Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39251 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. III, 10/12/2021, (ud. 25/06/2021, dep. 10/12/2021), n.39251

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – rel. Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7074-2019 proposto da:

G. E V. DI G.M. & C SAS, e N.F.,

elettivamente domiciliati in ROMA, PIAZZA COLA DI RIENZO 69, presso

lo studio dell’avvocato GIANALBERTO FERRETTI, che li rappresenta e

difende unitamente all’avvocato ALBERTO GUALANDI;

– ricorrenti –

contro

UNIONE MONTANA ALTA VAL DI CECINA, GIA’ COMUNITA’ MONTANA VAL DI

CECINA ZONA F, rappresentata e difesa dall’avv. ORNELLA CUTAJAR;

– controricorrente –

e contro

COMUNE DI CECINA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SAVOIA N.

72, presso lo studio Renzo Grassi, presso lo studio legale

CASO-CIAGLIA, rappresentato e difeso dall’avvocato RENZO GRASSI;

– controricorrente –

nonché contro

GENERALI ITALIA SPA, GIA’ ASSITALIA LE ASSICURAZIONI D’ITALIA SPA,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI MONTI PARIOLI N. 40,

presso lo studio dell’avvocato FRANCO TASSONI, che lo rappresenta e

difende;

– controricorrenti –

nonché contro

CONSORZIO DI BONIFICA DELLE COLLINE LIVORNESI;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1776/2018 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata 26/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

25/06/2021 dal Consigliere Dott. FRANCESCA FIECCONI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Con atto notificato il 21 febbraio 2019 la società G. e V. di G.M. & C. s.a.s., già snc, e N.F. ricorrono per cassazione della sentenza numero 1776/2018 pronunciata dalla Corte d’appello di Firenze e pubblicata il 26 luglio 2018, non notificata, in un giudizio in cui era stata proposta dai medesimi ricorrenti la domanda di risarcimento dei danni derivati dall’allagamento degli edifici in proprietà derivato dalla tracimazione del fosso adiacente verificatosi il (OMISSIS) nel Comune di Cecina. La domanda era stata rivolta nei confronti del Comune di Cecina, cui era seguita, a fronte della eccezione della carenza di legittimazione passiva del Comune, la chiamata in causa del Consorzio di bonifica delle colline livornesi, della Comunità Montana Val di Cecina zona F, e di Assitalia S.p.A., in veste di assicuratore del Comune convenuto.

2. Per quanto qui di interesse nel giudizio di primo grado, acquisiti documenti, espletata la prova per testi, nonché acquisita una CTU, il Tribunale respingeva le domande dopo averle inquadrate nell’alveo della responsabilità da custodia ex art. 2051 c.c.. Proposto appello da parte dei ricorrenti, resistevano il Comune di Cecina, il Consorzio di bonifica delle colline livornesi e Assitalia, mentre la Comunità Montana di Val Cecina rimaneva contumace.

3. La Corte d’appello adita confermava la sentenza in relazione ai tre motivi di appello in cui si deduceva in sostanza che: a) il Tribunale aveva fatto propria l’impostazione difensiva del Comune circa la natura eccezionale delle precipitazioni ed escluso la responsabilità dell’ente manutentore per avere il fenomeno occorso integrato una calamità, sebbene i rilievi pluviometrici depositati dal Comune dimostrassero una precipitazione atmosferica di particolare intensità, senza comprovare in base a quali ulteriori elementi oggettivi essa sorgesse al rango del caso fortuito e non invece di semplice forte temporale; b) il giudice aveva trascurato di considerare la pessima manutenzione e progettazione del canale, fonte causale dei danni subiti e la non idoneità al deflusso delle acque con particolare riferimento al tratto intubato prospiciente alle aziende danneggiate; c) il giudice aveva obliterato che il CTU non aveva tenuto nella minima considerazione la perizia redatta nel 2001 dal tecnico comunale ingegner C., la quale evidenziava come già nel recente passato il tratto intubato fosse stato causa di tracimazioni ed allagamenti.

