Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39151 del 09/12/2021

Cassazione civile sez. lav., 09/12/2021, (ud. 12/10/2021, dep. 09/12/2021), n.39151

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2298/2016 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa ope legis dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO presso i cui Uffici domicilia in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI

12;

– ricorrente –

contro

P.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA UGO DE CAROLIS

101, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO PETTINARI, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4365/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 10/07/2015 R.G.N. 986/2012;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

12/10/2021 dal Consigliere Dott. FRANCESCA SPENA.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. La Corte d’Appello di Roma, con sentenza del 10 luglio 2015, confermava la sentenza del Tribunale della stessa sede, che aveva accolto la domanda proposta da P.R., dipendente della AGENZIA DEL TERRITORIO, per la dichiarazione di illegittimità del recesso comunicatogli con nota del 30 novembre 2010, con decorrenza dall’1 gennaio 2012.

2. Esponeva che il rapporto di lavoro era stato risolto dalla AGENZIA DEL TERRITORIO ai sensi del D.L. n. 112 del 2008, art. 72, comma 11, avendo egli maturato la anzianità contributiva di quaranta anni.

3. Precisava che il legislatore, nel testo della norma applicabile ratione temporis (come sostituito dal D.L. 1 luglio 2009, n. 78, art. 17, comma 35-novies, convertito con modificazioni in L. 3 agosto 2009, n. 102), oltre a ripristinare l’originario requisito della anzianità contributiva, aveva espressamente richiamato il D.Lgs n. 165 del 2001, art. 5, rendendo esplicito che il recesso sarebbe stato esercitato con i poteri del datore di lavoro privato ma comunque in funzione del pubblico interesse e degli obiettivi di efficienza, economicità, imparzialità e trasparenza della azione amministrativa.

4. In epoca successiva, il D.L. n. 98 del 2011, art. 16, comma 11, conv. con L. n. 111 del 2011, aveva disposto che l’esercizio della facoltà di risoluzione del rapporto di lavoro, di cui al suddetto art. 72, non necessitava di ulteriore motivazione nell’ipotesi in cui l’amministrazione interessata avesse determinato in via preventiva e con atto generale i criteri applicativi; si trattava di norma di interpretazione autentica, applicabile, pertanto, anche ai provvedimenti della AGENZIA DEL TERRITORIO rilevanti in causa.

5. Nella fattispecie, la AGENZIA DEL TERRITORIO con Delib. Comitato di gestione 10 novembre 2008, richiamata nella lettera di recesso (nota del 30 novembre 2010 n. 10185), aveva precisato che la facoltà di cui all’art. 72, comma 11, sarebbe stata esercitata nei confronti di tutto il personale, dirigente e non, che avesse maturato entro il 21 dicembre 2008 l’anzianità contributiva di 40 anni (e che tale criterio sarebbe stato applicato ordinariamente anche negli anni successivi, salva la valutazione di particolari esigenze di carattere organizzativo – gestionale sopravvenute.

6. La indicata Delibera non conteneva alcun riferimento alle esigenze del servizio assolte né indicava come la risoluzione generalizzata del rapporto di lavoro avrebbe potuto meglio rispondere alle esigenze di efficienza della azione amministrativa.

7. Le motivazioni avrebbero dovuto essere, invece, particolarmente stringenti, tenuto conto del fatto che per il personale non dirigente il D.L. n. 112 del 2008, art. 74, imponeva di ridurre la dotazione organica del personale in una percentuale che ciascuna amministrazione avrebbe potuto determinare con ampio margine di discrezionalità, salvo il limite minimo del 10%.

8. Mancavano, dunque, i criteri applicativi della facoltà di risoluzione del rapporto di lavoro richiesti dal D.L. n. 98 del 2011, art. 16, comma 11.

9. Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza la AGENZIA DELLE ENTRATE – incorporante la AGENZIA DEL TERRITORIO ai sensi del D.L. 6 luglio 2012, n. 95, art. 23 quater, conv. con mod. dalla L. 7 agosto 2012, n. 135 – affidato ad un unico motivo di censura, cui P.R. ha resistito con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con l’unico motivo di ricorso la AGENZIA DELLE ENTRATE ha denunciato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione del D.L. n. 112 del 2008, art. 74, conv. con L. 6 agosto 2008, n. 133, nonché del D.L. n. 98 del 2011, art. 16, comma 11, censurando la interpretazione della normativa di riferimento posta a base dalla sentenza impugnata.

