Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39250 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. III, 10/12/2021, (ud. 25/06/2021, dep. 10/12/2021), n.39250

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – rel. Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 775-2019 proposto da:

C.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA OSLAVIA 30,

presso lo studio dell’avvocato FABRIZIO GIZZI, rappresentato e

difeso dall’avvocato CARLO ZAULI;

– ricorrente –

contro

B.A., CREDIT AGRICOLE CARIPARMA SPA, elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA OMBRONE, 14, presso lo studio dell’avvocato

GIUSEPPE CAPUTI, che li rappresenta e difende unitamente

all’avvocato ANTONIO CHRISTIAN FAGGELLA PELLEGRINO;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 2950/2018 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 30/11/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

25/06/2021 dal Consigliere Dott. FRANCESCA FIECCONI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Con atto notificato il 28/12/2018, C.L. propone ricorso per cassazione, affidato a 23 motivi, illustrati da successiva memoria, avverso la sentenza n. 2950/2018 della Corte d’Appello di Bologna, depositata il 30/11/2018 e notificata in data 6/12/2018. Con controricorso notificato il 5/2/2019 resiste Credit Agricole Cariparma s.p.a. (indicata nel ricorso come società incorporante per fusione avvenuta il 22 luglio 2018 della Cassa di Risparmio di Cesena s.p.a.). B.A., intimato, non ha svolto difese in questa sede.

2. Per quanto ancora rileva, C.L. conveniva dinanzi al Tribunale di Forlì, con due distinti atti di citazione, la Cassa di Risparmio di Cesena e B.A., per sentirli condannare al risarcimento dei danni subiti in conseguenza del furto occorsole in (OMISSIS), della somma di Euro 85.000,00 che aveva prelevato in contanti presso la sede centrale dell’istituto bancario convenuto. In particolare, l’attrice deduceva che si era rivolta al sig. B., direttore dell’agenzia bancaria di (OMISSIS) della Cassa di Risparmio di Cesena, per effettuare il prelievo della somma di Euro 145.000,00 e che il direttore le aveva consigliato di prelevare la somma in parte in contanti, per un importo di Euro 85.000,00 presso la sede centrale dell’istituto e, in parte, mediante l’emissione di assegni circolari; una volta effettuato il prelievo, mentre percorreva la via del ritorno con la sua autovettura e accompagnata dallo stesso direttore, subiva il furto della borsa contenente i contanti. Tanto premesso, l’attrice addebitava la responsabilità dell’evento all’istituto bancario per fatto del direttore di agenzia che l’aveva indotta a effettuare il prelievo in contanti, così di fatto agevolando l’evento delittuoso, sostenendo inoltre una non estraneità del medesimo al fatto. In conclusione, chiedeva la condanna dei convenuti al risarcimento dei danni subiti sia a titolo contrattuale che extracontrattuale, in via tra loro solidale. Si costituivano nei due giudizi, poi riuniti, i convenuti che proponevano domanda di condanna per lite temeraria ex art. 96 c.p.c. Il Tribunale di Forlì, riuniti i giudizi, rigettava sia le domande attoree che la domanda per lite temeraria avanzata dai convenuti. In particolare, il giudice riteneva di non accogliere la domanda attorea a motivo della genericità delle allegazioni a sostegno della domanda, nonché in quanto non suffragata da riscontri probatori.

3 Avverso la sentenza, la sig.ra C. ha proposto appello dinanzi alla Corte d’Appello di Bologna che, con la pronuncia in questa sede impugnata, ha confermato integralmente la decisione di prime cure. In specie, ha ritenuto di condividere la statuizione di assoluta genericità delle allegazioni poste dall’attrice a sostegno della domanda, per non avere la medesima specificato in cosa si sarebbe sostanziata l’inadempienza dei convenuti; inoltre, ha ritenuto l’atto introduttivo del giudizio di primo grado nullo in quanto carente del requisito di cui all’art. 163 c.p.c., n. 4. Vieppiù, ha ritenuto che non potesse configurarsi neppure in astratto una violazione contrattuale a carico della banca per aver consegnato alla cliente del denaro in contante anche perché tale modalità di consegna era prevista da una disposizione interna della Banca alla quale il direttore aveva dato corretta esecuzione. In relazione alla responsabilità aquiliana ha rilevato che l’attrice, nell’atto di citazione, non aveva indicato i profili di illiceità extracontrattuale nella condotta dei convenuti, della posizione soggettiva lesa e del nesso di causalità tra l’una e l’altra; e, quanto dedotto successivamente ad integrazione dell’atto di citazione costituiva un inammissibile mutamento della domanda. Parimenti, ha rigettato la domanda risarcitoria per lite temeraria riproposta in grado d’appello dagli appellati e ha condannato l’appellante alle spese del doppio grado di giudizio.