4. La Corte d’appello respingeva le censure sulla base di un diverso inquadramento della fattispecie rispetto a quella operata dal tribunale, rilevando che la domanda era stata avviata sul fatto dell’omessa manutenzione ordinaria e straordinaria dell’intera rete di canali che al momento del fatto sarebbe risultata completamente ostruita per la presenza di manufatti di varia natura (calchi in vetroresina per la costruzione di imbarcazioni) e di una fitta vegetazione cresciuta nell’alveo del canale, oltre che di ingenti quantitativi di detriti, sì che era stata prospettata una responsabilità del convenuto incentrata sulla colpa ai sensi dell’art. 2043 c.c. e non sulla responsabilità oggettiva da custodia ex art. 2051 c.c., come diversamente ritenuto dal giudice di primo grado. Sul punto assumeva che le attrici, senza aver introdotto per tempo, nella memoria del 2 maggio 2002, ulteriori diversi profili di responsabilità correlati alla qualità di custode del fosso delle convenute, solo nella memoria istruttoria del 31 marzo 2004 si erano limitate unicamente a instare per la pronuncia di un ordine di esibizione al convenuto della documentazione relativa alla progettazione e alla realizzazione dell’impianto idrico realizzato nella zona e per l’ammissione di una CTU volta ad accertare l’inidoneità tecnica e strutturale dell’opera idrica, ritenendo che tale nuova allegazione, riferita alla inidoneità tecnica strutturale dell’opera idrica, costituisse un ampliamento successivo del thema decidendum e quindi un mutamento della causa petendi rilevabile d’ufficio anche in caso di mancata opposizione del convenuto, essendo la domanda risarcitoria ex art. 2051 c.c. una fattispecie di responsabilità di natura oggettiva fondata su un mero rapporto di custodia, ovvero sulla relazione intercorrente tra il responsabile e la cosa che ha dato luogo all’evento lesivo, restando estraneo alla fattispecie il comportamento tenuto dal custode, e occorrendo dunque distinguere tra fatto della cosa e fatto dell’uomo ai fini dell’individuazione dell’ambito di applicazione dell’art. 2051 in luogo dell’art. 2043 c.c. (vedi sentenza, p. 14).

5. Ciò posto la Corte d’appello, inquadrata la fattispecie entro la più generale cornice dell’art. 2043 c.c. in tema di responsabilità extracontrattuale, restando estraneo alla fattispecie il comportamento dei Comune come custode della rete idrica in questione, ha ritenuto che le risultanze di causa non consentissero di ritenere raggiunta la prova della condotta omissiva colposa dei convenuti, nonché del nesso di causalità tra tale condotta e l’evento lesivo, posto che lo stato di manutenzione, tenuto conto del periodo dell’anno di accadimento dell’evento, era da ritenersi adeguato, poiché dall’analisi del video in atti nessun detrito, carena o stampo in vetroresina risultava trovarsi dentro l’alveo, trattandosi di oggetti di dimensioni e peso tali da non poter galleggiare e quindi essere spostati al passaggio della lama d’acqua di esondazione, di altezza presumibile ragionevolmente inferiore a 50 cm; inoltre, osservava che dall’esito della CTU era risultato che l’area oggetto di causa apparteneva effettivamente a un centro abitato di cui il Consorzio di bonifica non era titolare, come anche la Comunità Montana, e pertanto il tratto del fosso era di competenza del Comune di Cecina; rilevava infine che “la geometria del fosso”, nel settembre 1999, nel tratto in fregio alla (OMISSIS) era fortemente critica con riferimento alla possibilità di smaltimento delle piene; registrava che la pioggia misurata nelle tre ore, caduta nel settembre 1999, aveva un valore simile alla pioggia di progetto calcolata per un tempo di ritorno di 100 anni, sì che la pioggia caduta nelle tre ore poteva ragionevolmente ritenersi un evento eccezionale; rilevava che le opere di urbanizzazione dell’area erano state eseguite antecedentemente al 1994 e pertanto il fosso si presentava nei fatti ampiamente inadeguato a garantire il passaggio delle piene anche cinquantennali e che, inoltre, il deflusso delle acque era stato fortemente impedito dalla presenza di tubazioni trasversali al fosso allo sbocco del tratto intubato.

