Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39239 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. III, 10/12/2021, (ud. 16/06/2021, dep. 10/12/2021), n.39239

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE STEFANO Franco – Presidente –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – rel. Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21926/2015 proposto da:

EQUITALIA CENTRO SPA, elettivamente domiciliata in ROMA, P.ZA

BARBERINI 12, presso lo studio dell’avvocato ALFONSO MARIA PAPA

MALATESTA, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE SPA, (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

ORAZIO 3, presso lo studio dell’avvocato VITO BELLINI, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1080/2014 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 26/6/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

16/6/2021 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 26/6/2014 la Corte d’Appello di Firenze, in accoglimento del gravame interposto dalla società Poste Italiane s.p.a. e in conseguente riforma della pronunzia Trib. Pisa n. 16/2007, ha accolto la domanda dalla medesima originariamente proposta nei confronti della società SET – Servizio Esazione Tributi s.p.a. (concessionaria del servizio di riscossione dell’I.C.I. per la Provincia di Pisa) di pagamento di somma a titolo di commissione per ciascun versamento effettuato con bollettino postale ICI sui conti correnti intestati dapprima alla società SET s.p.a. e poi alla società GET s.p.a. e quindi alla società Equitalia GET s.p.a. (concessionarie succedutesi nel servizio di riscossione dell’I.C.I. per la Provincia di Pisa).

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito la società Equitalia Centro s.p.a. (già Equitalia GET s.p.a., già S.E.T. s.p.a.) propone ora ricorso per cassazione, affidato a 6 motivi, illustrati da memoria.

Resiste con controricorso la società Poste Italiane s.p.a., che ha presentato anche memoria.

Già chiamata all’udienza camerale del 3/5/2020, la causa è stata rinviata a nuovo ruolo in attesa della pronunzia della Corte di Giustizia sul rinvio pregiudiziale disposto da Cass. n. 14081 del 2019.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il 1 motivo la ricorrente denunzia “omesso esame” di fatto decisivo per il giudizio, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole non essersi dalla corte di merito “accertato che Poste aveva essenzialmente rinunciato all’applicazione delle commissioni in oggetto con la … missiva del 26.03.1997 ed, inoltre, che la stessa per anni (dal 1997 al 2001) non ha applicato commissioni ai conti correnti dedicati all’ICI confermando anche, con tale comportamento, la rinuncia ad ogni compenso da parte dei concessionari della riscossione”.

Con il 2 motivo denunzia “violazione e falsa applicazione” del D.P.R. n. 144 del 2001, artt. 1, 3, 13, D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 118, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole che “in base all’accordo trai le parti… come espressamente riconosciuto da Poste con lettera del 26.03.1997 (cfr. doc. B) il conto corrente in questione non era soggetto ad alcuna commissione”.

Lamenta non potersi “sostenere che l’applicazione di una commissione mai pagata e mai pattuita (ed anzi esplicitamente esclusa) possa configurare una mera “variazione””.

Con il 3 motivo denunzia “violazione e falsa applicazione” della L. n. 662 del 1996, art. 2, art. 2597 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole che, diversamente da quanto affermato nell’impugnata sentenza, “ha contestato in radice l’applicabilità della normativa in materia di liberalizzazione di cui alla L. n. 662 del 1996, al caso di specie (cfr. memoria di costituzione Equitalia GET in secondo grado, pag. 4…)”.

Con il 4 (subordinato) motivo denunzia “violazione e falsa applicazione” del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 110, L. n. 662 del 1996, art. 2,D.P.R. n. 144 del 2001, artt. 1,3,13, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole non essersi considerato che “la commissione obbligatoria richiesta da Poste rappresenta… un aiuto di Stato ai sensi dell’art. 107 del TFUE”.

Lamenta che “la misura in questione è di carattere “selettivo” poiché favorisce una sola impresa, ovverossia Poste.. a discapito di tutte le altre”.

Con il 5 (subordinato) motivo denunzia violazione degli artt. 102,106 TFUE, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole non essersi considerato che “stante l’esclusività del servizio a pagamento svolto da Poste presso detto Ente per riscuotere l’ICI, stante l’impossibilità per i concessionari di recedere dal contratto… nel caso di specie si configura una posizione dominante in capo a Poste nel segmento di mercato rappresentato dal servizio di pagamento dei bollettini ICI”.

