Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39177 del 09/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/12/2021, (ud. 12/10/2021, dep. 09/12/2021), n.39177

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23091-2020 proposto da:

T.S., rappresentato e difeso dall’avvocato MAURO TOMMASI;

– ricorrente –

contro

CAPRICE S.R.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LUDOVISI 35,

presso lo studio dell’avvocato ANDREA MORETTI, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato ALESSANDRO PASQUINI;

– controricorrente –

avverso l’ordinanza n. 32148/2019 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

depositata il 10/12/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/10/2021 dal Consigliere ANTONIO SCARPA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

1. T.S. ha proposto ricorso articolato in unico motivo per la revocazione dell’ordinanza della Corte di cassazione n. 32148/2019 del 10 dicembre 2019.

2. L’intimata Caprice s.r.l. resiste con controricorso.

3. Su proposta del relatore, ai sensi dell’art. 391-bis c.p.c., comma 4, e dell’art. 380-bis c.p.c., commi 1 e 2, che ravvisava l’inammissibilità del ricorso, il presidente fissava con decreto l’adunanza della Corte perché la controversia venisse trattata in camera di consiglio nell’osservanza delle citate disposizioni.

Il ricorrente ha presentato memoria e “memoria integrativa”, ed anche la controricorrente ha presentato memoria.

4. Questa Corte, con l’ordinanza n. 32148/2019 del 10 dicembre 2019, rigettò il ricorso di T.S. contro la sentenza n. 976/2019 della Corte d’appello di Genova, depositata il 15 giugno 2018, con cui era stato respinto il gravame contro la decisione di primo grado resa dal Tribunale di Massa, che aveva revocato il decreto ingiuntivo intimato dall’architetto T. alla Caprice s.r.l. per il pagamento dell’importo di Euro 686.414,19 a titolo di compensi professionali. La Corte di cassazione ha negato la fondatezza delle censure volte ad ottenere una rivalutazione del materiale istruttorio inerente all’espletamento dell’attività professionale ed alla sussistenza del correlato diritto al compenso.

Il ricorso per revocazione deduce l’errore di fatto addebitato all’ordinanza n. 32148/2019 quanto alla assunta inesistenza della prestazione d’opera professionale dedotta in giudizio nel periodo 1989-13 febbraio 1993, circostanza che non costituiva punto controverso in giudizio e che tuttavia è stata negata sia dalla Corte d’appello di Genova che dalla Corte di cassazione. Si richiamano i documenti che comproverebbero l’attività professionale svolta e le risultanze della CTU. Per il ricorrente ricorrerebbe anche l’omesso esame di un fatto decisivo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

Il motivo di ricorso è palesemente estraneo al parametro dell’errore revocatorio di fatto, rilevante ai sensi dell’art. 391 bis c.p.c..

Per consolidata interpretazione, invero, in materia di revocazione delle decisioni della Corte di cassazione, l’errore di fatto di cui all’art. 395 c.p.c., n. 4, postula un contrasto fra due diverse rappresentazioni dello stesso fatto, delle quali una emerge dalla sentenza, l’altra dagli atti e documenti processuali, sempreché la realtà desumibile dalla pronuncia sia frutto di supposizione e non di giudizio, formatosi sulla base di una valutazione. Deve, dunque, trattarsi di un errore meramente percettivo, tale da aver indotto la Corte a fondare la propria decisione sulla supposta inesistenza (od esistenza) di un fatto, positivamente acquisito (od escluso) nella realtà del processo. L’errore di fatto che può legittimare la revocazione di una decisione della Corte di cassazione deve, quindi, pur sempre riguardare gli atti “interni” al giudizio di legittimità, ossia quelli che la Corte esamina direttamente nell’ambito dei motivi di ricorso e delle questioni rilevabili di ufficio, e deve avere, quindi, carattere autonomo, nel senso di incidere direttamente ed esclusivamente sulla decisione medesima (Cass. Sez. U, 27/11/2019, n. 31032; Cass. Sez. U, 28/05/2013, n. 13181).

Non sono perciò neppure astrattamente idonee ad integrare errore revocatorio, rilevante ai sensi ed agli effetti di cui all’art. 391-bis c.p.c. ed all’art. 395 c.p.c., n. 4), le deduzioni, che il ricorrente porta nel suo motivo, attinenti, nella specie, alla efficacia probatoria della documentazione allegata e della espletata consulenza tecnica d’ufficio, costituenti, del resto, nel punto controverso su cui l’ordinanza n. 32148/2019 ebbe a pronunciare a seguito dell’apprezzamento delle risultanze processuali ancora devoluto in sede di legittimità.

Il ricorso per revocazione, come depone anche l’esplicito riferimento al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, mira a reintrodurre il “thema decidendum” originario del precedente giudizio di legittimità, ed adduce vizi di giudizio tutti riferibili già alla sentenza n. 976/2019 della Corte d’appello di Genova, e dunque da far valere immediatamente soltanto con i rimedi proponibili contro la medesima decisione di merito.

D’alto canto, il ricorso per revocazione introduce la questione della “non contestazione” in ordine all’esistenza dei fatti costitutivi della pretesa creditoria azionata, questione neppure compresa tra i motivi del ricorso per cassazione RG n. 26616/2018.

Il ricorrente, nella prima memoria presentata ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., comma 2, – ove si censura la “distruttiva proposta” del consigliere relatore, perché lesiva di “diritti primari del cittadino che si rivolge alla “giustizia” – quale grande “mamma” – per ottenere tutela degli stessi, ampiamente provati in atti”, invocando quindi l’affidamento spirituale” della Suprema Corte, e per il resto ribadendo le valutazioni sull’adempimento dell’onere probatorio relativo “allo svolgimento effettivo ed alla entità delle prestazioni rese” conferma il malinteso utilizzo del rimedio della revocazione delle sentenze della cassazione come revisio prioris istantiae, con auspicato effetto integralmente ed automaticamente devolutivo del thema decidendum già sottoposto all’esame dei giudici del merito e della stessa Corte di legittimità.

Il ricorso deve, pertanto, essere dichiarato inammissibile e, in ragione della soccombenza, il ricorrente va condannato a rimborsare alla controricorrente le spese del giudizio di revocazione, liquidate in dispositivo.

Sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che ha aggiunto al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, il comma 1-quater – dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l’impugnazione, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare le spese sostenute nel giudizio di revocazione dalla controricorrente, che liquida in complessivi Euro 7.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 12 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 dicembre 2021

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