6. Pertanto, rifacendosi alle considerazioni del CTU, e correggendo in parte l’argomentare del giudice di primo grado sul punto della responsabilità da custodia per inidonea progettazione delle opere, ha ritenuto di scrutinare la fattispecie solo sotto il più limitato profilo della omessa manutenzione, rilevando che la manutenzione ordinaria del fosso fosse di competenza del Comune per quanto riguarda l’area in centro abitato, mentre rimanesse in capo alla Comunità Montana la manutenzione straordinaria del fosso e l’autorizzazione per nuovi interventi sul corso d’acqua; il livello di manutenzione ordinaria del posto era da ritenersi accettabile all’epoca del fatto poiché nessuno stampo in vetroresina o altro detrito appariva aver interferito con la capacità di deflusso del fosso; non si rilevava, inoltre, alcun nesso causale tra omessa inadeguata manutenzione delle opere di canalizzazione e l’evento di danno; la capacità di smaltimento delle acque era invece stata limitata dalla presenza di tubazioni di sotto-servizi poste trasversalmente all’interno del fosso, in area dedicata al deflusso delle portate, e a distanza ravvicinata dallo sbocco del tratto intubato del fosso, tubazioni che avevano permesso la trattenuta e l’accumulo del detrito flottante normalmente trasportato in caso di piena inducendo così la formazione di una ostruzione che aveva aggravato fenomeno di esondazione; tuttavia, l’evento pluviometrico che aveva causato l’esondazione del corso d’acqua aveva avuto un tempo di ritorno paragonabile al secolare, sì che era da ritenersi evento eccezionale in rapporto all’officiosità idraulica al 1999 del corso d’acqua che consentiva lo smaltimento di piene con tempo di ritorno di cinquant’anni.

7. Gli intimati Comune di Cecina, Unione Montana Alta Val di Cecina e Generali Italia s.p.a hanno notificato controricorso. I ricorrenti e il Comune di Cecina hanno depositato memoria.

8. La trattazione del ricorso è stata fissata in sede di adunanza camerale ex art. 380-bis.1. c.p.c. Il P.M. non ha depositato conclusioni scritte.

Diritto

CONSIDERATO

che:

9. Con il primo motivo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 si deduce violazione e /o falsa applicazione di norme di diritto in relazione agli art. 2043 e 2051 c.c., e ciò in relazione al contenuto dell’atto introduttivo in cui già era esplicitato che il sinistro di cui è causa si era verificato per fatto e colpa del Comune e si era chiesto l’accertamento, mediante CTU, al fine di verificare lo stato dei luoghi e le effettive cause dello straripamento delle acque pioviane, nonché la quantificazione dei danni cagionati, senza inquadramento della fattispecie in alcuna fattispecie legale; sarebbe infatti errato assumere che nelle memorie successive le attrici avessero introdotto un nuovo thema decidendum, giudicato inammissibile dalla Corte di merito, posto che la finalità dell’azione era quella di conoscere un fatto (cause dell’esondazione) senza dargli tuttavia una connotazione giuridica, tant’e’ che lo stesso Comune convenuto aveva negato la propria responsabilità invocando il caso fortuito, e il giudice di primo grado aveva ammesso una CTU per accertare l’idoneità tecnica e strutturale dell’opera idrica realizzata dal Comune. Si assume che anche riferendosi al precedente di cui a – Cass. Sez. Un., sentenza n. 12310 del 15 giugno 2015, il giudice avrebbe il potere di riqualificare il fatto, sempre che l’opera di qualificazione non comporti la ammissione di nuove domande rispetto alla causa originaria. Pertanto, avrebbe errato la Corte d’appello a qualificare diversamente la domanda in assenza di doglianze sul punto, rispetto all’inquadramento dato dal giudice di primo grado.

