Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39247 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. III, 10/12/2021, (ud. 24/06/2021, dep. 10/12/2021), n.39247

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SESTINI Danilo – Presidente –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6303-2018 proposto da:

T.O., rappresentata e difesa dall’avvocato ALBERTO SPANU,

ed elettivamente domiciliata presso lo studio del medesimo Pec.

albertospanu.avvocato.it;

– ricorrente –

contro

M.G. rappresentato e difeso dall’avvocato Gianni

Pinna, ed elettivamente domiciliato in Roma presso lo studio

dell’avvocato Giovanni Maria Deiana, via Monte Zebio 19

Pec: avv.gianni.pinna.onepec.it,

giovannimariadeiana.ordineavvocatiroma.org;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 388/2017 della CORTE D’APPELLO SEZ.DIST. DI di

SASSARI, depositata il 16/10/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

24/06/2021 dal Consigliere Dott. ANNA MOSCARINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. T.O., con atto di citazione del 14/7/2006, assumendo di non aver più interesse a conservare la comunione su una unità immobiliare sita a (OMISSIS), convenne davanti al Tribunale di Tempio Pusania M.G. (già suo coniuge), P.F. e B.E. per sentir pronunciare lo scioglimento della comunione. M.G., costituendosi in giudizio, svolse domanda riconvenzionale con la quale, pur aderendo alla domanda di divisione, si dichiarò creditore dell’attrice per avere, a sue spese e con proventi risultanti dalla sua attività professionale, provveduto all’acquisto del terreno e alla edificazione dell’immobile. A base di tale domanda depositò in copia un’ampia serie di documenti riproducenti fatture, assegni, etc., la cui conformità agli originali venne disconosciuta dalla T..

2. Il Tribunale adito, stralciata ogni questione afferente la divisione del bene comune, qualificò la domanda riconvenzionale del M. quale domanda di arricchimento senza causa ai sensi dell’art. 2041 c.c., ritenne che la stessa non fosse provata e la rigettò.

3. Il M. propose appello contestando la violazione dell’art. 2697 c.c., e non mosse alcuna critica sulla qualificazione della domanda ai sensi dell’art. 2041 c.c..

La Corte d’Appello di Cagliari, sez. distascc. Di Sassari, con sentenza n. 388 del 16/10/2017, ha parzialmente accolto l’appello ritenendo, per quanto ancora qui di interesse, che il M. avesse agito quale mandatario degli altri partecipi alla comunione o quale utile gestore nel loro interesse, di guisa che la qualificazione della domanda ai sensi dell’art. 2041 c.c. operata dal primo giudice doveva essere modificata, e che il medesimo avesse almeno in parte assolto all’onere probatorio su di esso incombente attraverso matrici di assegni ed estratti conto, riferibili alla costruzione del fabbricato, per un importo di Euro 54.654,49, a lui spettanti nella misura della metà.

4. Avverso la sentenza, che ha dunque condannato T.O. a alla restituzione, in favore del M., dell’importo di Euro 27.327,24, oltre interessi, compensando per metà le spese di entrambi i gradi del giudizio, T.O. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di quattro motivi. Ha resistito il M. con controricorso.

5. La causa è stata assegnata per la trattazione in adunanza camerale in base all’art. 380 bis.1 c.p.c., in vista della quale entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.Con il primo motivo – nullità della sentenza e del procedimento per violazione degli artt. 99,112,342,324,329 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 violazione o errata interpretazione dell’art. 2909 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la ricorrente censura la sentenza per aver disatteso l’eccezione di giudicato sollevata con riguardo all’accertata natura dell’azione nei termini dell’art. 2041 c.c. Su tale qualificazione, contenuta nella sentenza di primo grado e non soggetta a gravame, si sarebbe formato il giudicato sicché la sentenza impugnata, nella parte in cui ha ritenuto di procedere ad una diversa qualificazione della domanda, sarebbe incorsa nelle ragioni di nullità indicate in epigrafe e nella violazione dell’art. 112 c.p.c. andando ultra petita partium.

