Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39147 del 09/12/2021

Cassazione civile sez. I, 09/12/2021, (ud. 17/11/2021, dep. 09/12/2021), n.39147

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – rel. Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. CENICCOLA Aldo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21758/2020 proposto da:

I.B., domiciliata in Roma, piazza Cavour, presso la

Cancelleria civile della Corte di Cassazione e rappresentata e

difesa dall’avvocato Maria Eugenia Lo Bello, in forza di procura

speciale allegata al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in Roma Via dei Portoghesi 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, che la rappresenta e difende ex lege;

– resistente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di TRENTO, depositato il 1.7.2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

17.11.2021 dal Consigliere Dott. UMBERTO LUIGI CESARE GIUSEPPE

SCOTTI.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35 bis, depositato il 23.3.2019, I.B., cittadina della Nigeria, ha adito il Tribunale di Trento – Sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini UE – impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria.

La ricorrente aveva riferito di essere nata in Nigeria, a Lagos; di essere di religione cristiana; di essere primogenita di quattro figli, e madre di tre figli che vivono nel Kwara State con la nonna; di essere rimasta incinta del primo figlio mentre frequentava la scuola e di essere stata costretta dal padre a lasciarla; di essere andata a vivere con il padre del bambino, senza sposarsi; di essere rimasta di nuovo incinta dopo quattro anni; che i genitori del ragazzo, musulmano, la minacciavano di morte se non si fosse allontanata dal figlio; di avere avuto il terzo figlio nel (OMISSIS), sempre minacciata dai genitori del compagno; che il (OMISSIS) questi era deceduto e i suoi genitori l’avevano accusata della sua morte; di essere scappata di casa con i figli, senza farvi più ritorno, e di essere andata a vivere con la madre; che i parenti del fidanzato l’avevano cercata anche là e minacciata, essendo intenzionati a toglierle i figli e ucciderla; di essere andata a vivere a Lagos con la madre; di essersi rivolta a una donna che aiutava le persone a lasciare la Nigeria; di aver dovuto prestare giuramento di restituire il debito fatto per il viaggio e di aver ricevuto la promessa di un posto di lavoro in un albergo in Italia per fare le pulizie; di essere andata in Libia e di aver lavorato facendo le pulizie in ospedale, senza contatti con la donna precedentemente menzionata; di essere stata contattata, una volta giunta in Italia, da G., la donna che l’aveva fatta partire per ottenere la restituzione del prestito di 8 milioni di naira; di temere sia la vendetta dei genitori del fidanzato e l’appropriazione dei figli, sia la creditrice G..

Con decreto dell’1.7.2020 il Tribunale di Trento ha respinto il ricorso, ritenendo che non sussistessero i presupposti per il riconoscimento di ogni forma di protezione internazionale e umanitaria.

2. Avverso il predetto decreto ha proposto ricorso I.B., con atto notificato il 30.7.2020, svolgendo unico motivo.

L’intimata Amministrazione dell’Interno si è costituita solo con memoria 7.9.2020 al fine di poter eventualmente partecipare alla discussione orale.

Diritto

RITENUTO

Che:

1. Con il motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 5, la ricorrente denuncia omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione fra le parti e, in particolare, la mancata analisi della relazione dell’unità antitratta della Provincia autonoma di Trento del 19.2.2018, oggetto di specifica allegazione in primo grado (doc. 6 del ricorso di merito).

1.1. La ricorrente fa presente di aver riferito in sede di audizione di essere stata ripetutamente contattata dalla “madama” allo scopo di rammentarle il debito contratto e il rischio corso dai suoi figli se non lo avesse onorato.

Aggiunge ancora che dalla relazione citata risultavano pressioni telefoniche proprio in occasione del colloquio del 12.2.2018.

1.2. Il motivo è fondato e va accolto.

Il Tribunale ha totalmente omesso di considerare tale circostanza che convalidava il racconto della richiedente asilo, di cui invece ha mostrato di dubitare per il carattere generico delle minacce ricevute.

1.3. Fa difetto poi totalmente nel provvedimento impugnato la considerazione dell’esposizione della ricorrente alla tratta per avvio alla prostituzione, di cui invece ricorrevano evidentemente plurimi indici sintomatici emergenti dallo stesso decreto (contrazione di ingente prestito, intermediazione di una “madama”, richiesta di prostituzione in luogo del lavoro promesso, pressioni e minacce telefoniche).

Questa Corte al riguardo ha affermato che la valutazione di inattendibilità del racconto del richiedente non può condizionare la verifica dei presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria che il giudice è chiamato ad effettuare ex officio sia rispetto all’esistenza ed al grado di deprivazione dei diritti umani nell’area di provenienza del richiedente, sia rispetto alla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione raggiunto nel nostro paese e i rischi collegati al rimpatrio che potrebbero esporre l’asilante, proveniente da quella determinata area geografica, a un’oggettiva vulnerabilità personale, caratterizzata da fenomeni di deprivazione dei diritti della popolazione femminile e dal rischio concreto di sfruttamento sessuale nell’ambito del circuito della tratta di esseri umani (Sez. 6 – 1, n. 22511 del 9.8.2021, Rv. 662344 – 01).

E’ stato inoltre ritenuto che ove nella vicenda dedotta dal richiedente asilo sia ritenuto oggettivamente ravvisabile, sulla scorta degli indici individuati dalle Linee guida UNHCR, il forte ed attuale rischio, in caso di rimpatrio forzato, di esposizione allo sfruttamento sessuale o lavorativo nell’ambito del circuito della tratta di esseri umani, sì da ritenere sussistenti i presupposti per la segnalazione dei delitti ex artt. 600 e 601 c.p. e per la segnalazione ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3-bis, ricorre una condizione di vulnerabilità personale valorizzabile ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria anche ove tale condizione non sia esplicitamente riconosciuta dall’istante (Sez. 2, n. 1750 del 2.01.2021, Rv. 660228 – 01).

2. In ragione dell’accoglimento del motivo di ricorso, il decreto impugnato deve essere cassato, con rinvio del procedimento al Tribunale di Trento, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte;

accoglie il ricorso, cassa il decreto impugnato e rinvia al Tribunale di Trento, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 17 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 dicembre 2021

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