10. La censura presenta plurimi motivi di inammissibilità.

11. Dalla sentenza si arguisce che nel giudizio di primo grado siano stati tardivamente e inammissibilmente introdotti dagli appellanti argomenti fattuali tratti da presunti difetti di progettazione del fosso (quale l’apposizione di tubazioni ostruenti il normale deflusso delle acque), e non solo rilievi circa la omessa manutenzione del fosso di smaltimento delle acque piovane, peraltro poi smentita dalla CTU, che ha permesso di valutare anche sotto il profilo della responsabilità da custodia il danno derivato direttamente dalla cosa in custodia (il fosso per lo scorrimento di acque pluviali) di cui il Comune era manutentore ordinario e progettista e la Comunità Montana era il manutentore straordinario, tuttavia esclusa per l’eccezionalità dell’evento, da intendersi come fortuito. Di qui la diversa qualificazione della domanda in termini di responsabilità extracontrattuale operata dal giudice.

12. In primo luogo, la sentenza muove dalla premessa che nel giudizio di primo grado le allegazioni dedotte nelle memorie fossero inammissibili, per quanto le sole idonee a inquadrare la fattispecie nell’alve o della norma di cui all’art. 2051 c.c., altrimenti meglio inquadrabile nell’alveo della responsabilità extracontrattuale. Il motivo è però inammissibile ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 6 perché si fonda sull’atto di citazione introduttivo del giudizio, di cui si riproduce una parte, ma non lo si localizza in questo giudizio. Inoltre si fonda sulla sentenza di primo grado ed anche per essa vale lo stesso rilievo.

13. La sentenza, in secondo luogo, in fatto ritiene la insussistenza del nesso causale tra la conformazione e lo stato di manutenzione del canale e il danno del tutto insindacabili in tale sede, a meno che il vizio non sia riconducibile alla omessa considerazione di un fatto dedotto ex art. 360 c.p.c., n. 5, tuttavia qui insussistente, oltre che non denunciato (Cass. Sez. 6 – 3, ordinanza n. 17335 del 03/07/2018; Cass., Sez. U., Sentenza n. 20412 del 12/10/2015).

14. Sotto il profilo della inammissibilità della operata mutatio libelli statuita dalla Corte, si osserva che la censura in ordine al rilievo operato ex officio è infondata, poiché il rilievo d’ufficio delle eccezioni in senso lato non è subordinato alla specifica e tempestiva allegazione della parte ed è ammissibile anche in appello, dovendosi ritenere sufficiente che i fatti risultino documentati “ex actis”, in quanto il regime delle eccezioni si pone in funzione del valore primario del processo, costituito dalla giustizia della decisione, che resterebbe tradito ove anche le questioni rilevabili d’ufficio fossero subordinate ai limiti preclusivi di allegazione e prova previsti per le eccezioni in senso stretto (Sez. U, Ordinanza interlocutoria n. 10531 del 07/05/2013; Sez. U, Sentenza n. 15661 del 27/07/2005).

15. In ogni caso, il diverso inquadramento della fattispecie nella norma regolatrice di cui all’art. 2043 c.c., dato dalla Corte territoriale con riferimento alla domanda originariamente introdotta, rispetto a quello dato dal giudice di primo grado (anche) con riferimento alle integrazioni successivamente allegate in corso di causa, non è di per sé in grado di far assumere come realizzata la violazione denunciata, inerente a un vizio di sussunzione della fattispecie entro la più generale fattispecie della responsabilità extracontrattuale, sì da comportare una errata applicazione della norma regolatrice della fattispecie.