4. La trattazione del ricorso è stata fissata in sede di adunanza camerale ex art. 380-bis.1. c.p.c. Il P.M. non ha depositato conclusioni scritte, mentre C.L. ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Il Collegio ritiene opportuno, ai fini della migliore comprensione dello scrutinio dei motivi, riprodurre la motivazione della decisione impugnata – peraltro riprodotta nell’esposizione del fatto nel ricorso – che ha avuto il seguente tenore:

“L’appellante formula dodici motivi di impugnazione, aventi rispettivamente ad oggetto le seguenti censure: 1) statuita genericità delle allegazioni della C., 2) erroneità della valutazione delle deposizioni testimoniali, 3) erronea valutazione ai sensi degli artt. 1175,1176,1375 c.c. della condotta dei convenuti non improntata a cautela, 4) erronea esclusione del nesso di causalità tra la condotta del B. ed il danno subito, 5) omessa considerazione della violazione da parte dei convenuti delle norme in materia di antiriciclaggio, 6) omessa considerazione della violazione da parte dei convenuti della violazione delle norme dell’ordine pubblico interno ed internazionale, 7) omessa valutazione del comportamento del B. in occasione del furto, 8) mancata applicazione del principio del “più probabile che non”, in relazione al nesso causale tra la condotta dei convenuti ed il danno subito, 9) valutazione dei danni, 10) erronea regolazione delle spese in primo grado, 11) natura contrattuale ex extracontrattuale della responsabilità dei convenuti, 12) omesso espletamento di CTU.

In relazione al primo motivo, la Corte condivide la statuizione del primo giudice in ordine all’assoluta genericità delle allegazioni poste a sostegno della domanda di parte attrice.

Come condivisibilmente osservato dal primo giudice, sotto il profilo dell’asserita responsabilità contrattuale della Cassa di Risparmio e del suo agente B.A., C.L. non specifica in cosa si sarebbe sostanziata l’inadempienza dei convenuti/appellati.

Infatti, nell’atto introduttivo del giudizio C.L. al punto “B) La responsabilità civile della Banca convenuta “sostiene che “L’istituto risponde dell’operato di un suo dipendente vieppiù se lo stesso – come nella fattispecie – è il direttore sia pur di una filiale. Quanto accaduto, prescindendo dall’accertamento delle responsabilità penali, accadde esclusivamente per colpa di B.A.. Il suggerimento di effettuare una parte del pagamento in contanti fu insensato e costituì una classica ipotesi di abuso di confidenza, atteso che la parte, confidando sulla diligenza e perizia del direttore, si lasciò convincere ad operare in tal guisa. La somma doveva poi essere consegnata a C.L. presso la filiale e non certo presso la sede; tale fu l’evento scatenante e che rese possibile la sottrazione. Il tour in quel di Cesena – progettato dal direttore – è fatto del tutto inspiegabile ed irragionevole atteso che la parte aveva il conto presso la filiale e colà si doveva perfezionare ogni operazione. Peraltro, acquistando un bene dalla sorella per il reale valore, non v’era ragione alcuna di movimentare del contante bensì il consiglio più idoneo era quello di bonificare la somma da un conto all’altro od al più di confezionare degli assegni circolari. Vi fu… un’oggettiva agevolazione dell’evento delittuoso sicché, a titolo di responsabilità civile, sia contrattuale sia extracontrattuale non potrà non risponderne integralmente l’istituto… Suggerire un’operazione in contanti e -poi – girolzolare per Cesena, è un assurdo di cui non può non rispondere chi ha provocato questa situazione, captando la confidenza di una cliente che non aveva ragione di non fare affidamento sul direttore di sede.”

La genericità della domanda ex art. 163 c.p.c., n. 4, non sanata ai sensi e con le modalità di cui all’art. 164 c.p.c., commi 4 e 5 non è sanabile con gli atti successivi, per cui la domanda va inevitabilmente rigettata in quanto nulla.

Ad abundantiam, la Corte rileva che C.L. nulla dice di più specifico e determinato neppure nella memoria depositata il 14/12/2007, nella quale all’eccezione di nullità della domanda sollevata da controparte, si limita sic et simpliciter a riportarsi alla “comparsa di risposta articolata in ben 12 pagine”.

Avuto pertanto riguardo ai predetti fatti, quali esposti in atto di citazione introduttivo del primo grado, ritiene questa Corte che non sia nemmeno in astratto configurabile una violazione contrattuale a carico della banca per avere consegnato al cliente del denaro contante (indipendentemente dal fatto che ciò sia avvenuto su richiesta del medesimo o dietro suggerimento del dipendente dell’istituto, ovvero presso la sede centrale dell’istituto invece che presso l’agenzia di riferimento del correntista); nel caso di specie, inoltre, è incontestato che la modalità di consegna in contanti a favore dell’appellante era prevista da una disposizione interna della banca cui il B. aveva dato corretta esecuzione.

Quanto all’eventuale responsabilità aquiliana, ancora più evidente è l’assenza, nell’atto di citazione, della doverosa indicazione dei profili di illiceità extracontrattuale nella condotta dei convenuti, della posizione soggettiva asseritamente lesa e del nesso di causalità tra l’una e l’altra.