Lamenta che l'”abuso di Poste è reso evidente anche dalla assenza di ogni considerazione circa le caratteristiche del servizio nelle determinazioni della misura della commissione”.

Con il 6 (subordinato) motivo denunzia “violazione e falsa applicazione” del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 110, L. n. 662 del 1996, art. 2,D.P.R. n. 144 del 2001, artt. 1,3,13, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole della illegittimità costituzionale del “combinato disposto delle disposizioni legislative… che imporrebbe unilateralmente il pagamento di una commissione al correntista postale anche al caso in cui quest’ultimo sia il concessionario della riscossione nell’adempimento dell’obbligo di accensione dell’apposito conto corrente postale previsto del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 10, commi 2 e 3”.

I motivi, che possono congiuntamente esaminarsi in quanto connessi, cono in parte inammissibili e in parte infondati.

E’ rimasto nella specie accertato che sin dal 1/4/1997 la società SET – Servizio Esazione Tributi – s.p.a. (poi GET s.p.a., poi Equitalia GET s.p.a.) ha espletato il servizio di concessionario della riscossione dell’ICI per la Provincia di Pisa; e che l’odierna controricorrente le ha domandato il pagamento di “una commissione (nella misura di Lire 100 dal 1.4.97 e di lire 450 dal 1.6.01” per ogni pagamento effettuato dai contribuenti “sui conti correnti” postali “intestati alla SET”.

Va al riguardo sottolineato che, adita in altro giudizio da questa Corte (v. Cass., 23/5/2019, n. 14081. Cfr. altresì Cass., 3/5/2020, n. 8867), in sede di rinvio pregiudiziale la Corte di Giustizia ha affermato che “l’art. 107 TFUE deve essere interpretato nel senso che costituisce un “aiuto di Stato” ai sensi dei detta disposizione la misura nazionale con la quale i concessionari incaricati della riscossione dell’ICI sono tenuti a disporre di un conto corrente aperto a loro nome presso Poste Italiane, per consentire il versamento di detta imposta da parte dei contribuenti, e a pagare una commissione per la gestione di detto conto corrente, a condizione che tale misura sia imputabile allo Stato, procuri un vantaggio selettivo a Poste Italiane mediante risorse statali e sia tale da falsare la concorrenza e gli scambi tra gli Stati membri, circostanze che spetta al giudice del rinvio verificare” (v. Corte Giust., 3/3/2021, C-434/19 e C-435/19).

Orbene, atteso che al riguardo questa Corte -anche a Sezioni Unite- ha già avuto modo di porre in rilievo che il concessionario della riscossione dell’imposta comunale sugli immobili (ICI) è tenuto a pagare a Poste Italiane s.p.a. un corrispettivo per l’accensione e la tenuta del conto corrente sul quale i contribuenti possono versare l’imposta (conto che D.Lgs. n. 504 del 1992, ex art. 10, il concessionario è obbligato ad aprire), giacché) pur operando quest’ultima in regime di monopolio ex art. 2597 c.c.) nessuna disposizione prevede invero la gratuità del servizio in argomento, si è da questa Corte al riguardo sottolineato che il “quadro normativo interno analiticamente ricostruito dalle Sezioni Unite non ha trovato criticità in relazione al sistema nazionale”, in quanto “”i servizi di bancoposta – che annoverano i servizi di riscossione tramite conto corrente postale – sono tradizionalmente onerosi, con determinazione tariffaria rimessa alla sede ministeriale”, e lo sono a fortiori nel sopravvenuto regime privatistico, “attesa l’equiparazione tra conto corrente postale e conto corrente bancario introdotta dal regolamento dei servizi di bancoposta di cui al D.P.R. n. 14 marzo 2001 n. 144″” (così Cass. 18/1/2019, n. 1287), sicché “quel che rileva in questo quadro normativo non è il monopolio, bensì la congiunzione del monopolio ad un vantaggio per entrambe le parti”, la cui proporzionalità “le Sezioni Unite hanno individuato nella completa capillarità territoriale di Poste Italiane, notoriamente non comparabile con la diffusione di alcun istituto bancario, e quindi intrinsecamente agevolante la raccolta del tributo, di cui non a caso sono i Comuni gli enti impositori” e che, in ogni caso, non ha nemmeno allegato che tale commissione sia “al di fuori dei canoni di mercato, id est… immotivatamente e sensibilmente superiore al corrispettivo che per analogo servizio avrebbero richiesto gli istituti bancari (anche questi, si ricorda incidenter, normativamente abilitati alla unilaterale variazione sfavorevole al cliente)” (così Cass. 18/1/2019, n. 1287).