16. Difatti, da un lato, la deduzione del vizio di violazione di legge in sede applicativa non determina, per ciò stesso, lo scrutinio della questione astrattamente evidenziata sul presupposto che l’accertamento fattuale operato dal giudice di merito giustifichi il rivendicato inquadramento normativo, occorrendo che l’accertamento fattuale, derivante dal vaglio probatorio, sia tale da doversene inferire la sussunzione nel senso auspicato dal ricorrente (Sez. U -, Sentenza n. 25573 del 12/11/2020).

17. Sotto questo profilo, però, vi è stata una valutazione del giudice che risulta insindacabile, trattandosi di una operazione di qualificazione che spetta al giudice del merito.

18. In materia di procedimento civile, l’applicazione del principio “iura novit curia”, di cui all’art. 113 c.p.c., comma 1, importa la possibilità per il giudice di assegnare una diversa qualificazione giuridica ai fatti ed ai rapporti dedotti in lite, nonché all’azione esercitata in causa, ricercando le norme giuridiche applicabili alla concreta fattispecie sottoposta al suo esame, potendo porre a fondamento della sua decisione principi di diritto diversi da quelli eventualmente richiamati dalle parti. Tale principio deve essere posto in immediata correlazione con il divieto di ultra o extra-petizione, di cui all’art. 112 c.p.c., in applicazione del quale è invece precluso al giudice pronunziare oltre i limiti della domanda e delle eccezioni proposte dalle parti, mutando i fatti costitutivi o quelli estintivi della pretesa, ovvero decidendo su questioni che non hanno formato oggetto del giudizio e non sono rilevabili d’ufficio, attribuendo un bene non richiesto o diverso da quello domandato (Cass. Sez. 2 -, Ordinanza n. 27998 del 31/10/2018; Sez. 3 -, Ordinanza n. 30607 del 27/11/2018; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 8645 del 09/04/2018).

19. Ed invero, nella censura si coglie velatamente anche questo aspetto, posto che si denuncia che l’indagine doveva portare il giudice sin dall’origine a dovere scrutinare la condotta sotto il profilo della responsabilità da omessa custodia, con inclusione dei fatti meglio delineati nelle memorie successive (errata progettazione delle opere di canalizzazione delle acque meteoriche).

20. Tuttavia, e ciò a prescindere dall’aspetto collegato all’ammissibilità o meno delle (nuove) allegazioni circa la inidoneità tecnica della opera idrica, ritenute non ammissibili dal giudice dell’impugnazione, nonché dal diverso inquadramento giuridico della vicenda, deve osservarsi che nella censura non è rappresentato quale sia l’interesse dei ricorrenti a denunciare una violazione di legge nell’inquadramento della fattispecie legale regolatrice posto che, sotto l’aspetto – di diritto sostanziale – della responsabilità del custode di cui all’art. 2051 c.c., considerata dal giudice di primo grado, l’istruttoria svolta ha inesorabilmente confermato l’eccezionalità degli eventi meteorici che hanno provocato l’esondazione di acque pluviali, in grado dunque di recidere il nesso causale tra fatto ed evento sotto ogni profilo di responsabilità considerato.

21. Difatti, anche qualora si volessero valutare i fatti in termini di responsabilità da custodia ex art. 2051 c.c., e non di responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c., coinvolgendo nell’indagine i fatti nuovi non ammessi dal giudice, deve osservarsi che ogni profilo di responsabilità collegato alla negligenza o alla omessa custodia viene meno a fronte di un evento considerato come eccezionale che, pertanto, integrerebbe la scriminante del caso fortuito prevista per la responsabilità da custodia, in quanto idonea ad interrompere il nesso causale tra fatto ed evento, con effetto esonerante valevole per ogni ipotesi e in grado di assorbire ogni ulteriore profilo collegato alla valutazione dell’adempimento o meno delle opere di manutenzione ordinaria o straordinaria cui erano rispettivamente tenuti i convenuti a diverso titolo (Comune e Comunità Montana), in relazione alla portata del fosso e agli interventi effettuati sull’opera (giudicati peraltro del tutto in regola all’epoca in cui erano stati eseguiti, anteriormente al 1994, se solo si considera che il tempo di ritorno dell’evento pluviometrico che ha causato l’esondazione era secolare e non paragonabile ai 50 anni previsti dalle leggi di allora).