2. Si assume che il D.L. n. 98 del 2011, art. 16, comma 11, nell’esonerare la amministrazione dall’obbligo di motivare il provvedimento unilaterale di risoluzione, si limita a prescrivere la indicazione di criteri generali per l’esercizio della facoltà di recesso, senza richiedere la illustrazione delle specifiche esigenze di servizio assolte né di come la risoluzione del rapporto di lavoro (nella specie, con l’intera platea degli interessati) avrebbe potuto meglio rispondere alle esigenze di efficienza della azione amministrativa.

3. Preliminarmente deve essere disattesa l’eccezione di tardività del ricorso, opposta dal controricorrente sul rilievo che la sentenza impugnata è stata pubblicata in data 10 luglio 2015 e che, secondo l’assunto difensivo, il termine di impugnazione scadeva il giorno 6.1.2016, prorogato al 7.1.2016 in quanto festivo (mentre il ricorso veniva spedito per la notifica il giorno 8 gennaio 2016).

4. Osserva la Corte, che non è corretto il computo della scadenza del termine semestrale ex art. 327 c.p.c., effettuato dal controricorrente. Trattandosi di termine stabilito a mesi deve essere osservato, ai sensi dell’art. 155 c.p.c., comma 2, il calendario comune: non si considerano, cioè, i singoli giorni che compongono il mese (computati, invece, nel controricorso) ma solo il mese o l’anno sicché il termine si compie nello stesso giorno del mese finale. Nella fattispecie di causa, il termine di impugnazione scadeva, dunque, il 10 gennaio 2016, con conseguente tempestività della notifica dell’8 gennaio 2016.

5. Venendo all’esame della censura, il ricorso è infondato.

6. Al momento del preavviso di risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro (del 30 novembre 2010 n. 10185) trovava applicazione il testo del D.L. n. 112 del 2008, art. 72, comma 11, sostituito dal D.L. 1 luglio 2009, n. 78, art. 17, comma 35-novies, convertito con modificazioni in L. 3 agosto 2009, n. 102, a tenore del quale:

“Per gli anni 2009, 2010 e 2011, le pubbliche amministrazioni di cui al D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 1, comma 2 e successive modificazioni, possono, a decorrere dal compimento dell’anzianità massima contributiva di quaranta anni del personale dipendente, nell’esercizio dei poteri di cui del citato D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 5, risolvere unilateralmente il rapporto di lavoro e il contratto individuale, anche del personale dirigenziale, con un preavviso di sei mesi, fermo restando quanto previsto dalla disciplina vigente in materia di decorrenza dei trattamenti pensionistici..”.

7. Il D.L. 13 agosto 2011, n. 138, art. 1, comma 16, convertito con modificazioni in L. 14 settembre 2011, n. 148, ha esteso la applicazione della disposizione agli anni 2012, 2013 e 2014.

8. La disposizione è rimasta invariata nei successivi interventi legislativi (fino alla sostituzione operata del D.L. 24 giugno 2014, n. 90, art. 1, comma 5, conv. con mod., dalla L. 11 agosto 2014, n. 114, non applicabile in causa).

9. Questa Corte, a partire della sentenza n. 21626/2015, ha invece già affermato che il D.L. 6 luglio 2011, n. 98, art. 16, comma 11 – a tenore del quale l’esercizio della facoltà di risoluzione del rapporto di lavoro di cui al suddetto art. 72, non necessita di ulteriore motivazione qualora la amministrazione interessata abbia determinato preventivamente i criteri applicativi con atto generale di organizzazione interna – ha natura innovativa sicché non è applicabile retroattivamente, contrariamente a quanto affermato nella sentenza impugnata.

10. Si è tuttavia precisato (Cass. n. 21626/2015, n. 11595/2016 e giurisprudenza successiva) che l’obbligo di motivazione, solo de futuro sostituito dall’atto generale, era comunque sotteso, sin dall’origine, alla fattispecie prevista dal D.L. n. 112 del 2008, art. 72, comma 11, giacché la facoltà di risoluzione del rapporto di lavoro deve essere esercitata avendo riguardo alle complessive esigenze della amministrazione, nell’ambito di politiche del lavoro, in conformità ai principi di buona fede e correttezza, imparzialità e buon andamento, che caratterizzano anche gli atti di natura negoziale del datore di lavoro pubblico e che soltanto attraverso la motivazione è salvaguardato il controllo di legalità del suo esercizio.

