Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39245 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. III, 10/12/2021, (ud. 21/06/2021, dep. 10/12/2021), n.39245

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE STEFANO Franco – Presidente –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17130-2019 proposto da:

G.G., G.M., GI.GI.,

G.O., G.F., S.A., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA ALESSANDRO VOLTA 45, presso lo studio dell’avvocato

RAFFAELE BENEVENTO, rappresentati e difesi dall’avvocato GAETANO

BRUNO;

– ricorrenti –

contro

P.V., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ADDA 99,

presso lo studio dell’avvocato BRUNO DE CICCIO, rappresentata e

difesa dall’avvocato MASSIMO PAGLIARA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 731/2019 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 24/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

21/06/2021 dal Consigliere Dott. PAOLO PORRECA.

 

Fatto

CONSIDERATO

Che:

P.V. otteneva un decreto ingiuntivo nei confronti di Gi., F., G., M., G.O. e S.A., per il recupero di somme corrisposte a titolo di compensi per un consulente liquidati dal giudice di un’esecuzione di obblighi di fare dichiarata improcedibile;

gli ingiunti interponevano opposizione che veniva respinta dal Tribunale con pronuncia confermata dalla Corte di appello, secondo cui era stato corretto ricorrere all’ingiunzione monitoria di cui all’art. 614, c.p.c., per recuperare spese da ritenere ripetibili da parte del soggetto procedente, in quanto la procedura coattiva era stata definita con estinzione cosiddetta atipica, estranea, cioè, alle ipotesi previste dal codice di rito, mentre la liquidazione pronunciata con decreto dal giudice dell’esecuzione era da considerare, pertanto, provvisoria quanto alla statuizione di posizione a carico dei creditori istanti;

avverso questa decisione ricorrono per cassazione Gi., F., G., M., G.O. e S.A., articolando tre motivi, corredati da memoria;

resiste con controricorso P.V.;

l’udienza pubblica di discussione del 21/06/2021 si è tenuta in camera di consiglio ai sensi del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8-bis, conv. con modif. dalla L. 18 dicembre 2020, n. 176, come successivamente prorogato al 31 luglio 2021 dal D.L. 1 aprile 2021, n. 44, art. 6, comma 1, lett. a), n. 1), conv. con modif. dalla L. 28 maggio 2021, n. 76.

Diritto

RILEVATO

Che:

con primo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 310 c.p.c., u.c., art. 614, c.p.c., artt. 164-bis, 187-bis disp. att. c.p.c., poiché la Corte di appello avrebbe errato mancando di assoggettare la procedura coattiva in parola allo stesso regime di spese previsto per le ipotesi di estinzione tipica, non essendovi ragioni per effettuare differenziazioni e anche in chiave costituzionalmente orientata, tenuto conto, inoltre, che si trattava di spese effettuate nell’interesse della parte creditrice per verificare l’assenza di pregiudizi a diritti dominicali di terzi;

con il secondo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 310,614, c.p.c., 187-bis, disp. att. c.p.c., poiché la Corte di appello avrebbe errato mancando di considerare che la liquidazione delle spese e la contestuale statuizione sulle stesse, da parte del giudice dell’esecuzione, erano divenute irrevocabili a seguito dell’estinzione del giudizio di opposizione ex art. 617 c.p.c., avverso l’ordinanza d’improcedibilità;

con il terzo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 614 c.p.c., poiché la Corte di appello avrebbe errato affermando la provvisorietà della liquidazione e statuizione sulle spese da parte del giudice dell’esecuzione, in quanto avvenuta dopo la chiusura della procedura coattiva medesima, e non impugnata come necessario;

Rilevato che:

i motivi di ricorso, da esaminare congiuntamente per connessione, sono complessivamente inammissibili;

in linea generale, l’art. 614, c.p.c., prevede che, al termine dell’esecuzione per obblighi di fare e non fare o nel corso di essa, la parte istante possa ottenere un provvedimento monitorio per la liquidazione delle spese sostenute per l’attuazione coattiva, sulla base di nota vistata dall’ufficiale giudiziario, che, integrando prova scritta dotata di efficacia privilegiata, legittima il decreto provvisoriamente esecutivo, previa valutazione giudiziale non solo della congruità e della generale riferibilità delle stesse al titolo, ma, altresì, della necessità di quelle in relazione al titolo esecutivo;

ciò in quanto non si versa nell’ipotesi dell’espropriazione, in cui, quando l’esecuzione ha raggiunto il suo scopo anche parzialmente, si procede alla distribuzione del ricavato al netto dei costi esecutivi che su di esso gravano, nei limiti della capienza: nell’esecuzione degli obblighi di fare o non fare – così come per rilascio o consegna – dev’essere diversamente verificato che le spese siano effettivamente la conseguenza dell’inadempimento dell’obbligo (cfr. Cass., 29/05/2003, n. 8634);

per completezza può evidenziarsi che sebbene, poi, l’art. 614 c.p.c., faccia riferimento alle spese anticipate e vistate, in dottrina si è sostenuto che non vi è motivo per escludere che la parte istante possa richiedere allo stesso giudice dell’esecuzione un decreto ingiuntivo anche per le spese di rappresentanza tecnica, fermo che, con riguardo ad esse, difettando la prova scritta privilegiata, il decreto ingiuntivo non potrà essere munito della provvisoria esecuzione ai sensi dell’art. 614 c.p.c., comma 2, ma solo ricorrendone i presupposti generali;

nella prospettiva di questi studi, la circostanza che la novella legislativa apportata (dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35, art. 2, comma 3, lett. e, convertito nella L. 14 maggio 2005, n. 80) all’art. 611 c.p.c., abbia richiamato l’art. 91 c.p.c., esplicitando in quel caso la competenza funzionale del giudice dell’esecuzione (Cass., 12/07/2011, n. 15341, Cass., 04/11/2013, n. 24730), non esclude che la richiesta del monitoro per il recupero degli onorari possa essere fatta al giudice dell’esecuzione anche nell’esecuzione degli obblighi di fare e non fare;

e’ in tale cornice ricostruttiva che questa Corte ha osservato come ad analoga conclusione debba, in coerenza, giungersi per la liquidazione degli onorari del consulente tecnico d’ufficio (Cass., 12/01/2021, n. 269, pag. 6);

se ciò è vero, quando invece, come nel caso, sulle stesse spese si pronunci con proprio provvedimento il giudice dell’esecuzione al termine della stessa, la fattispecie potrebbe mutare, a seconda del tenore del provvedimento giudiziale;

in generale la giurisprudenza di questa Corte (che) ha affermato l’impugnabilità con opposizione formale del provvedimento di liquidazione delle spese – sia di rappresentanza tecnica che per il compenso dell’ausiliare peritale – accessorio a un’estinzione c.d. atipica dell’esecuzione (Cass., 13/05/2015, n. 9837, in tema di esecuzione coattiva di obblighi di fare);

l’opposizione formale in parola, peraltro, è esperibile da tutte le parti; e quindi va proposta per contestare i provvedimenti d’improcedibilità ovvero di chiusura anticipata del processo esecutivo, nonché tutti gli ulteriori provvedimenti del giudice dell’esecuzione conseguenziali alla stessa (cfr. Cass., 11/05/2021, n. 12434, pag. 6, in tema, invece, di procedura per espropriazione forzata);

la fattispecie concreta dell’arresto del 2015 era, inoltre, quella di una declaratoria formalmente nei termini di cessazione della materia del contendere, in uno alla statuizione sulle spese;

l’evidenziata consequenzialità esclude però si possano mutare le conclusioni quando la statuizione sulle spese del giudice dell’esecuzione avviene non in uno ma successivamente alla pronuncia di estinzione c.d. atipica, ovvero d’improseguibilità del processo esecutivo;

ora, la stabilizzazione del provvedimento di liquidazione e, in tesi, regolazione delle spese, derivante dalla mancata proposizione dell’opposizione formale, può quindi dipendere dal tenore del provvedimento che – invece di liquidare le spese al consulente limitandosi a indicare il quanto dovuto nonché il soggetto operato di anticiparlo (arg. ex Cass., 05/06/2020, n. 10804, sia pure in punto di procedimento di cognizione), per poi poterlo recuperare definitivamente secondo il procedimento monitorio richiamato dall’art. 614 c.p.c.,- pronunci in modo che possa valutarsi potenzialmente definitivo stabilendo a carico di chi debbano restare le spese in questione, in ipotesi valutando l’imputabilità dell’improcedibilità della procedura, evocata infatti dal Pubblico Ministero;

in quest’ultimo caso, in coerenza con il principio dell’apparenza, la parte dovrà reagire contro la statuizione, proprio per dedurre, in tesi, il carattere ultroneo ovvero erroneo dell’esercizio dei propri poteri da parte del giudice dell’esecuzione;

nel ricorso, però, non viene riportato come necessario il tenore dei provvedimenti di liquidazione e regolazione delle spese in questione, così come d’improcedibilità della procedura esecutiva (riportato invece, quest’ultimo, inammissibilmente, nelle memorie ex art. 378 c.p.c., dei ricorrenti), rendendo impossibile la comprensione della compiuta vicenda processuale e il conseguente scrutinio dei motivi;

sono difatti inammissibili, per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, le censure fondate su atti e documenti del giudizio di merito qualora il ricorrente si limiti a richiamare tali atti e documenti, senza riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile l’esame, ovvero ancora senza precisarne la collocazione nel fascicolo di ufficio o in quello di parte e la loro acquisizione o produzione in sede di giudizio di legittimità (Cass., Sez. U., 27/12/2019, n. 34469);

ne discende l’inammissibilità del gravame per violazione dell’art. 366 c.p.c., nn. 3 e 6, c.p.c.; raddoppio c.u..

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti alla rifusione delle spese processuali di parte resistente liquidate in Euro 2.300,00 oltre a 200,00 Euro per esborsi, 15% di spese forfettarie e accessori legali.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto che il tenore del dispositivo è tale da giustificare il pagamento, se dovuto e nella misura dovuta, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, il 21 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

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