Ciò posto, ogni altro specifico profilo di inadempimento (contrattuale o extracontrattuale) dedotto successivamente all’atto di citazione è inammissibile, perché integra, in relazione agli elementi costitutivi della domanda risarcitoria, un inammissibile mutamento della stessa, estraneo alle finalità ed alle modalità di cui sensi all’art. 164 c.p.c., commi 4 e 5 (come nel caso di specie). Ne consegue l’infondatezza del primo motivo di appello, con assorbimento degli altri motivi, in quanto presupponenti la specificità, esclusa invece per le ragioni dianzi esposte, degli elementi costitutivi della domanda (2, 3, 4, 7, 8, 9, 11, 12 motivo), aventi ad oggetto circostanze tardivamente introdotte (5 e 6 motivo), subordinati all’accoglimento dell’appello (10 motivo).

Con unico motivo di appello incidentale, la Cassa di Risparmio di Cesena e B.A. si dolgono che il primo giudice non ha accolto la loro domanda di condanna ex art. 96 c.p.c. dell’attrice C.L..

Tale doglianza è infondata in quanto, come già rilevato dal primo giudice, la domanda risarcitoria per lite temeraria risulta inammissibile non avendo i convenuti in primo grado né allegato specificamente né provato il danno asseritamente subito.

Al rigetto dell’appello consegue la condanna dell’appellante al pagamento delle spese del grado in favore degli appellati nella misura indicata in dispositivo”.

2. Con il motivo rubricato “I)” si denuncia “ex art. 360, n. 4: Violazione dell’art. 167 c.p.c. in tema di determinatezza della domanda e nullità del procedimento e della sentenza per error in procedendo non osservandosi che il FATTO era ben esposto”. La ricorrente – dopo avere osservato che la nullità dell’atto di citazione per violazione dell’art. 163 c.p.c., nn. 4 e 5 si verificherebbe solo quando è del tutto generica l’indicazione “dei presupposti dell’azione” e “quando il fatto (non il diritto) non risulta esposto” rilevando la nullità dell’atto di citazione per violazione dell’art. 163 c.p.c., nn. 4 e 5 – procede a richiamare il fatto esposto a carico della banca, asserendo che esso era eguale a quello indicato contro il B. e, quindi, dall’ultimo rigo della pag. 29 sino alle prime cinque della pag. 33 procede a quella che sembra la riproduzione di un atto che non identifica. Quindi, del tutto lapidariamente dice che “la decisione è nulla perché il fatto fu ben esposto”.

3. Il motivo è inammissibile per plurime ragioni.

4. In primo luogo, non si indica la motivazione alla cui censura esso si correlerebbe, così delegandosi questo Collegio a ricercarla, il che è in manifesta contraddizione con la logica di un motivo di impugnazione, la quale impone di individuare l’oggetto della critica.

5. In secondo luogo, supponendo superabile tale rilievo, non si indica l’atto dalla cui riproduzione dovrebbe evincersi la denunciata violazione e nemmeno lo si localizza in questo giudizio di legittimità, astenendosi la ricorrente, anche nella complessiva struttura del ricorso, dall’indicare se e dove l’abbia prodotto in questo giudizio di legittimità ed in alternativa – come ammette Cass., Sez. Un., n. 22726 del 2011 dall’indicarlo (indicazione che lo avrebbe esentato dall’onere di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, ma che era necessaria al fine di ottemperare all’art. 366, n. 6) come presente nel fascicolo d’ufficio del giudizio di primo grado eventualmente acquisito e presente nel fascicolo d’ufficio di appello.

6. In terzo luogo, la norma la cui violazione è evocata nella intestazione del motivo, ovvero l’art. 167 c.p.c., non si comprende come possa essere pertinente con la scarna illustrazione del motivo, dato che concerne la citazione di primo grado.

7. In quarto luogo, il motivo risulta del tutto carente del come e del perché in quanto riportato quello che si dice “il fatto” ai fini della “determinatezza della domanda” sarebbe stato riportato ed è carente di attività argomentativa in iure esplicativa di che cosa si intenda per nullità della citazione, il cui paradigma normativo, peraltro, è rappresentato dall’art. 164 c.p.c. e non dall’art. 163, nn. 4 e 5.

8. Infine, se fossero superabili le indicate ragioni di inammissibilità, desunte esclusivamente sotto il profilo del c.d. contenuto-forma del motivo, il Collegio ipotizzando che ciò che si riproduce fosse la citazione e che ciò di cui ci si lamenta sia che il giudice di appello abbia ritenuto nulla la domanda proposta con i due atti di citazione di primo grado – dovrebbe rilevare un’ulteriore ragione di inammissibilità emergente dalla lettura della sentenza: essa, dopo avere riferito che il primo giudice aveva rilevato l’assoluta genericità delle allegazioni poste a sostegno della domanda, specificando la ragione di tale avviso, e dopo avere riferito che la qui ricorrente aveva appellato con un primo motivo, censurante “la statuita genericità delle allegazioni della C.”, si è sul primo motivo dichiarando di confermare la statuizione del primo giudice in ordine “all’assoluta genericità delle allegazioni poste a sostegno della domanda di parte attrice”. E’ vero che, dopo avere riferito il contenuto dell’atto di citazione, ha detto che “la genericità della domanda ex art. 164 c.p.c., n. 4, non sanata ai sensi e con le modalità di cui all’art. 164 c.p.c., commi 4 e 5 non è sanabile con gli atti successivi, per cui la domanda va inevitabilmente rigettata in quanto nulla”: senonché tale enunciazione non costituisce la ratio decidendi, bensì rappresenta un’argomentazione astratta sulle conseguenze della proposizione di una domanda nulla non seguita da attività integrativa.