22. Inoltre, pur considerando la censura come denuncia di un vizio processuale di errato rilievo di una mutatio libelli, e non di una semplice emendatio libelli, come suggerito dai ricorrenti là dove citano il precedente di cui a Cass. Sez. U, Sentenza n. 12310 del 15/06/2015 (superando in tal senso – come indicato da Sez. U, Sentenza n. 17931 del 24/07/2013 – l’eccezione opposta dai controricorrenti di avere i ricorrenti erroneamente denunciato sotto forma di vizio di legge sostanziale quello che in realtà è un vizio processuale), deve preliminarmente rilevarsi che la denuncia di vizi fondati sulla violazione di norme processuali non tutela l’interesse all’astratta regolarità dell’attività giudiziaria, ma garantisce solo l’eliminazione del pregiudizio subito dal diritto di difesa della parte in conseguenza della denunciata violazione; ne consegue che è inammissibile l’impugnazione con la quale si lamenti un mero vizio del processo, senza prospettare anche le ragioni per le quali l’erronea applicazione della regola processuale (nella specie, errata qualificazione della deduzione come mutatio libelli) abbia comportato, per la parte, una lesione del diritto di difesa o altro pregiudizio per la decisione di merito – (Cass. Sez. 3 -, Ordinanza n. 26419 del 20/11/2020; Sez. 1 -, Sentenza n. 23638 del 21/11/2016).

23. Difatti, anche sotto questo diverso profilo, prevale la considerazione, di ordine fattuale, operata da entrambi i giudici di merito e insindacabile in tale sede, circa l’essersi verificato un evento eccezionale in grado di spezzare il nesso causale tra fatto ed evento dannoso. Talché la decisione non sarebbe stata differente nell’uno e nell’altro caso e, dunque, non vi è un interesse concreto e attuale a far valere tale vizio processuale.

24. Con il secondo motivo si denuncia ex art. 360 c.p.c., n. 3 violazione o falsa applicazione di norme di diritto relazione agli artt. 2051 e 2697 c.c.

25. Il secondo motivo parimenti viola l’art. 366 c.p.c., n. 6, all’indicazione per i verbali alla nota 1 non si accompagna la localizzazione in questo giudizio e per il resto concordo.

26. Rileva osservare che le censure non si confrontano adeguatamente con una decisione in cui i giudici, prendendo spunto dalle osservazioni del CTU, hanno ritenuto che il livello di manutenzione ordinaria del fosso era da ritenersi accettabile all’epoca del fatto e che nessuno stampo in vetroresina o altro detrito appariva avere interferito con la capacità di deflusso del fosso, non esistendo quindi alcun nesso causale tra l’omessa inadeguata manutenzione delle opere di canalizzazione delle acque e l’evento di danno.

27. Sotto il profilo della errata prospettazione e valutazione delle prove nell’alveo dell’art. 2051 c.c., vale quanto sopra detto in maniera assorbente circa il rilievo dell’assenza di un nesso causale tra fatto e danno in ragione del carattere eccezionale delle precipitazioni, non in grado di essere contenute. Le tubazioni apposte alla fine del tratto tombinato, per quanto abbiano costituito una sorta di rete di cattura per il detrito trasportato dalle acque, non sono state ritenute la causa diretta dell’esondazione, riferita a un evento incontenibile ed eccezionale, né può avere valore il riscontro di omissioni manutentive indicate dal tecnico del Comune, nella relazione acquisita, posto che la Corte ha considerato che sul punto le prove per testi e la relazione del CTU hanno condotto ad esiti diversi.

