Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39237 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. III, 10/12/2021, (ud. 15/06/2021, dep. 10/12/2021), n.39237

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele Gaetano Antonio – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – rel. Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6913/2018 proposto da:

L.J., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MONTE ZEBIO 9,

presso lo studio dell’avvocato GIORGIO DE ARCANGELIS, rappresentato

e difeso dall’avvocato ALESSANDRO GRACIS;

– ricorrente –

contro

C.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA RICCARDO

GRAZIOLI LANTE, 15/A 6, presso lo studio dell’avvocato STEFANO

PANICCIA, rappresentato e difeso dall’avvocato ROBERTO NOACCO;

– controricorrente –

e contro

CATTOLICA ASSICURAZIONE COOPERATIVA SOCIETA’, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 38, presso lo studio

dell’avv. PIERFILIPPO COLETTI, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1710/2017 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 28/08/2017;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/06/2021 dal Consigliere Dott. ENRICO SCODITTI;

udito l’Avvocato;

udito il Pubblico Ministero Dott. NARDECCHIA Giovanni Battista.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. F.D., nella qualità di legale rappresentate del minore L.J., convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Treviso C.L. e la Società Cattolica di Assicurazione Coop. a r.l. chiedendo il risarcimento del danno non patrimoniale per la morte della sorella unilaterale L.B., nata dalla convivenza more uxorio fra il padre, L.R., e B.S.. Espose che quest’ultima, deceduta presso il pronto soccorso subito dopo sinistro stradale, aveva dato alla luce mediante parto cesareo alle ore 20:22 la piccola B., poi deceduta alle 21:10. Si costituì il C. eccependo in via preliminare la prescrizione e chiedendo inoltre il rigetto della domanda. La società assicuratrice chiese il rigetto della domanda.

2. Il Tribunale adito accolse la domanda nei confronti della società assicuratrice, condannandola al pagamento della somma di Euro 14.244,00, oltre interessi legali sulla somma devalutata e rivalutata alla data di pubblicazione della sentenza, e rigettò la domanda nei confronti del C..

3. Avverso detta sentenza propose appello L.J.. Si costituì la parte appellata chiedendo il rigetto dell’appello.

4. Con sentenza di data 28 agosto 2017 la Corte d’appello di Venezia accolse parzialmente l’appello, condannando la società assicuratrice al pagamento della somma di Euro 23.745,00, oltre interessi legali sulla somma devalutata e rivalutata alla data di pubblicazione della sentenza.

Osservò la corte territoriale, con riferimento alla questione dell’interruzione della prescrizione, che la spedizione della raccomandata non era di per sé sufficiente a fondare la presunzione di conoscenza dell’atto da parte del destinatario, salvo il caso in cui per le particolari modalità di trasmissione dell’atto o per i particolari doveri di consegna dell’agente postale si potesse presumere l’arrivo nel luogo di destinazione (così Cass. n. 20167 del 2014). Aggiunse che Cass. n. 19387 del 2012 aveva evidenziato la necessità per il mittente di produrre in giudizio, non oltre l’udienza di discussione, l’avviso di ricevimento del piego raccomandato contenente la copia dell’atto, ovvero l’avviso di ricevimento della raccomandata relativa all’avvenuto compimento della formalità di cui all’art. 140 c.p.c., e che il L. aveva dimostrato solo la spedizione della raccomandata ed il suo arrivo al centro postale, ma non aveva dimostrato che la consegna della raccomandata da parte dell’agente postale all’indirizzo del destinatario fosse andata a buon fine, per cui avrebbe dovuto produrre in giudizio l’avviso di ricevimento.

Osservò ancora, con riferimento alla liquidazione del danno non patrimoniale, che la frequentazione da parte di J. della famiglia paterna, per quanto non intensa come quella che si sarebbe potuta avere se le parti avessero vissuto nella stessa città, non poteva certo essere definita sporadica e che il fatto che J. fosse stato figlio unico fino alla nascita della sorella faceva presumere che egli si sarebbe molto legato a quest’ultima. Aggiunse quindi che non si comprendeva come il Tribunale, per la sola relativa distanza geografica dei due nuclei familiari e per la considerazione che la perdita di un legame futuro sarebbe stata meno dolorosa di un legame già esistente, considerazioni che legittimavano al più la liquidazione del danno prossima al minimo di cui alle tabelle milanesi, avesse potuto addirittura ridurre del 40% l’importo minimo della tabella.