9. Successivamente a tale enunciazione l’ultima proposizione della pagina 6 della sentenza e la prima proposizione della pagina successiva fanno invece seguire ed esprimono un rigetto del motivo di appello nel merito, che non risulta escluso neppure dalla finale allusione nel senso che ” (riportare seconda proposizione della pag. 7) In relazione al primo motivo, la Corte condivide la statuizione del primo giudice in ordine all’assoluta genericità delle allegazioni poste a sostegno della domanda di parte attrice.”: si tratta sempre di affermazione espressa in senso generico.

10. Sicché, non è possibile cogliere nella decisione una statuizione con cui si sia affermata la nullità delle due citazioni. Tale affermazione avrebbe supposto l’esplicitazione di una correzione della motivazione della sentenza di primo grado, la quale non aveva affatto dichiarato nulle le citazioni, ma pronunciato nel merito e, peraltro, dopo avere dato corso all’istruzione. Ma tale esplicitazione non vi e’.

11. L’esegesi della motivazione, d’altro canto, non può essere diversa anche considerando che parte ricorrente nessuna indicazione specifica del contenuto del primo motivo di appello ha fornito.

12. Con il motivo “II” si denuncia “ex art. 360, n. 4: Violazione dell’art. 167 c.p.c. in tema di determinatezza della domanda e nullità del procedimento e della sentenza con riferimento all’individuazione dell’an.

13. Si assume che la prima violazione si avrebbe quando risulti del tutto generico il riferimento al petitum e che l’assenza totale di riferimenti ad azioni che trovino in una norma il riconoscimento di una pretesa giuridica non si avrebbe neanche nel caso in cui sia individuabile, nel corpo dell’atto e delle conclusioni, una pretesa in termini generici ovvero priva delle norme di riferimento. Neanche la non corretta indicazione delle norme di riferimento, infatti, determinerebbe l’automatica applicazione delle norme citate, ed il giudice di merito non potrebbe sbarazzarsi del problema posto da una domanda formulata in termini ambigui, semplicemente ritenendola non proposta.

14. Il motivo merita le stesse valutazioni di inammissibilità formulate per il primo.

15. Con il motivo “III” si denuncia “ex art. 360, n. 4: Violazione dell’art. 167 c.p.c. in tema di determinatezza della domanda e nullità del procedimento e della sentenza per error in procedendo in relazione all’art. 164 c.p.c.”. Il giudice sarebbe incorso in un duplice errore di diritto. In primo luogo, il contenuto dei due atti di citazione con i quali sono stati incardinati i due processi contro la banca e il direttore di filiale, poi riuniti, sarebbero stati caratterizzati sia da una corretta esposizione dei fatti sia dall’individuazione della causa petendi. In secondo luogo, il giudice non avrebbe concesso, nel corso del giudizio di primo grado, il termine per integrare la domanda ex art. 164 c.p.c., comma 5, e, secondo la giurisprudenza di legittimità, ove il giudice non faccia ciò non potrà ritenere la domanda “non proposta”, ma dovrà interpretarla e qualificarla alla luce del compressivo tenore dell’atto di citazione.

16. Anche questo motivo presenta le ragioni di inammissibilità del primo. L’evocazione dell’art. 164, se si procede alla lettura della sentenza, non è pertinente, dato che, come detto a proposito del primo motivo, la sentenza impugnata non ha rigettato il primo motivo reputando nulla la citazione e correggendo in tal senso la motivazione del primo giudice, ma ne ha confermato il rigetto nel merito.

17. Con il motivo “IV” si denuncia “ex art. 360, n. 3: In ogni caso, ed in subordine, la violazione dell’art. 163 c.p.c., nn. 4 e 5”. Per le considerazioni che precedono, la ricorrente propone nei termini di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’art. 163 c.p.c., comma 5, per non avere il giudice di primo grado concesso il termine per l’integrazione dell’atto introduttivo del giudizio e, comunque, per non aver proceduto alla qualificazione della domanda.

18. Ferma sempre la carenza di osservanza dell’art. 366 c.p.c., n. 6 e previo rilievo che si denuncia la violazione dell’art. 163, nn. 4 e 5 e poi si allude nella prima parte del motivo alla violazione dell’art. 164, comma 5, per mancata concessione del temine, si rileva che il motivo non considera che il primo giudice non ha dichiarato la nullità della domande e, dunque, non può avere omesso di concedere il termine per integrare le citazioni, che la ricorrente non aveva dedotto con l’appello tale mancata concessione e che, lo si ribadisce nuovamente, lo stesso giudice di appello non ha sovrapposto al rigetto nel merito uno per nullità delle citazioni. La prima notazione rende anche prive di pertinenza le considerazioni, peraltro del tutto assertorie, svolte nell’ultima proposizione della pagina 38 e nella pag. 39.