Più recentemente si è da questa Corte sottolineato che, avuto riguardo alle condizioni indicate dalla Corte di Giustizia necessarie ai fini della configurabilità dell’integrazione della fattispecie dell’aiuto di Stato, difetta invero nella specie la condizione dell’acquisizione del servizio da parte del concessionario mediante risorse finanziarie non già proprie, bensì statali (v. Cass., 30/9/2021, n. 26611).

Atteso che, in base a quanto dalla Corte di Giustizia precisato per risorse statali debbono intendersi “tutti gli strumenti pecuniari di cui le autorità pubbliche possono effettivamente servirsi per sostenere imprese, a prescindere dal fatto che tali strumenti appartengano o meno permanentemente al patrimonio dello Stato”, si è al riguardo osservato che l’attività del concessionario mediante risorse finanziarie statali sarebbe invero configurabile solamente in presenza di un meccanismo di compensazione integrale dei costi aggiuntivi risultanti dall’obbligo di disporre di un conto corrente aperto presso Poste Italiane, laddove la commissione che i Comuni impositori hanno l’obbligo di pagare ai concessionari per l’attività di riscossione dell’ICI senz’altro non è destinata a compensare i costi aggiuntivi ai medesimi derivanti dall’obbligo di avvalersi al riguardo di un conto corrente postale, in quanto tale commissione è corrisposta anche per il caso di versamento diretto dell’imposta da parte del contribuente al concessionario (v. Cass., 30/9/2021, n. 26611).

Come si evince dal D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 10, comma 3 (secondo cui “L’imposta dovuta ai sensi del comma 2 deve essere corrisposta mediante versamento diretto al concessionario della riscossione nella cui circoscrizione è compreso il comune di cui all’art. 4, ovvero su apposito conto corrente postale intestato al predetto concessionario, con arrotondamento a mille lire per difetto se la frazione non è superiore a 500 lire o per eccesso se è superiore; al fine di agevolare il pagamento, il concessionario invia, per gli anni successivi al 1993, ai contribuenti moduli prestampati per il versamento. La commissione spettante al concessionario è a carico del comune impositore ed è stabilita nella misura dell’uno per cento delle somme riscosse, con un minimo di Euro 1,81 ed un massimo di Euro 51,65 per ogni versamento effettuato dal contribuente”), la commissione grava infatti sul Comune in misura percentuale sulle somme riscosse, indipendentemente dalle modalità di riscossione, e dunque anche nel caso di versamento diretto al concessionario.

Trattasi quindi di commissione che già sul piano normativo è configurata in modo indipendente dal costo risultante dall’obbligo di disporre di un conto corrente (v. Cass., 30/9/2021, n. 26611).

A tale stregua, non costituisce “aiuto di Stato” ai sensi dell’art. 107 TFUE la misura nazionale con la quale i concessionari incaricati della riscossione dell’imposta comunale sugli immobili sono tenuti a disporre di un conto corrente aperto a loro nome presso Poste Italiane s.p.a., per consentire il versamento dell’imposta da parte dei contribuenti, e a pagare una commissione per la gestione di tale conto corrente, perché la commissione che i comuni impositori hanno l’obbligo di pagare ai concessionari per l’attività di riscossione dell’ICI da loro assicurata non è destinata a compensare i costi aggiuntivi che i concessionari sono tenuti a sopportare per l’obbligo di disporre del conto corrente presso Poste Italiane (v. Cass., 30/9/2021, n. 26611).

Quanto al paventato “contrasto tra l’obbligo del concessionario a contrarre con Poste Italiane (D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 10, commi 2 e 3) e il potere unilaterale di Poste Italiane di imporre commissioni ai correntisti L. n. 662 del 1996, ex art. 2, comma 18 e D.P.R. n. 144 del 2001, art. 3, da un lato e gli artt. 102,106,107,108 TFUE (già artt. 82,86,87 e 88 TCE) dall’altro”, esclusa la configurabilità di un conflitto al riguardo tra “la normativa interna” e “quella Eurounitaria”, nel sottolineare che la doglianza circa la “pretesa lesione concorrenziale discendente dalla normativa interna” risulta invero non supportata da argomenti specifici e concreti, non avendo la ricorrente indicato come la sua posizione sarebbe stata migliore se lo stesso servizio le fosse stato prestato da un istituto bancario”, questa Corte ha già avuto modo di sottolineare come l'”assenza… di un vincolo gravoso” sia stata invero “implicitamente ma inequivocamente esclusa da S.U. 7169/2014 con l’argomento della incomparabile capillarità del servizio, che non può certo dirsi superato, trattandosi di tributo imposto da tutti i Comuni italiani” (così Cass. 18/1/2019, n. 1287, e, conformemente, Cass., 30/9/2021, n. 26608).

Orbene, dei suindicati principi (alla cui stregua si è da questa Corte già rilevata l’infondatezza (anche) delle prospettate questioni di legittimità costituzionale della L. n. 662 del 1996, art. 2, comma 18, D.P.R. n. 144 del 2001, art. 3, nonché dell’art. 10, commi 2 e 3, per incompatibilità delle norme Eurounitarie e in riferimento all’art. 3 Cost. la corte di merito ha nell’impugnata sentenza fatto invero sostanzialmente corretta applicazione.

In particolare là dove, nell’espressamente richiamare e fare proprio il richiamato principio affermato da Cass., Sez. Un., n. 7169 del 2014, in base al quale i concessionari incaricati della riscossione dell’ICI sono tenuti a disporre di un conto corrente aperto a loro nome presso Poste Italiane, per consentire il versamento di detta imposta da parte dei contribuenti, e a pagare una commissione per la gestione di detto conto corrente in quanto – pur operando quindi Poste Italiane in regime di monopolio legale ex art. 2597 c.c. – nessuna disposizione prevede la gratuità del servizio, è pervenuta ad accertare e porre in rilievo non essere nella specie nemmeno “in discussione (mai essendo stato contestato da Equitalia) che le determinazioni, sia pure unilaterali, con le quali le Poste hanno stabilito il prezzo del servizio (e cioè la Delib. CdA dell’Ente Poste n. 57 del 1996, con cui si è stabilità “in via generale” una commissione di Lire 100 sui versamenti su conti correnti postali, e la successiva richiesta di Poste Italiane s.p.a. del 29.3.2001, che aumentava tale importo a Lire 450 dal 1.6.01), rispettino la parità di trattamento; in particolare quest’ultima richiesta risulta essere conforme alle nuove condizioni economiche dei servizi di bancoposta, pubblicate sulla G.U. del 15.5.2001… e non è contestato che la determinazione, nello specifico, della somma di lire 450, dipenda dal volume complessivo di traffico dei c/c ICI in questione, come affermato dalle Poste”.

A fronte di tale accertamento in fatto e delle ragioni poste da tale giudice a base delle conclusioni raggiunte nell’impugnata sentenza, va osservato che l’odierna ricorrente prospetta invero censure che risultano anzitutto formulate in violazione del requisito a pena di inammissibilità richiesto all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, facendo riferimento ad atti e documenti del giudizio di merito (in particolare, alla “lettera del 27 marzo 2001″, alla contestazione”per conto dei concessionari della riscossione dalla Ascotributi… (cfr. doc. A)”, all'”accordo tra le parti… come espressamente riconosciuto da Poste con lettera del 26.03.1997 (cfr. doc. B)”, al comportamento di controparte che “per anni (dal 1997 al 2001) non ha applicato commissioni ai conti correnti dedicati all’ICI”) che si limita a meramente richiamare, senza invero debitamente (per la parte strettamente d’interesse in questa sede) riprodurre nel ricorso ovvero, laddove riprodotti (v. in particolare parte della “memoria di costituzione di G.E.T. s.p.a. in primo grado, pag. 4”), senza fornire puntuali indicazioni necessarie ai fini della relativa individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte Suprema di Cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (v., da ultimo, Cass., 16/3/2012, n. 4220), con precisazione (anche) dell’esatta collocazione nel fascicolo d’ufficio o in quello di parte, e se essi siano stati rispettivamente acquisiti o prodotti (anche) in sede di giudizio di legittimità (v. Cass., 23/3/2010, n. 6937; Cass., 12/6/2008, n. 15808; Cass., 25/5/2007, n. 12239, e, da ultimo, Cass., 6/11/2012, n. 19157), la mancanza anche di una sola di tali indicazioni rendendo il ricorso inammissibile (v. Cass., Sez. Un., 27/12/2019, n. 34469; Cass., Sez. Un., 19/4/2016, n. 7701).

A tale stregua, non deduce le formulate censure in modo da renderle chiare ed intellegibili in base alla lettura del ricorso, non ponendo questa Corte nella condizione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il relativo fondamento (v. Cass., 18/4/2006, n. 8932; Cass., 20/1/2006, n. 1108; Cass., 8/11/2005, n. 21659; Cass.,, 2/81/2005, n. 16132; Cass., 25/2/2004, n. 3803; Cass., 28/10/2002, n. 15177; Cass., 12/5/1998 n. 4777) sulla base delle deduzioni contenute nel medesimo, alle cui lacune non è possibile sopperire con indagini integrative (v. Cass., 24/3/2003, n. 3158; Cass., 25/8/2003, n. 12444; Cass., 1/2/1995, n. 1161).

Non sono infatti sufficienti affermazioni – come nel caso – apodittiche, non seguite da alcuna dimostrazione (v. Cass., 21/8/1997, n. 7851).

Risponde d’altro canto a principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità che i requisiti di formazione del ricorso vanno sempre ed indefettibilmente osservati, a pena di inammissibilità del medesimo.

Essi rilevano infatti ai fini della giuridica esistenza e conseguente ammissibilità del ricorso, assumendo pregiudiziale e prodromica rilevanza ai fini del vaglio della relativa fondatezza nel merito, che in loro difetto rimane invero al giudice imprescindibilmente precluso (cfr. Cass., 6/7/2015, n. 13827; Cass., 18/3/2015, n. 5424; Cass., 12/11/2014, n. 24135; Cass., 18/10/2014, n. 21519; Cass., 30/9/2014, n. 20594; Cass., 5 19/6/2014, n. 13984; Cass., 20/1/2014, n. 987; Cass., 28/5/2013, n. 13190; Cass., 20/3/2013, n. 6990; Cass., 20/7/2012, n. 12664; Cass., 23/7/2009, n. 17253; Cass., 19/4/2006, n. 9076; Cass., 23/1/2006, n. 1221).

Deve per altro verso sottolinearsi (con particolare riferimento al 4, al 5 e al 6 motivo) che la ricorrente si limita invero ad inammissibilmente riproporre la propria tesi difensiva già sottoposta all’attenzione del giudice del gravame e da questi non accolta.

Senza sottacersi che -al di là della formale intestazione dei motivi- essa prospetta altresì inammissibili doglianze di erronea valutazione delle emergenze processuali e di vizio di motivazione al di là dei limiti consentiti in particolare dalla vigente formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (v. Cass., Sez. Un., 7/4/2014, n. 8053), nel caso ratione temporis applicabile, sostanziantesi nel mero omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, dovendo riguardare un fatto inteso nella sua accezione storico-fenomenica, e non anche come nella specie vizi della motivazione ovvero l’omessa e a fortiori l’erronea valutazione di determinate emergenze probatorie (cfr. Cass., Sez. Un., 7/4/2014, n. 8053, e, conformemente, Cass., 29/9/2016, n. 19312).

– A tale stregua, prospetta in realtà una rivalutazione del merito della vicenda comportante accertamenti di fatto invero preclusi a questa Corte di legittimità, nonché una rivalutazione delle emergenze probatorie, laddove solamente al giudice di merito spetta individuare le fonti del proprio convincimento e a tale fine valutare le prove, controllarne la attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova, non potendo in sede di legittimità riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale, atteso il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi alla attenzione dei giudici della Corte Suprema di Cassazione elementi di fatto già considerati dai giudici del merito, al fine di pervenire ad un diverso apprezzamento dei medesimi (cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443).

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo in favore della controricorrente società Poste Italiane s.p.a., seguono la soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 8.200,00, di cui Euro 8.000,00 per onorari, oltre a spese generali ed accessori come per legge, in favore della controricorrente società Poste Italiane s.p.a..

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, come modif. dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 16 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

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