Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39259 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. un., 10/12/2021, (ud. 19/10/2021, dep. 10/12/2021), n.39259

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CASSANO Margherita – Presidente Aggiunto –

Dott. TIRELLI Francesco – Presidente di sez. –

Dott. VIRGILIO Biagio – Presidente di sez. –

Dott. VALITUTTI Antonio – Presidente di sez. –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 14031-2021 proposto da:

G.G., elettivamente domiciliato in ROMA, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato ROBERTO LE PERA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI

CASSAZIONE;

– intimati –

avverso l’ordinanza n. 45/2021 del CONSIGLIO SUPERIORE DELLA

MAGISTRATURA, depositata il 22/04/2021;

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/10/2021 dal Consigliere Dott. MAURO DI MARZIO;

lette le conclusioni scritte dell’Avvocato Generale Dott. FINOCCHI

GHERSI Renato, il quale chiede che la Corte dichiari il ricorso

inammissibile.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – Con sentenza del 20 gennaio 2010, numero 9, la Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura ha inflitto al Dott. G.G., giudice presso il Tribunale di Cosenza, la sanzione disciplinare dell’ammonimento per l’illecito disciplinare previsto dal D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 4, comma 1, lett. d), per aver posto in essere un comportamento, idoneo a ledere la sua immagine di magistrato e integrante il delitto di cui all’art. 343 c.p., consistito nell’avere, il (OMISSIS), durante la celebrazione di un’udienza preliminare a suo carico presso il Tribunale di Salerno, rivolgendosi al giudicante con tono irato ed agitato, pronunciato la seguente espressione di sfida: “si assuma le sue responsabilità”, contemporaneamente lanciando sul banco del magistrato un telefono cellulare.

2. – Queste Sezioni Unite, con sentenza numero 18054 del 2010, hanno rigettato il ricorso del Dott. G. rilevando la correttezza del dispositivo della sentenza disciplinare del CSM, in particolare reputando che “…che nella sentenza della Sezione disciplinare… si rinvenga una motivazione circa gli essenziali elementi di fatto… sufficiente a giustificare il dispositivo di dichiarazione di responsabilità per l’incolpazione contestata (…). Ci si riferisce specificamente all’accertamento che l’episodio del lancio del telefonino sul banco del giudice dell’udienza preliminare è stato accompagnato… dalla pronuncia della frase di sfida “Lei si assuma le sue responsabilità”, che risulta chiaramente idonea ad offendere l’onore e il prestigio del magistrato in udienza, in quanto implicante l’affermazione che il giudice stava contravvenendo a un elemento essenziale della deontologia professionale…”.

3. – Il Dott. G. ha proposto una prima istanza di revisione della sentenza numero 9 del 2010 sulla base di una successiva acquisizione di dichiarazioni provenienti da avvocati del foro di Cosenza ed altri professionisti cosentini volte a dimostrare l’assenza di ripercussione della vicenda oggetto del procedimento disciplinare sull’immagine del magistrato.

Tale istanza è stata dichiarata inammissibile dalla Sezione disciplinare del CSM con ordinanza numero 12 del 2016, impugnata innanzi a queste Sezioni Unite che, con sentenza numero 16601 del 2016, hanno dichiarato l’inammissibilità del ricorso per omessa censura di una delle diverse rationes decidendi poste a base dell’ordinanza impugnata.

4. – Il Dott. G. ha presentato una seconda istanza di revisione della sentenza numero 9 del 2010, con cui ha invocato sia i medesimi elementi di prova già posti a fondamento della precedente istanza di revisione, sia ulteriori dichiarazioni di analogo tenore, sostenendo che l’esame dei nuovi elementi avrebbe consentito di verificare l’assenza di ripercussioni in ambito locale e nazionale della vicenda posta a base della sanzione comminata.

La Sezione disciplinare del CSM, ha dichiarato l’inammissibilità dell’istanza con ordinanza numero 30 del 2020, impugnata innanzi a queste Sezioni Unite, che, con sentenza numero 27412 del 2020, hanno respinto il ricorso, osservando, in estrema sintesi, per un verso che l’integrazione della fattispecie disciplinare richiede l’idoneità, già riscontrata, del fatto a “ledere l’immagine del magistrato”, e, per altro verso, che fosse precluso l’esame dell’applicabilità del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3 bis concernente l’esimente della scarsa rilevanza del fatto, non essendo stata essa prospettata innanzi alla Sezione disciplinare.