19. Con il motivo “V” si denuncia “nullità della sentenza per non aver considerato che le conclusioni erano in entrambe le cause specifiche e puntuali (artt. 163, 16 e 189 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4)”. Nell’atto di citazione sarebbero stati esposti i fatti, chiarita la causa petendi e puntualizzate le conclusioni, per cui il giudice non avrebbe potuto imputarle un deficit di certezza.

20. Anche in tal caso, in disparte il rilievo che la specificità della precisazione delle conclusioni non si dice nemmeno in che termini sarebbe stata negata dal giudice d’appello ed anzi in che termini sarebbe stata considerata, manet alta mente repostum quale motivazione si intende censurare.

21. Con il motivo “VI” si denuncia “ex art. 360 c.p.c., n. 4: nullità della sentenza (art. 360 c.p.c., n. 4) in relazione all’art. 112 c.p.c. per non aver considerato la domanda nella sua integrità e tenuto conto della sanatoria”. La Corte d’Appello non avrebbe motivato sulla possibilità di sanare i vizi relativi alla vocatio in ius attesa l’avvenuta costituzione dei convenuti.

22. Una volta escluso che la Corte territoriale abbia ritenuto nulle le citazioni e di tale nullità abbia fatto la ratio del rigetto del primo motivo di appello, il motivo risulta prospettare una questione non pertinente con la decisione. Nessuna violazione dell’art. 112 c.p.c. vi è stata, dato che la corte ha pronunciato sulla domanda.

23. Con il motivo “VII” (da p. 45) si denuncia “ex art. 360 c.p.c., n. 3: Violazione, in ogni caso degli art. 1218 e 1175 c.c.; la responsabilità del direttore di banca”. La sentenza viene censurata nella parte in cui ha escluso la responsabilità contrattuale del direttore della Banca. Invero, nell’esecuzione di operazioni di conto corrente, la Banca avrebbe un obbligo professionale di protezione nei confronti di tutti i soggetti interessati al buon fine delle operazioni e, dunque, dovrebbe agire al fine di preservare l’integrità patrimoniale del cliente. Nel caso di specie, la Banca e il direttore avrebbero agito in totale spregio delle specifiche regole di cautela, in particolare, il secondo avrebbe indotto la correntista a non emettere assegni bancari e/o circolari, ma a optare per il prelievo in contanti delle somme, assumendo personalmente il rischio dell’operazione. Inoltre, non avrebbe fornito la prova liberatoria di aver posto in essere tutte le cautele necessarie al fine di garantire la sicurezza dei risparmi della cliente.

24. Il motivo non denuncia vizi in iure, argomentandoli dopo una serie di valutazioni di circostanze fattuali riguardo alle quali si omette di rispettare l’art. 366 c.p.c., n. 6 sotto il profilo dell’onere di indicare se e dove esse risulterebbero introdotte nel giudizio di merito e dove potrebbero essere esaminate in questa sede i (non indicati) atti in cui l’introduzione era avvenuta. Inoltre, ma lo si rileva ad abundantiam, svolge considerazioni che sollecitano una valutazione della quaestio facti al di fuori dei limiti in cui questa Corte può essere chiamata a controllarla.

25. Con il motivo nuovamente indicato come “VII” (da p. 50) si denuncia “ex art. 360, n. 3: violazione di legge per non aver ritenuto sanata la nullità e/o comunque non eccepibile in ragione delle difese adottate avuto riguardo ai diritti costituzionali e fondamentali (artt. 3,24,111 Cost. e art. 47 Carta di Nizza ex per multis)”. La sentenza sarebbe errata in quanto la valutazione di nullità della citazione è illogica e viola i diritti costituzionali.

26. Una volta escluso che la sentenza abbia rigettato la domanda in rito per la nullità delle citazioni, il motivo è inammissibile perché censura una ratio inesistente e ciò al di là del suo carattere assolutamente assertorio.

27. Con il motivo “VIII” si denuncia “ex art. 360, n. 3: Violazione dell’art. 1175 e 2049 c.c., la responsabilità della banca”. La Banca avrebbe dovuto rispondere ex art. 2049 c.c. per il fatto del suo dipendente. Infatti, risulterebbe provato e incontestato il fatto che la stessa abbia autorizzato il direttore ad effettuare il prelievo in contanti, nonostante non ve ne fosse l’esigenza.

28. Il motivo merita le stesse valutazioni di inammissibilità di cui al motivo VII esposto dalla p. 45: omette il rispetto dell’art. 366, n. 6 e comunque argomenta, peraltro, in modo assertorio, sui fatti riguardo ai quali non ha fornito l’indicazione specifica.

29. Con il motivo “IX” si denuncia “erronea applicazione dei principi elaborati dalla giurisprudenza in tema di nesso causale (art. 360 c.p.c., n. 3 in relazione agli artt. 1223 c.c. nonché artt. 40 e 41 c.p.)”. Nel caso di specie, sarebbe stata provata sia la responsabilità contrattuale che extracontrattuale del direttore e, di conseguenza della banca. In particolare, attraverso le allegazioni e i documenti depositati, nonché sulla base della ctp.