28. Il motivo e’, dunque, inammissibile perché i ricorrenti formulano il motivo con una rilettura alternativa dei fatti e delle emergenze istruttorie di causa. Le censure sono infatti volte alla contestazione della valutazione del materiale probatorio, investendo, pertanto, un ambito riservato al giudice di merito il cui apprezzamento non è sindacabile in sede di giudizio di cassazione sotto il profilo della violazione o falsa applicazione di norme di diritto, posto che è rivolto a provocare un sindacato sulle conclusioni tratte dalla Corte d’appello con un percorso argomentativo immune di per sé da vizi logico-giuridici.

29. Soprattutto la censura si rende inammissibile là dove i ricorrenti mettono in questione la ricostruzione del nesso causale tra l’evento il danno, impingendo nel merito e sollecitando questa Corte ad una ricostruzione dei fatti in modo più appagante per le tesi dei ricorrenti (Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 4905 del 24/02/2020; Sez. 3, Sentenza n. 13066 del 05/06/2007).

30. Il sindacato di legittimità non può, di contro, essere diretto ad un riesame delle risultanze istruttorie, trovando, al riguardo, il potere discrezionale del giudice di merito l’unico limite nell’obbligo di indicare le ragioni del proprio convincimento, al di fuori delle censure di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 che si trasferiscono sull’esame della motivazione ovvero di violazione dell’art. 115 c.p.c. quando l’errore cade sul contenuto oggettivo della prova (Cass. Sez. 3 -, Sentenza n. 13395 del 29/05/2018; Cass. Sez. 3 -, Sentenza n. 9356 del 12/04/2017; Cass. Sez. U. 8053/2014; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 2000 del 10/07/1973).

31. Quanto alla denunciata violazione del precetto di cui all’art. 2697 c.c., censurabile per cassazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, essa è configurabile soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne era onerata secondo le regole di scomposizione delle fattispecie basate sulla differenza tra fatti costitutivi ed eccezioni e non invece laddove oggetto di censura sia la valutazione che il giudice abbia svolto delle prove proposte dalle parti – sindacabile, quest’ultima, in sede di legittimità, entro i ristretti limiti del “nuovo” art. 360 c.p.c., n. 5 – (Cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 18092 del 31/08/2020; Cass. Sez. 3 -, Sentenza n. 13395 del 29/05/2018; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 15107 del 17/06/2013).

32. Invero, l’asserita violazione dell’art. 2697 c.c. si rende inammissibile perché la denuncia non è svolta nei termini indicati dalla giurisprudenza in riferimento alla deduzione della violazione degli oneri probatori, bensì lamenta solamente l’erronea valutazione di risultanze istruttorie (sul modo di (Ndr: testo originale non comprensibile) violazione dell’art. 2683 c.c., Cass, sez. Un. n. 16598 del 2016 e cass. n. 26769 del 2018).

33. Con il terzo motivo si denuncia la violazione delle norme di diritto relazione all’art. 91 c.p.c. e ss. in punto di regolamento delle spese di lite ex art. 360 c.p.c., n. 3. Il motivo è inammissibile in quanto prospetta la necessità di regolare diversamente le spese del giudizio nell’eventualità dell’accoglimento del ricorso, e dunque si pone come un non motivo.

34. Conclusivamente il ricorso è inammissibile, con ogni conseguenza in ordine alle spese, che si liquidano in dispositivo ai sensi del D.M. n. 55 del 2014 a favore dei resistenti, oltre contributo unificato, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti alle spese, liquidate in Euro 7.300,00, in favore del Comune di Cecina, e in Euro 5.600,00 in favore delle controricorrenti Generali Italia s.p.a. e Unione Montana Alta Val di Cecina, oltre Euro 200,00 per spese, spese forfettarie al 15% e oneri di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma lo stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 25 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

 

 

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