1.1. Il motivo è infondato. Secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte il giudicato può formarsi anche sulla qualificazione giuridica della domanda se questa abbia formato oggetto di specifica contestazione tra le parti e sul punto deciso, costituente antecedente necessario ed indispensabile della pronuncia sulla domanda, la parte interessata non abbia proposto impugnazione. In caso contrario, qualora la qualificazione non abbia costituito oggetto di contraddittorio tra le parti non può ritenersi formato alcun giudicato (Cass., 3, n. 21266 del 10/10/2007: “Il giudicato non si forma (anche) sugli aspetti del rapporto che non abbiano costituito oggetto di accertamento effettivo, specifico e concreto. Pertanto la sentenza che, nel decidere sulla domanda con cui un soggetto, deducendo di aver versato ad una società una somma di denaro in occasione dell’acquisto da parte della stessa di un immobile, aveva chiesto il riconoscimento della contitolarità “pro quota” del bene acquistato, l’abbia respinta riconoscendo la dazione, ma qualificandola come finanziamento e, quindi, escludendo l’esistenza di un rapporto associativo o comunque atto a far acquistare la comproprietà dell’immobile, fa stato quale giudicato esterno, nel successivo giudizio tra le stesse parti avente ad oggetto la restituzione della somma versata, limitatamente all’erogazione della somma di denaro e non anche alla qualificazione giuridica del rapporto come finanziamento, profilo estraneo alla materia del contendere del primo giudizio). Peraltro la giurisprudenza di questa Corte ha altresì statuito che “La modificazione, da parte del giudice di appello, della qualificazione giuridica della domanda operata dal primo giudice è illegittima – per violazione del giudicato interno formatosi in ragione dell’omessa impugnazione sul punto della parte interessata – solo se detta qualificazione abbia condizionato l’impostazione e la definizione dell’indagine di merito, sicché è consentita la riqualificazione in termini di ripetizione di indebito, ex art. 2033 c.c., della domanda originariamente qualificata come azione di ingiustificato arricchimento, ex art. 2041 c.c., quando i fatti dedotti in giudizio dalle parti siano rimasti pacificamente acclarati e non modificati”. Ne consegue che, perché possa dirsi formato il giudicato sulla qualificazione della domanda occorre che le parti abbiano svolto il contraddittorio sulla questione e che la stessa qualificazione risulti dirimente ai fini della definizione dell’indagine di merito. Caratteristiche che non ricorrono nel caso in esame dove, non solo non si è svolto alcun contraddittorio in ordine alla qualificazione della domanda, ma neppure tale qualificazione appare dirimente ai fini del decidere. L’unica questione in discussione tra le parti è quella della prova della debenza delle somme versate dal M., indipendentemente dal titolo per il quale le stesse sono state richieste, se cioè quale arricchimento senza causa o, come ha ritenuto la Corte d’Appello mostrando anche un sostanziale disinteresse circa la qualificazione in un senso piuttosto che in un altro, a titolo contrattuale o quale risultato di un’utile gestione. La censura appare, peraltro; anche priva di decisività in quanto la qualificazione della domanda in un senso piuttosto che in un altro appare irrilevante ai fini del decidere.

2. Con il secondo motivo di ricorso – nullità della sentenza per motivazione perplessa – violazione dell’art. 132 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – la ricorrente censura la sentenza nella parte in cui avrebbe lasciato sostanzialmente indeterminata la questione della qualificazione giuridica della domanda azionata dal M. se quale mandatario degli altri partecipi alla comunione (art. 1720 c.c.) o quale utile gestore (art. 2028 c.c.). Tale indeterminatezza si sarebbe tradotta in motivazione perplessa.

2.1 Il motivo è inammissibile. Come è noto a seguito della modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 è denunciabile in cassazione solo la anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante in quanto attinente alla motivazione in sé purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Nel caso in esame non vi è spazio per configurare un simile vizio motivazionale perché il ragionamento logico-giuridico svolto dalla Corte territoriale è pienamente comprensibile non avendo la Corte alcuna necessità di prendere posizione in un senso o nell’altro atteso che, come è fatto palese dal testo della motivazione, ad entrambe le qualificazioni era astrattamente ed indifferentemente riconducibile “unicamente il ristoro degli oneri sostenuti ai sensi dell’art. 1720 c.c. o dell’art. 2031 c.c. a favore dell’esponente a condizione che questi si fosse dimostrato – come è effettivamente accaduto – in grado di provare la riconducibilità dei suoi esborsi all’acquisto del terreno, all’edificazione dell’immobile, all’accatastamento e divisione del fabbricato, al versamento degli oneri del condono edilizio e al pagamento delle spese notarili”. Ne consegue che, dal richiamo indifferenziato alle due fattispecie, non scaturisce alcuna perplessità o incomprensibilità dell’iter logico seguito dalla Corte territoriale.