30. In merito, valgono le stesse considerazioni esposte per il motivo precedente.

31. Con il motivo “X” si denuncia “ex art. 360, n. 3: l’erronea applicazione dei principi artt. 163,112 e 183 c.p.c.” per non avere la Corte d’Appello inquadrato correttamente la domanda, nonché per avere del tutto omesso la pronuncia sulla dedotta responsabilità extracontrattuale.

32. Il motivo viola l’art. 366 c.p.c., n. 6 in quanto non si indicano, anche solo succintamente, i passi degli atti processuali che evidenzierebbero l’erroneo inquadramento della domanda, particolarmente quanto ai due atti introduttivi di primo grado.

33. Va ricordato che in tema di ricorso per cassazione, l’esercizio del potere di esame diretto degli atti del giudizio di merito, riconosciuto alla S.C. ove sia denunciato un “error in procedendo”, presuppone l’ammissibilità del motivo, ossia che la parte riporti in ricorso, nel rispetto del principio di autosufficienza, di cui l’art. 366 c.p.c., n. 6 è il precipitato normativo, gli elementi ed i riferimenti che consentono di individuare, nei suoi termini esatti e non genericamente, il vizio suddetto, così da consentire alla Corte di effettuare il controllo sul corretto svolgimento dell'”iter” processuale senza compiere generali verifiche degli atti. (cfr. Cass. Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 23834 del 25/09/2019; Sez. U, Sentenza n. 28336 del 22/12/2011).

34. Le carenze di indicazione degli atti processuali che dovrebbero evidenziare le due censure proposte rendono il motivo inammissibile, i quanto dovrebbe questa Corte procedere, con impropria sostituzione della ricorrente, ad individuare che cosa in essi potrebbe supportarle. Del resto, con riferimento alla seconda censura, quella di omessa pronuncia, va ricordato, che la coerenza fra domanda di parte e pronuncia giudiziale, difatti, non va intesa in senso di specularità fra l’una e l’altra, ma nei termini di compatibilità fra la domanda non esaminata e la decisione assunta, sulla base del principio per cui: “ad integrare gli estremi del vizio di omessa pronuncia non basta la mancanza di un’espressa statuizione del giudice, ma è necessario che sia stato completamente omesso il provvedimento che si palesa indispensabile alla soluzione del caso concreto: ciò non si verifica quando la decisione adottata comporti la reiezione della pretesa fatta valere dalla parte, anche se manchi in proposito una specifica argomentazione, dovendo ravvisarsi una statuizione implicita di rigetto quando la pretesa avanzata col capo di domanda non espressamente esaminato risulti incompatibile con l’impostazione logico-giuridica della pronuncia (cfr. Cass. n. 20311/2011; Cass. 17956/2015, Cass. 16147/2017).

35. Con il motivo “XI” si denuncia “ex art. 360, n. 4: in ogni caso l’omessa motivazione circa la responsabilità contrattuale delle due controparti e la nullità della sentenza”. La sentenza sarebbe del tutto carente di motivazione e disancorata da argomenti giuridici.

36. Il motivo non indica la norma dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, ma, pur supponendo che intenda dedurre la violazione di detto paradigma, pretende di censurare una motivazione come omessa tralasciando di considerare che essa esordisce con l’inciso “avuto pertanto riguardo ai predetti fatti, etc.”, cioè a quanto esposto nella citazione e prima riportato dalla sentenza impugnata e, dunque, non considera la motivazione nel suo complesso. Non solo: a pag. 57 esprime assertoriamente affermazioni di sussistenza della responsabilità in relazione “a leggi specifiche riportate nei precedenti motivi di appello”, il che evidentemente, a parte la genericità della deduzione, è del tutto estraneo al vizio che si denuncia.

37. Con il motivo “XII” si denuncia “ex art. 360, n. 4: l’omessa motivazione circa la responsabilità extracontrattuale di entrambe le controparti”. Con il quarto motivo di appello sarebbero stati evidenziati gli elementi dolosi e colposi caratterizzanti le condotte del direttore e dell’istituto che venivano poste a fondamento sia della loro responsabilità contrattuale che extracontrattuale. Tuttavia, il giudice non si sarebbe pronunciato sulla responsabilità aquiliana.

38. Il motivo si fonda sul quarto motivo di appello, ma non ne fornisce l’indicazione specifica ai sensi dell’art. 366, n. 6 per consentire di individuare che cosa esso devolvesse. Inoltre, fa riferimenti a circostanze riguardo alle quali non si dice se e dove fossero state introdotte nel giudizio di merito.

39. Con il motivo “XIII” si denuncia “ex art. 360, n. 4. La questione della consulenza tecnica: la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e l’omessa pronuncia della Corte d’Appello: la tesi del dolo del B.”. Sia il giudice di primo grado che d’appello avrebbero violato le norme in epigrafe per non avere dato ingresso alla ctu. Inoltre, l’esistenza della perizia di parte costituirebbe piena prova della possibilità che il direttore passò la valigetta al ladro e, sul punto, i convenuti non hanno svolto alcuna contestazione. La mancanza di specifica contestazione costituiva motivo di appello sul quale, tuttavia, il giudice avrebbe omesso di pronunciarsi.