5. – Il Dott. G. ha presentato una terza istanza di revisione della sentenza numero 9 del 2010, con cui, invocando le dichiarazioni già prodotte nei precedenti procedimenti di revisione, ha sostenuto che esse avrebbero natura di nuovi elementi idonei a dimostrare l’applicabilità dell’esimente or ora menzionata.

6. – Con ordinanza depositata il 22 aprile 2021, la sezione disciplinare del CSM ha dichiarato inammissibile l’istanza di revisione osservando quanto segue: “In tema di sopravvenienza o scoperta di nuovi elementi di prova, ai fini della revisione, si registra un consolidato orientamento che subordina l’ammissibilità dell’istanza alla sussistenza di elementi estranei al contenuto della precedente pronuncia ed idonei ad incidere su circostanze rilevanti e non marginali, ferma restando la assoluta preclusione in sede di revisione di procedere alla rivalutazione di fatti già esaminati, nonché delle ragioni e delle conclusioni della pronuncia impugnata. Il suddetto principio trovava applicazione già nella vigenza del precedente regime, allorquando il giudice di legittimità stabilì che “i nuovi elementi di prova la cui sopravvenienza giustifica… la revisione dei procedimenti disciplinari contro i magistrati ordinari non debbono necessariamente essere tali da dimostrare ictu oculi l’ingiustizia della sentenza, ma e’, invece, sufficiente che i medesimi presentino i requisiti della novità e siano, inoltre idonei ad influenzare, in senso favorevole per l’incolpato, l’apprezzamento delle prove già raccolte ed esaminate nel precedente giudizio, in modo da rendere probabile che, a seguito di un riesame complessivo, venga pronunziata una decisione conclusiva diversa. E’, cioè, necessario che i detti elementi di prova siano estranei al contenuto della precedente pronunzia e incidano su circostanze rilevanti e non marginali, essendo del tutto preclusi, in sede di revisione, la mera rivalutazione di fatti già esaminati, nonché delle ragioni e delle conclusioni della suddetta pronunzia…” (Cass. Sez. Un. 10/1976). Si è altresì evidenziato che “e’ inammissibile la richiesta di revisione fondata su circostanze di fatto non incompatibili, né inconciliabili, con quelle poste a fondamento della sentenza disciplinare impugnata” ed altresì che “e’ inammissibile la richiesta di revisione fondata su nuovi elementi di prova sopravvenuti o scoperti dopo la decisione, quando essi non incidono sui fatti che costituiscono oggetto dell’incolpazione disciplinare ma su circostanze diverse, come tali non idonee a dimostrare la irrilevanza disciplinare della condotta ritenuta illecita” (Sez. Disc. CSM ord. n. 20/2012). Quanto all’ambito di operatività dell’esimente di cui all’art. 3 bis, la più recente giurisprudenza di legittimità ha affermato che essa “e’ applicabile, sia per il tenore letterale della disposizione che per la sua collocazione sistematica, a tutte le ipotesi previste negli artt. 2 e 3 del medesimo decreto, anche quando la gravità del comportamento è elemento costitutivo del fatto tipico, e perfino quando integri la commissione di un reato; ove si richieda l’applicazione di tale esimente, il giudice deve procedere ad una valutazione d’ufficio, sulla base dei fatti acquisiti al procedimento e prendendo in considerazione le caratteristiche e le circostanze oggettive della vicenda addebitata, anche riferibili al comportamento dell’incolpato, purché strettamente attinenti allo stesso, con giudizio globale diretto a riscontrare se l’immagine del magistrato sia stata effettivamente compromessa dall’illecito” (Cass. Sez. Un. 22577/2019). Alla luce dei richiamati pronunciamenti, deve escludersi che le dichiarazioni prodotte dall’incolpato – già poste all’attenzione del Collegio in sede di precedenti istanze di revisione – possano consentire una ulteriore valutazione della condotta anche ai soli fini dell’applicazione della esimente di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3. Occorre evidenziare, infatti, che la condotta dell’incolpato ha già formato oggetto di vaglio negativo ai fini dell’applicabilità dell’esimente invocata, tanto in sede di procedimento disciplinare conclusosi con la sentenza n. 9/2010 quanto in sede di esame dell’istanza di revisione poi dichiarata inammissibile con ordinanza n. 30/2020. Gli elementi addotti a sostegno dell’istanza su cui questa Sezione è chiamata a pronunciarsi non integrano il novum richiesto per l’ammissibilità della stessa in quanto hanno ad oggetto dichiarazioni di professionisti operanti nel foro di Cosenza, laddove invece i fatti di cui all’incolpazione si sono verificati dinanzi all’autorità giudiziaria di Salerno e, in ogni caso, l’assenza di risonanza dell’episodio nell’ambiente giudiziario cosentino non sarebbe nemmeno in astratto idonea a qualificare la condotta dell’incolpato in termini di scarsa rilevanza poiché non consentirebbe di escludere la ritenuta compromissione dell’immagine del magistrato, alla stregua del richiamato orientamento giurisprudenziale. Il rispetto dei limiti cui soggiace il sindacato di ammissibilità, che non può risolversi in una mera rivalutazione di fatti già esaminati, nonché delle ragioni e delle conclusioni della pronuncia impugnata, conduce a ritenere che gli elementi posti a fondamento dell’istanza di revisione ictu oculi non presentino la richiesta attitudine a condurre ad una pronuncia di proscioglimento anche solo per scarsa rilevanza del fatto”.