5. Ha proposto ricorso per cassazione L.J. sulla base di cinque motivi. Resistono con distinti controricorsi le parti intimate. Il Procuratore generale ha formulato le sue conclusioni motivate. E’ stata depositata memoria di parte.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Osserva la parte ricorrente che la corte territoriale, con motivazione non rispettosa del minimo costituzionale, dopo avere dato atto del mutamento radicale della vita del minore, ammettendone quindi le consistenti privazioni, non ne ha tratto le conclusioni sul piano della determinazione dell’importo risarcitorio, liquidando l’importo di Euro 23.745,00, a fronte di un range che poteva arrivare ad Euro 142.420,00.

1.1. Il motivo è infondato. Va rammentato che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8053).

La corte territoriale è pervenuta alla determinazione dell’importo a titolo risarcitorio sulla base del rilievo di una incoerenza nella motivazione del primo giudice la quale, sulla base delle circostanze della distanza geografica dei due nuclei familiari e del grado minore di sofferenza per la perdita di un legame futuro rispetto ad un legame già esistente, anziché attestarsi sul minimo della tabella del Tribunale di Milano, lo ha ridotto del 40%. Si comprende quindi chiaramente quale sia la ratio decidendi alla base della decisione impugnata: rilevata l’esistenza della sofferenza per la perdita parentale, sul fondamento di una frequentazione che non sarebbe stata sporadica e di un legame che si sarebbe instaurato per la condizione di figlio unico del danneggiato, la determinazione del danno è stata guidata dalla considerazione della distanza geografica e della minore intensità della sofferenza trattandosi di un legame non attuale.

Aggiungasi che a pag. 9 della motivazione della decisione impugnata si legge che il motivo lamentava la riduzione del 40% dell’importo individuato nel minimo della tabella milanese. Ebbene, parametrando la motivazione a siffatta indicazione del motivo di appello, risulta palese che la motivazione stessa non è assertoria quanto alla quantificazione del danno, che risulta determinata con l’esclusione della riduzione del 40%.

La chiara percezione di quale sia la ratio decidendi impedisce di classificare la motivazione come al di sotto del minimo costituzionalmente rilevante.

2. Con il secondo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Osserva la parte ricorrente che la corte territoriale, nonostante avesse fatto menzione del principio di diritto enunciato da Cass. n. 20167 del 2014, secondo cui la spedizione della raccomandata non è di per sé sufficiente a fondare la presunzione di conoscenza dell’atto da parte del destinatario, salvo il caso in cui per le particolari modalità di trasmissione dell’atto o per i particolari doveri di consegna dell’agente postale si potesse presumere l’arrivo nel luogo di destinazione, ha escluso, in presenza di spedizione avvenuta per posta raccomandata, la presunzione di avvenuta conoscenza, facendo poi applicazione di Cass. n. 19387 del 2012, relativa all’onere di produrre l’avviso di ricevimento con riferimento alla notifica di ricorso per cassazione a mezzo del servizio postale.