40. Il motivo viola l’art. 366 c.p.c., n. 6. Sul punto la Corte d’appello ha ritenuto inammissibile il motivo in ragione della sua genericità. Nella censura de qua non viene però riportato né dove sia stata fatta l’istanza di ammissione di CTU nei due giudizi di merito, né se vi sia stato un provvedimento di rigetto da parte del giudice di primo grado e di secondo grado. Quanto alla mancata contestazione circa l’ampiezza del foro aperto all’interno dell’autovettura e la possibilità che un terzo potesse con la sola introduzione di una mano sottrarre la valigetta con il contante, non si riporta il passo in cui sia stato dedotto tale specifico fatto, né le argomentazioni del CT di parte, e neppure dove possa arguirsi la mancata contestazione di dette circostanze dalle difese della controparte.

41. Con il motivo “XIV” si denuncia “nullità della sentenza (art. 360 c.p.c., n. 4) in relazione agli artt. 1223 c.c. nonché artt. 2056 e 2059 c.c.”. Con il nono motivo l’appellante avrebbe dedotto il quantum dei danni subiti; su di esso, tuttavia, la Corte avrebbe omesso di pronunciarsi.

42. Il motivo non considera che la Corte territoriale ha ritenuti assorbiti i motivi diversi dal primo e, dunque, bisognava argomentare l’erroneità dell’assorbimento e non sostenere la mancanza di motivazione.

43. Con il motivo “XV” si denuncia “nullità della sentenza per totale carenza motivazionale sul quarto motivo (art. 360 c.p.c., n. 4 in relazione agli artt. 1223 e 2056 c.c.) definito in sentenza tardivo”. Con il quarto motivo l’appellante deduceva la sussistenza del nesso causale tra la condotta del direttore e il furto; anche su di esso, tuttavia, la Corte avrebbe omesso di pronunciarsi.

44. Il motivo non considera che la Corte territoriale ha ritenuto assorbiti i motivi diversi dal primo e, dunque, bisognava argomentare l’erroneità dell’assorbimento e non sostenere la mancanza di motivazione.

45. Con il motivo “XVI” si denuncia “nullità della sentenza per totale carenza motivazionale sul sesto motivo”. Con il sesto motivo l’appellante lamentava la violazione della normativa antiriciclaggio, questione deducibile anche in appello, trattandosi di mera difesa. Viene denunciato che nemmeno su tale motivo il giudice di secondo grado si sarebbe pronunciato.

46. Il motivo non considera che la Corte territoriale ha ritenuto assorbiti i motivi diversi dal primo e, dunque, bisognava argomentare l’erroneità dell’assorbimento e non sostenere la mancanza di motivazione.

47. Con il motivo rubricato “XVII”, la ricorrente denuncia la violazione degli artt. 91,92 e 96 c.p.c. per avere la Corte distrettuale omesso di pronunciarsi sul decimo motivo di appello, con il quale si censurava la condanna alle spese di lite disposta in prime cure.

48. Il motivo è inammissibile in quanto non si confronta con la ratio della decisione assunta. Sul punto la Corte d’appello ha ritenuto che il motivo fosse subordinato all’accoglimento dell’appello e, dunque, fosse rimasto assorbito, come gli altri, dal rigetto dell’appello relativamente al primo motivo riguardante la statuita nullità della citazione. Non si tratta, pertanto, di un’omessa decisione sul punto: la ricorrente avrebbe dovuto impugnare l’affermazione del nesso di subordinazione.

49. Inoltre, non si indica se e dove sia stato prodotto l’atto di appello e, dunque, il motivo viola l’art. 366, n. 6. In chiusura del ricorso è detto che si produce il fascicolo dei precedenti gradi, ma non viene indicata la presenza in esso dell’appello e nemmeno si dice di voler fare riferimento alla presenza nel fascicolo d’ufficio. Peraltro, il motivo, là dove sollecitava l’ingiustizia della condanna alle spese come risultato dell’accoglimento dell’appello era un “non motivo”. Là dove sollecitava la mancanza di compensazione nonostante l’esistenza di giusti motivi, sconta la violazione della citata norma (non avendo la sentenza provveduto al riguardo, ma non essendo verificabile se doveva provvedere).

50. Con il motivo “XVIII” si denuncia “violazione di legge (art. 360 c.p.c.) per omessa considerazione della soccombenza maggiore della banca e di B. rispetto a C.L.”. I convenuti avrebbero dovuto essere ritenuti maggiormente soccombenti, in relazione alla condanna alle spese, in quanto erano state rigettate le domande proposte dai medesimi per lite temeraria per Euro 100.000,00 ciascuno, mentre l’attrice aveva domandato una somma inferiore.