11. In mancanza di motivazione, la risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro viola le norme imperative che richiedono la rispondenza al pubblico interesse dell’azione amministrativa (D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 5, comma 2), i criteri di correttezza e buona fede, i principi di imparzialità e buon andamento di cui all’art. 97 Cost., nonché l’art. 6, comma 1, della direttiva 78/2002 CE.

12. In relazione a quest’ultimo aspetto, si è evidenziato che la risoluzione del rapporto di lavoro in ragione della anzianità contributiva, per non tradursi in una illegittima discriminazione in ragione dell’età, necessità di un percorso valutativo che garantisca la sua finalizzazione all’interesse pubblico ad una più efficiente organizzazione della amministrazione, in un ragionevole bilanciamento dei diversi interessi costituzionalmente protetti che vengono in rilievo (ex aliis, Cass. 25 giugno 2019, n. 16995).

13. A tali principi si intende assicurare in questa sede continuità.

14. Nella fattispecie di causa, la sentenza impugnata, pur avendo erroneamente attribuito efficacia retroattiva al D.L. n. 98 del 2011, art. 16, comma 11, qualificandolo come norma di interpretazione autentica, ha dato atto che la lettera di recesso del 30 novembre 2010 (n. 10185) richiamava espressamente la Delib. Comitato di gestione 10 novembre 2008; l’obbligo di motivazione dell’atto di recesso, in ipotesi, potrebbe essere stato, pertanto, comunque assolto dalla amministrazione, seppure non direttamente attraverso l’atto generale ma nell’atto di recesso individuale, come richiesto dalla normativa vigente ratione temporis, attraverso la tecnica del rinvio per relationem.

15. Tuttavia, per quanto risulta nella stessa sentenza impugnata, nel richiamato atto del 10 novembre 2008 l’amministrazione si era limitata ad affermare che avrebbe provveduto a risolvere il rapporto di lavoro con tutto il personale che avesse maturato, anche negli anni a venire, il requisito di anzianità contributiva, senza dare conto in alcun modo delle esigenze organizzative sottese a tale scelta.

16. Correttamente, pertanto, la sentenza impugnata ha ritenuto che l’atto non assolvesse all’obbligo di motivazione.

17. Questa Corte si è già pronunciata in una fattispecie sovrapponibile (Cass. 25 giugno 2019 n. 16995), affermando che la Delibera del Comitato di gestione della AGENZIA DEL TERRITORIO, che disponeva una generale risoluzione del rapporto di lavoro con tutti coloro che avessero raggiunto i quaranta anni di anzianità contributiva non è idonea ad assolvere l’obbligo di motivazione, in quanto priva di ogni indicazione delle finalità organizzative perseguite della amministrazione e del loro rapporto con le posizioni di lavoro che venivano in rilievo.

18. Deve, altresì, darsi conto della diversità della fattispecie di causa rispetto a quella esaminata da Cass. n. 14812/2020, relativa ad un atto generale adottato dalla AGENZIA DELLE ENTRATE (atto del direttore del 31 ottobre 2008 n. 164144) ai sensi del medesimo D.L. n. 112 del 2008, art. 72, comma 11. In quella ipotesi, l’atto generale della amministrazione aveva motivato il recesso con la finalità di perseguire una politica di ricambio generazionale (oltre che con l’attuazione dei processi di ridimensionamento degli assetti organizzativi imposti dal D.L. n. 112 del 2008, art. 74). Vanno differenziati, dunque, gli atti generali rispettivamente adottati, nell’anno 2008, dalla AGENZIA DEL TERRITORIO e dalla AGENZIA DELLE ENTRATE, all’epoca enti distinti, mentre nel ricorso la valutazione della posizione delle due Agenzie è impropriamente sovrapposta.

19. Conclusivamente il ricorso deve essere respinto, con correzione della motivazione della sentenza impugnata, nella parte in cui erroneamente ha applicato in senso retroattivo, qualificandola come norma di interpretazione autentica, la disposizione del D.L. 6 luglio 2001, n. 98, art. 16, comma 11.

20. Le spese di causa, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

21. Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (che ha aggiunto al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater) della sussistenza dei presupposti processuali dell’obbligo di versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la impugnazione integralmente rigettata, se dovuto (Cass. SU 20 febbraio 2020 n. 4315).

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 200 per spese ed Euro 5.000 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella adunanza camerale, il 12 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 dicembre 2021

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