Occorre peraltro sottolineare che manca nel caso in esame uno specifico interesse al ricorso, essendo del tutto irrilevante, ai fini del decidere, il titolo per il quale le somme sono state ritenute dovute. Ne consegue pertanto l’inammissibilità, per difetto di interesse, del motivo di impugnazione con cui si deduca la violazione di norme giuridiche, sostanziali o processuali, priva di qualsivoglia influenza in relazione alle domande o eccezioni proposte, e che sia diretta quindi all’emanazione di una pronuncia senza rilievo pratico (Cass., 1, n. 20689 del 13/10/2016; Cass., 6-1 n. 12678 del 25/6/2020).

3. Con il terzo motivo di ricorso – nullità della sentenza e del procedimento per omessa pronuncia su una specifica eccezione Violazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 violazione o errata interpretazione dell’art. 2719 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la ricorrente deduce che la sentenza avrebbe erroneamente omesso di pronunciare sulla eccezione di non conformità agli originali dei documenti versati in atti.

3.1 Il motivo è infondato in quanto, come correttamente rilevato dalla impugnata sentenza, il disconoscimento è stato effettuato in modo del tutto generico ed in modo non conforme alla giurisprudenza di questa corte, secondo la quale “La contestazione della conformità all’originale di un documento prodotto in copia non può avvenire con clausole di stile e generiche, quali “impugno e contesto” ovvero “contesto tutta la documentazione perché inammissibile ed irrilevante”, ma va operata – a pena di inefficacia – in modo chiaro e circostanziato, attraverso l’indicazione specifica sia del documento che si intende contestare, sia degli aspetti per i quali si assume differisca dall’originale” (Cass., 3n. 7775 del 3/4/2014; Cass., 6-5 n. 29993 del 13/12/2017; Cass., 2, n. 27633 del 30/10/2018; Cass., 5n. 16557 del 20/6/2019).

In secondo luogo il difetto di conformità dei documenti all’originale è questione che risulta abbandonata dalla parte che non la ha riprodotta al momento di precisazione delle conclusioni. Ne consegue che, conformemente alla consolidata giurisprudenza di questa Corte, non avendo la parte ottemperato all’onere di riproporre la questione in sede di precisazione delle conclusioni, la stessa deve ritenersi rinunciata (Cass., 2, n. 23896 del 23/11/2016). In ogni caso ad integrare il vizio di omessa pronuncia non basta la mancanza di un’espressa statuizione del giudice ma è necessario che sia stato completamente omesso il provvedimento che si palesa indispensabile alla soluzione del caso concreto: ciò non si verifica quando la decisione adottata comporti la reiezione della pretesa fatta valere dalla parte, anche se manchi in proposito una specifica argomentazione dovendo ravvisarsi una statuizione implicita di rigetto quando la pretesa avanzata col capo di domanda non espressamente esaminata risulti incompatibile con l’impostazione logico-giuridica della pronuncia (Cass., 1, n. 24155 del 13/10/2017; Cass., 5, n. 29191 del 6/12/2017, Cass., 1, n. 18491 del 12/7/2018, Cass., 2 n. 20718 del 13/8/2018; Cass., 5 n. 2153 del 30/1/2020; Cass., 3, n. 2151 del 19/1/2021).

4. Con il quarto motivo di ricorso si deduce l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. La ricorrente censura la sentenza là dove ha omesso di considerare che il M. in ogni caso non avrebbe avuto diritto alla metà delle somme spese per il miglioramento di un bene comune in ragione del fatto che i compartecipi alla comunione erano quattro e non due.

4.1 Il motivo è inammissibile per difetto di autosufficienza in quanto la ricorrente non riproduce dove e come abbia contestato tempestivamente le affermazioni dei coniugi P.F. ed B.E. e del M. circa il fatto che ogni coppia avesse provveduto alle spese della rispettiva costruzione. Peraltro dallo stesso ricorso emerge che la questione della necessità di dividere le spese per quattro era stata sollevata tardivamente soltanto nel corso del giudizio di appello, sicché la questione era, fin dalla sua introduzione in giudizio, inammissibilmente posta.

5. Conclusivamente il ricorso va rigettato e la ricorrente condannata a pagare, in favore di parte resistente, le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo. Si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, del cd. raddoppio del contributo unificato, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a pagare in favore di parte resistente, le spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 5000 (oltre Euro 200 per esborsi), più accessori di legge e spese generali al 15%. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile, il 24 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

 

 

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