51. Con il motivo “XIX” si denuncia “nullità della sentenza per non aver statuito sulla compensazione delle spese della fase d’appello (art. 360 c.p.c., n. 4 in relazione all’art. 92 c.p.c.)”. La Corte d’Appello avrebbe dovuto compensare le spese di lite o, comunque, motivare la mancata compensazione.

52. Con il motivo “XX” si denuncia “violazione di legge ex art. 360 c.p.c., n. 3 in relazione all’art. 92 c.p.c.”. La Corte d’Appello avrebbe dovuto compensare le spese attesa la soccombenza reciproca tra le parti.

53. Con il motivo “XXI” si denuncia “nullità della sentenza (art. 360 c.p.c., n. 4 in relazione agli artt. 91 e 92 c.p.c.). Il GO di prime cure condannò C.L. a pagare 10.000,00 Euro oltre ad accessori a vantaggio sia di B.A. sia della banca. La questione, pur proposta, non è stata esaminata. Sussiste nullità della sentenza”.

54. Con il motivo “XXII” si denuncia “nullità della sentenza (art. 360 c.p.c., n. 4 in relazione agli artt. 91 c.p.c.). La questione è quella sopra citata. Due parti difese da un unico avvocato non possono rivendicare le spese di lite in misura doppia. La liquidazione, vieppiù quando come nel caso di specie le posizioni erano similari, pare debba essere unica maggiorata al più del 20%. E la maggiorazione già esisteva. Peraltro sul punto la controparte pare acquiescente.”.

55. I motivi (da “XVIII” a “XXII”) denunciano, sotto vari profili, la sentenza per avere condannato l’attrice alle spese in misura integrale, nonostante la soccombenza dei convenuti fosse “maggiore”, atteso il rigetto dell’appello incidentale e della domanda ex art. 96 c.p.c.

56. In merito si rammenta che in tema di spese processuali, la facoltà di disporne – la compensazione tra le parti rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, il quale non è tenuto a dare ragione con una espressa motivazione del mancato uso di tale sua facoltà, con la conseguenza che la pronuncia di condanna alle spese, anche se adottata senza prendere in esame l’eventualità di una compensazione, non può essere censurata in cassazione, neppure sotto il profilo della mancanza di motivazione (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 11329 del 26/04/2019; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 7607 del 31/03/2006; Cass. Sez. U, Sentenza n. 14989 del 15/07/2005).

56.1. Anche il rigetto dell’istanza ex art. 96 c.p.c. non poteva dar luogo di per sé, ad alcuna compensazione, in quanto non configura una ipotesi di soccombenza reciproca. Sul punto, merita riportare il passo motivazionale della pronuncia Cass., Sez. 6 – 3, n. 11792 del 15/5/2018, secondo cui “stante la natura meramente accessoria della domanda ex art. 96 c.p.c. rispetto all’effettivo tema di lite cui va rapportata la verifica della soccombenza (domanda che presuppone, quale condizione necessaria – anche se non sufficiente – per il suo accoglimento, proprio il riconoscimento della soccombenza integrale della parte cui si attribuisce l’illecito processuale), nel caso – come quello all’esame – di rigetto della domanda ex art. 96 c.p.c. proposta dagli appellati e di rigetto dell’appello (con conseguente conferma del rigetto della domanda proposta in primo grado dagli appellanti) non dà luogo ad una ipotesi di pluralità di domande effettivamente contrapposte idonea a determinare la soccombenza reciproca sulla quale fondare la compensazione delle spese di lite di secondo grado”.

57. Per il resto, il XX motivo resta assorbito, mentre i motivi XXI e XXII non dicono se e dove la questione della doppia condanna era stata prospettata.

58. Quanto alla memoria della ricorrente depositata ex art. 380 bis c.p.c., si rammenta che la memoria de qua non può contenere nuove censure, ma solo illustrare quelle già proposte (ex multis, Cass. Sez. 3 Ordinanza n. 17893 del 27 agosto 2020; Sez. 2, Sentenza n. 24007 del 12/10/2017, Rv. 645587 – 01; Sez. 1 -, Sentenza n. 26332 del 20/12/2016, Rv. 642766 – 01; Sez. U, Sentenza n. 11097 Ric. 2018 n. 01936 sez. M3 ud. 04-06-2020 -7- del 15/05/2006, Rv. 588613 – 01; e così già, significativamente, Sez. 2, Sentenza n. 1942 del 19/07/1962, Rv. 253046 – 01). Pertanto, per quanto essa reiteri, cercando di rafforzarli, i plurimi motivi sopra scrutinati, non può rilevare quanto alle nuove allegazioni che dovrebbero integrare le lacune dei motivi.

59. Conclusivamente il ricorso va dichiarato inammissibile, con ogni conseguenza in ordine alle spese, liquidate come di seguito sulla base delle tariffe vigenti, oltre il raddoppio del contributo unificato, se dovuto.

PQM

La Corte, dichiara l’inammissibilità del ricorso; condanna la ricorrente alle spese, liquidate in Euro 5.600,00 a favore dei controricorrenti, oltre Euro 200,00 per esborsi, 15% di spese forfetarie e ulteriori oneri di legge;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 25 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA