una connessione teleologica” – risulterebbe non solo privo dei requisiti del collegamento negoziale, ma dello stesso non avrebbe neppure gli effetti;

– che diversamente opinando, dunque, la Corte barese avrebbe violato il principio di relatività del contratto (art. 1372 c.c.) e quello dell’autonomia contrattuale (art. 1322 c.c.);

– che la ricorrente ribadisce come l’accertamento dell’esistenza del collegamento negoziale “non può e non deve essere effettuato in base agli effetti ma solo e soltanto in base alla manifestazione di volontà delle parti”, giacché il collegamento negoziale non richiede la “sola sussistenza del requisito oggettivo consistente nel nesso teleologico”, ma pure il “requisito soggettivo consistente nella manifestazione della volontà delle parti di volere il collegamento”;

– che, in particolare, allorché le parti dei contratti collegati siano diverse (e “la connessione rifletta l’interesse soltanto di uno dei contraenti”) risulta “necessario” – secondo la ricorrente – che “il nesso teleologico tra i negozi si concreti con l’inserimento di appropriate clausole di salvaguardia della parte che vi ha interesse”;

– che, nel caso che occupa, nulla di tutto ciò sarebbe dato rinvenire, ovvero, né la partecipazione di BNP (a quell’epoca subentrata a Locafit) nel contratto di commissione/appalto, né la sua esplicita e chiara manifestazione di volontà nel senso della creazione del collegamento negoziale;

– che, in ogni caso, le circostanze fattuali già sopra evidenziate (ovvero, che lo Z. non ha mai allegato né dimostrato di aver ricevuto pagamenti di acconti direttamente da BNP, avendo, invece, conseguito un decreto ingiuntivo contro F.R.E.A., per la residua quota del corrispettivo dovutogli, provvedimento in forza del quale – non essendo stato lo stesso opposto – ebbe ad insinuarsi al passivo del fallimento con il privilegio degli artigiani ex art. 2751-bis c.c., comma 1, n. 5) avrebbero dovuto ingenerare nella Corte territoriale almeno il dubbio che il medesimo Z., per primo, fosse conscio dell’inesistenza di alcun collegamento negoziale;

che, d’altra parte, il principio del “simul stabunt, simul cadent”, al quale ha inteso riferirsi la sentenza impugnata, sarebbe stato “applicato impropriamente e comunque in palese violazione dell’art. 1419 c.c.”, e ciò in quanto, sia “le deduzioni” dello Z., sia “la documentazione prodotta in giudizio”, non evidenzierebbero “comportamenti ovvero, meno ancora, semplici indizi” in base ai quali costui “non avrebbe concluso il contratto di appalto con la F.R.E.A. se il medesimo non fosse stato collegato ai primi due contratti” (o almeno a quello di finanziamento con successiva locazione finanziaria);

– che, infine, ulteriore riprova “della estrema superficialità e apoditticità della decisione indotta dal Componente Ausiliario del Collegio giudicante” sarebbe costituita da un semplice raffronto con le circostanze poste dal Tribunale di Bari alla base del rigetto della domanda dello Z. e “del tutto infondatamente sovvertite dalla decisione della Corte di Appello di Bari”;

– che L.E., Z.L. e Z.F. -eredi di Z.V. – hanno resistito, con controricorso, alla proposta impugnazione, chiedendo che essa sia dichiarata inammissibile o comunque rigettata;

– che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio per il 14 settembre 2021;

– che entrambe le parti hanno depositato memoria, insistendo nelle rispettive argomentazioni, nonché, la ricorrente, replicando ai rilievi espressi nella proposta del consigliere relatore.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

– che il ricorso è inammissibile, non risultando superate dalle osservazioni svolte dalla ricorrente nella memoria ex art. 380-bis c.p.c., comma 2, – secondo questo collegio – i rilievi formulari nella proposta del consigliere relatore;

– che, in via preliminare, deve rammentarsi – non senza, peraltro, previamente rilevare come il fenomeno del collegamento negoziale possa ravvisarsi, secondo questa Corte, anche quando i “negozi funzionalmente collegati non si caratterizzano, tutti, per la perfetta identità soggettiva ed intercorrano tra soggetti in parte diversi” (da ultimo, in motivazione, Cass. Sez. 6-2, ord. 12 gennaio 2018, n. 688, Rv. 647345-01) – che “accertare la natura, l’entità, le modalità e le conseguenze del collegamento negoziale realizzato dalle parti rientra nei compiti esclusivi del giudice di merito, il cui apprezzamento non è sindacabile in sede di legittimità, se sorretto da motivazione congrua ed immune da vizi logici e giuridici” (così, tra le molte, Cass. Sez. 3, sent. 17 maggio 2010, n. 11974, non massimata; nello stesso senso, più di recente, e con riferimento persino ad atti non tutti di natura contrattuale, bensì addirittura eterogenea, Cass. Sez. 1, ord. 12 settembre 2018, n. 22216, Rv. 650405-01);

– che essendo, dunque, il sindacato di questa Corte circoscritto ad una verifica della “congruità” della motivazione della pronuncia, con cui il giudice di merito abbia ravvisato la sussistenza del collegamento negoziale, lo stesso non può che compiersi se non nei limiti entro i quali e’, ormai, consentito al giudice di legittimità il sindacato sulla parte motiva della sentenza;

– che, tanto premesso, deve evidenziarsi come la stessa prospettazione del vizio motivazionale denunciato dalla ricorrente -che si duole della “superficiale, insufficiente incongrua e contraddittoria motivazione”, operata dalla Corte barese in relazione al ritenuto collegamento negoziale – già presenti serie criticità sul piano dell’ammissibilità, essendo stato dedotto un vizio non più contemplato dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), nel testo “novellato” dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134 (testo applicabile “ratione temporis” al presente giudizio);

– che è noto, infatti, come tale intervento legislativo abbia comportato la riduzione del sindacato di questa Corte sulla parte motiva della sentenza solo entro il “minimo costituzionale” (cfr. Cass. Sez. Un., sent. 7 aprile 2014, n. 8053, Rv. 629830-01, nonché, “ex multis”, Cass. Sez. 3, ord. 20 novembre 2015, n. 23828, Rv. 637781-01; Cass. Sez. 3, sent. 5 luglio 2017, n. 16502, Rv. 637781-01; Cass. Sez. 1, ord. 30 giugno 2020, n. 13248, Rv. 658088-01);

– che, pertanto, il vizio motivazionale è ormai configurabile soltanto allorché la motivazione sia “meramente apparente”, evenienza ricorrente, oltre che nell’ipotesi di “carenza grafica” della stessa, quando essa, “benché graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perché recante argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento” (Cass. Sez. Un., sent. 3 novembre 2016, n. 22232, Rv. 641526-01, nonché, più di recente, Cass. Sez. 6-5, ord. 23 maggio 2019, n. 13977, Rv. 654145-01), o perché affetta da “irriducibile contraddittorietà” (cfr. Cass. Sez. 3, sent. 12 ottobre 2017, n. 23940, Rv. 645828-01; Cass. Sez. 6-3, ord. 25 settembre 2018, n. 22598, Rv. 650880-01), ovvero connotata da “affermazioni inconciliabili” (da ultimo, Cass. Sez. 6-Lav., ord. 25 giugno 2018, n. 16111, Rv. 64962801), mentre “resta irrilevante il semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Cass. Sez. 2, ord. 13 agosto 2018, n. 20721, Rv. 65001801), ferma in ogni caso restando, poi, la necessità che il vizio “emerga immediatamente e direttamente dal testo della sentenza impugnata” (Cass. Sez. Un., sent. n. 8053 del 2014, cit.), vale a dire “prescindendo dal confronto con le risultanze processuali” (così, tra le molte, Cass. Sez. 1, ord. 20 giugno 2018, n. 20955, non massimata);

– che proprio alla stregua di quest’ultima considerazione, ovvero la necessità che la motivazione riveli “ex se” il vizio di irriducibile contraddittorietà, o di inconciliabilità di affermazioni, da cui risulti eventualmente affetta, e non già attraverso un confronto “con le risultanze processuali”, emerge l’inammissibilità di tutte quelle doglianze con cui l’odierna ricorrente contrappone al “decisum” della Corte barese una serie di circostanze fattuali (neppure escluse talune relative al comportamento preprocessuale dello Z.) che essa avrebbe omesso di trascurare, ovvero che risultano essere state, invece, diversamente apprezzate dal giudice di prime cure;

– che, peraltro, la qui ritenuta inammissibilità di siffatte doglianze conclusione imposta anche dall’esigenza di dare continuità a quanto affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte;

– che esse, infatti, hanno ribadito come a tale declaratoria sia destinata ogni censura che “sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione” – peraltro, qui neppure specificamente dedotta, avendo la ricorrente denunciato come superficiale, insufficiente, incongrua e contraddittoria, la motivazione sul collegamento negoziale – “e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio miri, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici operata dal giudice di merito” (da ultimo, Cass. Sez. Un., sent. 27 dicembre 2019, n. 34476, Rv. 65649203).

– che, nondimeno, la censura svolta da BNP con il suo unico motivo di ricorso evoca anche il vizio di violazione di norme di diritto, segnatamente individuate negli artt. 1321,1322,1372 e 1419 c.c.; che in relazione a tale censura, comunque da ritenere inammissibile per le ragioni di seguito illustrate, questo collegio reputa, però, di doversi discostare dalla proposta del consigliere relatore, che ipotizzava violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), per difetto di specificità;

– che la censura, per vero, si sostanzia nell’essere stati disattesi i principi dell’autonomia negoziale e della relatività degli effetti del contratto (altro discorso dovrà, invece, compiersi per la dedotta violazione dell’art. 1419 c.c.), per essere stato ritenuto il collegamento tra i contratti per cui è causa non come meramente occasionale, bensì funzionale, pur in carenza dell’elemento costituito dalla “manifestazione della volontà delle parti di volere il collegamento”;

– che nello scrutinare tale censura deve muoversi da quanto già affermato da questa Corte, ovvero che “nel caso di negozi collegati, il collegamento deve ritenersi meramente occasionale quando le singole dichiarazioni, strutturalmente e funzionalmente autonome, siano solo casualmente riunite, mantenendo l’individualità propria di ciascun tipo negoziale in cui esse si inquadrano, sicché la loro unione non influenza la disciplina dei singoli negozi in cui si sostanziano”, essendo, per contro, il collegamento “funzionale quando i diversi e distinti negozi, cui le parti diano vita nell’esercizio della loro autonomia negoziale, pur conservando l’individualità propria di ciascun tipo, vengono tuttavia concepiti e voluti come avvinti teleologicamente da un nesso di reciproca interdipendenza, per cui le vicende dell’uno debbano ripercuotersi sull’altro, condizionandone la validità e l’efficacia”, fermo restando, però, che “ai fini della qualificazione giuridica della situazione negoziale, per accertare l’esistenza, l’entità, la natura le modalità e le conseguenze di un collegamento funzionale tra negozi realizzato dalle parti occorre un accertamento del giudice di merito che passi attraverso l’interpretazione della volontà contrattuale e che, se condotto nel rispetto dei criteri di logica ermeneutica e di corretto apprezzamento delle risultanze di fatto, si sottrae al sindacato di legittimità” (così, in particolare, Cass. Sez. 2, sent. 27 marzo 2007, n. 7254, Rv. 596068-01);

– che esclusa, per le ragioni già sopra illustrate, la possibilità di apprezzare le risultanze di fatto su cui si è innestata la motivazione della Corte barese, resta, in ipotesi, da stabilire se la qualificazione come funzionale (e non meramente occasionale) del collegamento che essa ha inteso ravvisare tra i contratti per cui è causa sia, appunto, avvenuta “nel rispetto dei criteri di logica ermeneutica”;

– che, sotto questo profilo, deve evidenziarsi che la sentenza impugnata ha attribuito rilievo – nella descritta prospettiva di qualificare come non occasionale, bensì funzionale, il collegamento negoziale – alle previsioni di cui all’art. 6 del contratto di locazione finanziaria;

– che in tale articolo veniva indicato come sopportato “dal concedente in conseguenza dell’operazione di leasing” (ovvero da Locafit, e cioè, per essa, ormai da BNP) “il costo totale di acquisto e di realizzazione dell’immobile”, ciò che, secondo la Corte barese, renderebbe “evidente, in modo incontrovertibile, che l’intento delle parti contraenti era nel senso” che il “pagamento del costo della realizzazione dell’erigendo fabbricato” dovesse essere sopportato “solo in apparenza dall’utilizzatore, avendo le parti, nella sostanza, voluto regolamentare ed attuare un rapporto contrattuale di appalto indiretto, vale a dire l’assunzione del rischio a carico della F.R.E.A. S.r.l., mentre il beneficio delle opere realizzate dall’appaltatore sarebbe stato a vantaggio di entrambe le società interessate al programma negoziale, e di cui la concedente avrebbe verificato, con un proprio perito di fiducia, la conformità delle stesse alla concessione edilizia”;

– che a fronte di tale affermazione la censura dell’odierna ricorrente, lungi dall’appuntarsi su di una errata applicazione dei criteri di ermeneutica contrattuale (artt. 1362-1371 c.c.), si sostanzia nella pretesa che “il nesso teleologico tra i negozi si concreti con l’inserimento di appropriate clausole di salvaguardia della parte che vi ha interesse”, ovvero che “venga esplicitato ed accettato dagli altri contraenti, in modo che possa pretendere da questi ultimi una condotta orientata al conseguimento dell’utilità pratica cui è finalizzata l’intera operazione”, come se la “volontà del collegamento” dovesse necessariamente esteriorizzarsi in una “dichiarazione” – quasi a riecheggiare la dommatica tedesca della “willenserklarung” – e non possa, invece, desumersi dall’assetto complessivo al quale le parti hanno dato vita, come ricavabile anche oltre la “lettera” del testo contrattuale (approccio, peraltro, indicato come necessario da questa Corte, che da tempo ha sottolineato la centralità, tra i criteri ermeneutici diretti alla “ricerca della reale volontà delle parti”, di “quello funzionale, che attribuisce rilievo alla “ragione pratica” del contratto, in conformità agli interessi che le parti hanno inteso tutelare mediante la stipulazione negoziale”; Cass. Sez. 3, sent. 22 novembre 2016, n. 23701, Rv. 642983-01; in senso conforme anche Cass. Sez. 3, sent. 6 luglio 2018, n. 17718, Rv. 649662-01, nonché, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. 8 marzo 2019, n. 6882, non massimata);

– che, pertanto, la ricorrente – lungi dal dolersi del fatto che gli accordi contrattuali non contemplassero una esplicita dichiarazione di “volere il collegamento” – avrebbe dovuto, semmai, contestare l’esito dell’operazione ermeneutica compiuta dalla Corte barese, evidenziandone la contrarietà a taluno di qui canoni “interpretativi” o “interpretativi-integrativi” (cfr. Cass. Sez. 3, sent. 15 luglio 2016, n. 14432, Rv. 640528-01) che presiedono alla ricostruzione del contenuto complessivo di ogni operazione negoziale, su tali basi contestando la conclusione alla quale essa è pervenuta, ovvero che il costo degli interventi necessari per l’edificazione di un immobile eretto su terreno di proprietà di Locafit/BNP (e poi da questa concesso in locazione finanziaria a F.R.E.A.) dovessero essere dalla stessa sopportati;

– che in tal senso, dunque, deve ritenersi che le censure – in particolare – di violazione degli artt. 1321,1322 e 1372 c.c. non si correlino alla “ratio decidendi” della sentenza impugnata, che avrebbe dovuto essere confutata sul piano della prospettazione di errori nell’applicazione dei “criteri di logica ermeneutica” (cfr. Cass. Sez. 2, sent. n. 7254 del 2007, cit.), donde la loro inammissibilità, alla stregua del principio secondo cui “la proposizione, con il ricorso per cassazione, di censure prive di specifiche attinenze al “decisum” della sentenza impugnata è assimilabile alla mancata enunciazione dei motivi richiesti dall’art. 366 c.p.c., n. 4), con conseguente inammissibilità del ricorso rilevabile anche d’ufficio” (cfr. Cass. Sez. 6-1, ord. 7 settembre 2017, n. 20910, Rv. 645744-01; in senso conforme, Cass. Sez. 6-3, ord. 3 luglio 2020, n. 13735, Rv. 658411-01);

– che un discorso a parte, infine, va compiuto con riferimento alla dedotta violazione dell’art. 1419 c.c. (sulla quale la ricorrente ha insistito, in particolare, nella memoria depositata in vista dell’adunanza camerale in cui è stata esaminata la sua impugnazione), dal momento che questo collegio non comprende in che misura la norma sulla nullità parziale del contratto venga in rilievo nel caso che occupa e, soprattutto, quale sia – e con riferimento a quale delle operazioni collegate – il profilo di invalidità dedotto (e la sua scaturigine);

– che, sul punto, va pertanto dato seguito al principio, quasi cinquantennale, secondo cui deve ritenersi “inammissibile il motivo di ricorso per cassazione che, per la sua oscura formulazione, non consente di intendere il significato e la portata della censura svolta” (così Cass. Sez. Lav., sent. 15 dicembre 1979, n. 6530, Rv. 403284-01; in senso sostanzialmente analogo, già in passato, Cass. Sez. 3, sent. 6 agosto 1974, n. 2363, Rv. 370753-01, nonché, in tempi più recenti, Cass. Sez. 3, sent. 4 febbraio 2000, n. 1238, Rv. 533471-01);

– che il ricorso, in conclusione, va dichiarato interamente inammissibile;

– che le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo;

– che, in ragione della declaratoria di inammissibilità del ricorso, va dato atto – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 – della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, se dovuto secondo accertamento spettante all’amministrazione giudiziaria (Cass. Sez. Un., sent. 20 febbraio 2020, n. 4315, Rv. 657198-01), dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 – bis.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso, condannando la società BNP Paribas Lease Group S.p.a. a rifondere, a L.E., Z.L. e Z.F., le spese del presente giudizio, che liquida complessivamente a favore delle stesse in Euro 5.500,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, nonché 15% per spese generali più accessori di legge con distrazione in favore del procuratore.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, se dovuto, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

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