2.1. Il motivo è fondato. Il primo motivo di appello, come si legge a pag. 9 della sentenza impugnata, è stato ritenuto privo di fondamento in forza del principio enunciato da Cass. 25 settembre 2014, n. 20167: la presunzione di conoscibilità di un atto giuridico recettizio richiede la prova, anche presuntiva, ma avente i requisiti di cui all’art. 2729 c.c. (gravità, univocità e concordanza), che esso sia giunto all’indirizzo del destinatario, sicché, in caso di contestazione, la prova della spedizione non è in sé sufficiente a fondare la presunzione di conoscenza, salvo il caso in cui, per le modalità di trasmissione dell’atto (raccomandata, anche senza avviso di ricevimento o telegramma), e per i particolari doveri di consegna dell’agente postale, si possa presumere l’arrivo nel luogo di destinazione. Accertata la natura di spedizione postale con lettera raccomandata, ha poi reputato necessaria la produzione in giudizio dell’avviso di ricevimento, ai fini della prova dell’arrivo della lettera all’indirizzo del destinatario, richiamando Cass. n. 19387 del 2012. Trattasi di conclusione non conciliabile con il precedente argomento della sufficienza della spedizione a fondare la presunzione di cui all’art. 1335 c.c., per le modalità di trasmissione dell’atto (Cass. n. 20167 del 2014, cui la decisione fa riferimento, richiama la raccomandata, anche senza avviso di ricevimento, ed il telegramma) ed i particolari doveri di consegna dell’agente postale. Peraltro la portata che il richiamato principio di diritto avrebbe dovuto avere sul piano della decisione risulta smentita mediante il richiamo di un precedente di questa Corte non relativo all’art. 1335, ma alla diversa fattispecie della notifica del ricorso per cassazione a mezzo del servizio postale, e dunque non un orientamento giurisprudenziale contrario a quello di Cass. n. 20167 del 2014 (anche in tal caso sarebbe però comunque rimasta la disarmonia di una decisione retta dal richiamo ad orientamenti giurisprudenziali contrastanti).

Ricorre così l’ipotesi di “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” significativa, alla stregua di Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8053, dell’esistenza di un’anomalia costituzionalmente rilevante, che giustifica la cassazione della decisione impugnata.

3. Con il terzo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 1335 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva la parte ricorrente che la corte territoriale ha fatto applicazione di un principio, quello enunciato da Cass. n. 19387 del 2012, non conferente in quanto relativo alla notifica di un atto giudiziale, mentre nella specie opera il diverso principio della presunzione di conoscenza degli atti stragiudiziali ai sensi dell’art. 1335, in base al quale la sola condizione è l’arrivo all’indirizzo del destinatario, senza che rilevi l’identità della persona a cui l’atto sia consegnato.

4. Con il quarto si denuncia omesso esame di fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione fra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Osserva il ricorrente che il giudice di appello ha omesso di esaminare i due avvisi di ricevimento, relativi al C. ed alla società assicuratrice, prodotti nel grado di appello, per i quali non operava il divieto di cui all’art. 345 c.p.c., trattandosi di documento meramente integrativo rispetto a quello prodotto in primo grado (cfr. Cass. n. 4080 del 2009 e n. 10849 del 2006).

5. Con il quinto motivo si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 2727,2729 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4. Osserva la parte ricorrente che la corte territoriale doveva riconoscere il fatto ignoto della ricezione della raccomandata sulla base dei seguenti fatti indizianti: la spedizione di due raccomandate con avviso di ricevimento, al C. ed alla società assicuratrice; l’arrivo delle stesse ai competenti centri di Poste Italiane; la consegna da parte del portalettere come attestato dalle videate stampate dal sito di Poste Italiane attestanti la consegna da parte degli agenti postali; l’esistenza di analoghe diffide ai medesimi indirizzi corredate dagli avvisi di ricevimento; la mancata proposizione dell’eccezione di prescrizione da parte della società assicuratrice.

6. L’accoglimento del secondo motivo determina l’assorbimento degli ulteriori motivi. Essi attengono ai profili del corretto principio di diritto di cui fare applicazione (e sulla cui base esercitare il giudizio di fatto) e dell’ammissibilità della produzione documentale rilevante ai fini della decisione i quali presuppongono la previa enunciazione da parte del giudice di merito della ratio decidendi circa la sufficienza o meno della spedizione della raccomandata ai fini della presunzione di conoscenza, ratio che, per quanto si è osservato a proposito del secondo motivo, non è percepibile sulla base della motivazione per la contraddittorietà logica da cui è avvinta.

P.Q.M.

accoglie il secondo motivo e rigetta il primo motivo, dichiarando per il resto assorbito il ricorso; cassa la sentenza in relazione al motivo accolto; rinvia alla Corte di appello di Venezia in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 15 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

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