7. – Per la cassazione dell’ordinanza il Dott. G.G. ha proposto ricorso per un mezzo.

Il Ministro della Giustizia non si è costituito.

Il Procuratore generale presso questa Corte ha concluso chiedendo la declaratoria di inammissibilità del ricorso.

Il ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

8. – L’unico motivo denuncia: “nullità per violazione del c.d. “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, individuabile nelle ipotesi – che si convertono in violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e danno luogo a nullità della sentenza – di “mancanza di motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale”, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà”, in ordine all’accertamento della capacità dei “nuovi elementi di prova” offerti dal ricorrente ad escludere la “idoneità al ledere l’immagine del magistrato” dei fatti oggetto della contestazione disciplinare per “scarsa rilevanza” del fatto, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4) (ovvero, in alternativa in relazione all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e))”. Nella memoria illustrativa, tuttavia, il ricorrente ha chiarito di volersi soltanto avvalere di quest’ultima disposizione, richiamandosi ad un orientamento, che egli assume consolidato, secondo cui “il ricorso per cassazione contro le sentenze della Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura si propone “nei termini e con le forme previsti dal codice di procedura penale””, quantunque non di orientamento giurisprudenziale si tratti, bensì di esplicito dato normativo, sol che si compulsi il D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 24 comma 1 il quale stabilisce che: “L’incolpato, il Ministro della giustizia e il Procuratore generale presso la Corte di cassazione possono proporre… contro le sentenze della sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, ricorso per cassazione, nei termini e con le forme previsti dal codice di procedura penale…”.

Secondo il ricorrente, l’ordinanza impugnata sarebbe affetta da insanabile contraddittorietà giacché essa avrebbe per un verso affermato che il tema dell’applicabilità dell’esimente non fosse mai stato prospettato innanzi alla Sezione disciplinare, e per altro verso sostenuto che detta applicabilità sarebbe stata già valutata in senso negativo: di guisa che, in definitiva, la Sezione disciplinare si sarebbe sottratta all’obbligo motivazionale in ordine alla capacità delle nuove prove di modificare il giudizio sull’effettiva offensività della condotta oggetto della contestazione in sede disciplinare, affidandosi a nient’altro che ad una petizione di principio, senza che potesse riconoscersi alcun rilievo all’argomento svolto ad abundantiam, secondo cuì l’assenza di risonanza nell’ambiente giudiziario entro il quale operava il magistrato non sarebbe nemmeno in astratto idonea a qualificare la condotta dell’incolpato in termini di scarsa rilevanza.

9. – Il ricorso è inammissibile.

9.1. – Non sussiste, anzitutto, l’insanabile contraddittorietà di cui il ricorrente si duole, per il fatto che la Sezione disciplinare avrebbe simultaneamente affermato sia che il problema dell’applicabilità dell’esimente non era stato sottoposto al giudizio di tale Sezione, sia che essa si era già in proposito negativamente pronunciata.

Difatti l’ordinanza impugnata contiene enunciati nient’affatto contrastanti l’uno con l’altro, giacché collocati su piani distinti, così da non poter interferire tra loro:

-) da un lato, nella sentenza numero 27412 del 2020 di queste Sezioni Unite è stato affermato che non potesse “trovare accesso in questa sede la questione relativa alla eventuale incidenza degli elementi esposti a sostegno dell’istanza di revisione sulla non scarsa rilevanza del fatto ai sensi del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3 bis, questione che non risulta essere stata prospettata innanzi alla sezione disciplinare in sede di revisione e che, conseguentemente, non può essere per la prima volta azionata innanzi a queste Sezioni Unite in sede di impugnazione della ordinanza che ha dichiarato inammissibile l’istanza di revisione”; in tal modo le Sezioni Unite hanno fatto piana applicazione del principio, desumibile dall’art. 606 c.p.p., comma 3 che preclude la deduzione per la prima volta con il ricorso per cassazione di violazioni di legge non precedentemente fatte valere; di ciò la Sezione disciplinare, nell’ordinanza numero 45 del 2021 qui impugnata, ha semplicemente dato atto, nel riassumere lo svolgimento del processo, a pagina 4; la Sezione, dunque, null’altro ha affermato, in tale passaggio dell’espositiva dell’ordinanza, se non, attraverso il richiamo alla motivazione delle Sezioni Unite, che il Dott. G. non aveva in precedenza sollevato la questione dell’operatività dell’esimente della scarsa rilevanza del fatto;

-) dall’altro lato, l’ordinanza impugnata ha ritenuto che tanto la sentenza numero 9 del 2010, quanto l’ordinanza numero 30 del 2020 della Sezione disciplinare avessero già preso posizione sull’inapplicabilità dell’esimente, avendo reputato che il fatto addebitato al Dott. G. fosse stato già valutato nella sua concreta rilevanza, la quale non poteva essere esclusa in ragione delle dichiarazioni dal medesimo prodotte.

Orbene, è di tutta evidenza che la circostanza che il Dott. G. non avesse prospettato alla Sezione disciplinare la questione, in iure, dell’applicabilità dell’esimente della scarsa rilevanza del fatto, è pienamente compatibile, sul piano logico, con l’affermazione secondo cui, ciò nondimeno, la stessa Sezione aveva al riguardo – per altro doverosamente, giacché “nella valutazione rimessa al giudice disciplinare, deve… ritenersi ricompreso anche il compito di apprezzare… se quel fatto sia a sua volta di particolare tenuità, con conseguente applicabilità della previsione di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3 bis” (Cass., Sez. Un., 31 luglio 2017, n. 18987) – già preso posizione.

9.2. – Ne’ risponde al vero che la Sezione disciplinare si sia sottratta all’obbligo motivazionale in ordine alla capacità delle nuove prove di modificare il giudizio sull’effettiva offensività della condotta oggetto della contestazione in sede disciplinare.

Premesso che l’esimente prevista dal citato art. 3 bis trova applicazione anche nelle ipotesi di illeciti disciplinari contemplati dal successivo D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 4, lett. d) (Cass., Sez. Un., 31 luglio 2017, n. 18987, che ha rivisto il precedente orientamento sul punto), occorre difatti considerare che l’esimente della scarsa rilevanza del fatto deve essere accertata in relazione all’interesse tutelato dalla norma (p. es. tra le molte Cass., Sez. Un., 8 ottobre 2018, n. 24672) e che il bene protetto dalla previsione di cui all’art. 4, comma 1, lett. d), è costituito dalla immagine del magistrato, sicché la fattispecie disciplinare è integrata dalla lesione di quel bene nella sua oggettività, risultando perciò irrilevante che taluno, in questo caso professionisti cosentini, secondo la tesi del ricorrente, non abbia avuto percezione di essa: tant’e’ che le Sezioni Unite, a fronte di una condotta del magistrato oggettivamente integrante gli estremi del reato di diffamazione, pur riconoscendo l’astratta applicabilità dell’art. 3 bis, hanno negato rilievo esimente finanche alla circostanza “che il destinatario di parole oggettivamente diffamatorie possa non averle percepite in tal senso” (così la citata Cass., Sez. Un., 31 luglio 2017, n. 18987).

E’ dunque conforme a diritto, oltre che sufficiente sul piano motivazionale, l’affermazione della Sezione disciplinare secondo cui “l’assenza di risonanza dell’episodio nell’ambiente giudiziario cosentino non sarebbe nemmeno in astratto idonea a qualificare la condotta dell’incolpato in termini di scarsa rilevanza poiché non consentirebbe di escludere la ritenuta compromissione dell’immagine del magistrato”.

In definitiva, dunque, l’ordinanza impugnata è per tale aspetto armonica con l’insegnamento di queste Sezioni Unite, secondo cui, in tema di revisione delle sentenze della Sezione disciplinare del CSM divenute irrevocabili, è inammissibile la richiesta di revisione finalizzata all’applicazione dell’esimente della scarsa rilevanza del fatto, di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3 bis ove il “fatto nuovo” ex art. 25, comma 1, lett. b), del citato decreto, allegato dall’istante come idoneo ad escludere la lesività della condotta ascrittagli, non sia rilevante alla stregua del quadro istruttorio e dell’impianto decisorio della statuizione impugnata al fine di ribaltare il giudizio disciplinare di condanna (Cass., Sez. Un., 9 maggio 2018, n. 11179).

9.3. – Quanto alla concreta verifica della non irrilevanza del fatto, ritengono ancora le Sezioni Unite che la Sezioni disciplinare, pur nella sinteticità della motivazione, sinteticità peraltro comprensibile, ove si consideri che l’ordinanza impugnata rinvia al contenuto di due precedenti decisioni, la sentenza numero 9 del 2010 e l’ordinanza numero 30 del 2020, non si sia sottratta all’osservanza del principio secondo cui, “ove si richieda l’applicazione di tale esimente, il giudice deve procedere ad una valutazione d’ufficio, sulla base dei fatti acquisiti al procedimento e prendendo in considerazione le caratteristiche e le circostanze oggettive della vicenda addebitata, anche riferibili al comportamento dell’incolpato, purché strettamente attinenti allo stesso, con giudizio globale diretto a riscontrare se l’immagine del magistrato sia stata effettivamente compromessa dall’illecito” (Cass., Sez. Un., 10 settembre 2019, n. 22577).

A tal riguardo, dopo aver ribadito che la verifica della non irrilevanza ha da essere compiuta officiosamente, e che condotta irrilevante è quella che, riguardata ex post ed in concreto, non comprometta l’immagine del magistrato (Cass., Sez. Un., 30 dicembre 2020, n. 29823), alla luce del giudizio globale di cui si è detto, occorre aggiungere che, com’e’ del resto intuitivo, la detta verifica non necessariamente deve però essere svolta attraverso un espresso richiamo al citato art. 3 bis, ben potendo il giudizio di non irrilevanza essere desunto dalla complessiva valutazione compiuta -per l’appunto dal giudizio globale – in ordine all’illiceità disciplinare del fatto.

In particolare, nel caso in esame, la non irrilevanza del fatto è chiaramente evidenziata per relationem attraverso il richiamo all’originaria sentenza disciplinare, nella quale la gravità del fatto è tratteggiata, anche qui sinteticamente ma inequivocamente, attraverso la sottolineatura della complessiva condotta del Dott. G., il quale non si era limitato a lanciare sul banco del magistrato un telefono cellulare ed a pronunciare la frase di sfida: “si assuma le sue responsabilità”, ma aveva “tenuto un comportamento inurbano per l’intera udienza, costringendo il giudice a richiamarlo più volte ed alla fine a sospendere l’udienza” sicché non poteva dubitarsi della lesione dell’immagine del magistrato, non solo in ragione del gesto finale, il lancio del telefonino, ma anche di “tutte le intemperanze tenute dal G. durante tutta l’udienza”, condotta nel complesso di sicuro rilievo disciplinare, di guisa che “escluderne la illiceità disciplinare significherebbe tradire lo spirito della legge disciplinare che all’art. 1 prevede che il Magistrato deve esercitare le sue funzioni con correttezza, riserbo ed equilibrio. Attributi questi che devono accompagnare il magistrato in qualunque momento della sua vita: sia quando è chiamato a giudicare sia quando si trova a rivestire la parte dell’imputato, parte lesa o semplici cittadini”. Insomma, la condotta ritenuta oggettivamente oltraggiosa del Dott. G., per la Sezione disciplinare, non si è compendiata nel solo lancio del telefonino e nella pronuncia della frase menzionata, ma ha costituito l’esito di un complessivo insistito atteggiamento dell’incolpato, come tale lesivo della sua immagine di magistrato, quantunque spiegabile, anche se non giustificabile, con la “movimentata situazione processuale” (così l’originaria sentenza disciplinare), determinata dall’assenza per malattia del difensore del Dott. G., circostanza, quest’ultima, infine considerata significativa ai soli fini della parametrazione della sanzione disciplinare.

Ed a tal riguardo resta solo da dire che la valutazione, in concreto, dell’idoneità di un determinato comportamento a ledere il bene giuridico protetto dalla norma violata, e perciò ad assumere rilevanza disciplinare, è compito esclusivo del giudice di merito, ossia della Sezione disciplinare, e che a tale valutazione la Suprema corte non può dunque sovrapporre la propria (Cass., Sez. Un., 29 marzo 2013, n. 7934).

6. – Nulla per le spese.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso.

Così deciso in Roma, il 19 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

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