Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3914 del 17/02/2020

Cassazione civile sez. lav., 17/02/2020, (ud. 20/11/2019, dep. 17/02/2020), n.3914

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. D’ANTONIO Enrica – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19664/2014 proposto da:

M.A., G.A.L., G.P.,

G.V., tutti elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DI SANTA TERESA

23, presso lo studio dell’avvocato FABRIZIO PIETROSANTI,

rappresentati e difesi dall’avvocato FABRIZIO MARIA DRAGO;

– ricorrenti –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del suo Presidente e legale rappresentante pro tempore, in proprio e

quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. – Società di

Cartolarizzazione dei Crediti I.N.P.S., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA N. 29, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentati e difesi dagli avvocati ESTER ADA

SCIPLINO, ANTONINO SGROI, CARLA D’ALOISIO, LELIO MARITATO;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 77/2014 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 27/02/2014 R.G.N. 789/2012.

Fatto

RITENUTO

che:

Con sentenza n. 77 del 2014, la Corte d’appello di Torino, accogliendo l’impugnazione proposta dall’INPS avverso la sentenza del Tribunale di Cuneo resa nei confronti di G.P.F. (cui erano succeduti in appello gli eredi), ha rigettato l’opposizione proposta da quest’ultimo avverso il Decreto Ingiuntivo n. 318 del 1998 e la cartella esattoriale con la quale era stato intimato il pagamento di Euro 276,146 per contributi omessi e sanzioni aggiuntive;

l’opponente aveva dedotto di non aver mai ricevuto la notifica del decreto ingiuntivo posto anche a fondamento della cartella ed affermava, comunque, la nullità di una eventuale notifica “per compiuta giacenza”, non avendo mai ricevuto alcuna raccomandata di avviso; dalla nullità della notifica del decreto ingiuntivo discendeva la nullità anche della cartella di pagamento; in subordine il ricorrente aveva eccepito la prescrizione del credito;

il Tribunale, affermata la nullità del decreto ingiuntivo, aveva ritenuto che il precetto del 27 settembre 2001 non avesse interrotto la prescrizione, con la conseguenza che, non essendovi ulteriori atti interruttivi dopo la data di chiusura del fallimento avvenuta il 13 aprile 1995, il credito contributivo era ormai prescritto;

ad avviso della Corte territoriale il decreto ingiuntivo era stato notificato a G.P.F. presso la residenza (OMISSIS), a mezzo del servizio postale con raccomandata n. 3495 del 28 settembre 2001; da tale notifica l’atto era stato restituito con l’indicazione “sconosciuto” per cui, poichè la notifica era stata eseguita presso l’unico indirizzo risultante all’anagrafe, si era proceduto correttamente ai sensi dell’art. 143 c.p.c., secondo le formalità ivi previste come attestato dalla relata di notifica apposta dall’ufficiale giudiziario;

doveva, dunque, ritenersi errata la valutazione del primo giudice che aveva ritenuto la notifica nulla in ragione del disposto della sentenza della Corte Costituzionale n. 346 del 2008, in difetto di comunicazione con raccomandata con avviso di ricevimento del compimento delle citate formalità e ciò in quanto la notifica in esame era antecedente alla citata sentenza ed il rapporto processuale aveva ormai esaurito i propri effetti e, comunque, la notifica era avvenuta ritualmente ai sensi dell’art. 143 c.p.c.; avverso tale sentenza ricorrono per cassazione gli eredi di G.P.F., M.A., G.P., G.A.L. e G.V. sulla base di due motivi illustrati da memoria: 1) omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che ha formato oggetto di discussione tra le parti (ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) che viene ravvisato nella circostanza che la sentenza impugnata aveva accolto l’appello, considerando la validità della notifica dell’atto di precetto del 27 febbraio 2001, che era atto estraneo al giudizio di opposizione alla cartella, anzichè esaminare la notificazione del Decreto Ingiuntivo n. 318 del 1998, posto a base della cartella e notificato a mezzo servizio postale in data 19 febbraio 1998; 2) violazione e o falsa applicazione dell’art. 342 c.p.c., posto che la sentenza impugnata aveva omesso di esaminare l’eccezione di inammissibilità dell’appello proposto dall’INPS che la parte appellata aveva sollevato in ragione del fatto che l’impugnazione era stata incentrata sulla affermata ritualità ai sensi dell’art. 140 c.p.c., della notifica di un atto, senza specificare se si intendesse alludere alla notifica del decreto ingiuntivo oppure del precetto;

l’INPS resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

il primo motivo, che lamenta un vizio di motivazione derivato dall’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che ha formato oggetto discussione tra le parti, non rispetta il paradigma fissato dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ed è pertanto inammissibile;

in particolare, viene denunciato sub specie art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, quello che, in realtà, a tutto astrattamente concedere sarebbe un error in procedendo conseguente al ritenuto omesso esame d’un fatto processuale, vizio – peraltro inesistente nel caso di specie, come si dirà più oltre – che semmai sarebbe deducibile soltanto ai sensi del cit. art. 360, n. 4;

peraltro, quanto al rapporto tra eventuale titolo monitorio esistente e cartella esattoriale relativa al medesimo credito contributivo, questa Corte ha affermato (Cass. n. 10991 del 2008) che laddove il credito preteso sia già stato accertato a seguito della mancata opposizione e decreto ingiuntivo, è possibile per l’Ente creditore avviare la procedura di riscossione mediante iscrizione a ruolo ed emanazione della relativa cartella esattoriale e nessuna norma impedisce tale scelta all’ente previdenziale, ancorchè abbia già ottenuto un titolo esecutivo giudiziale, nè contempla sanzioni sul piano della validità della cartella esattoriale;

da ciò deriva che la relazione tra decreto ingiuntivo e cartella esattoriale incentrati sul medesimo credito – non pone un problema di violazione della regola del ne bis in idem, nè esiste una dipendenza necessaria che lega le sorti della seconda alla ritualità della notifica del primo;

anche il secondo motivo è inammissibile;

in questo caso, il vizio della sentenza impugnata starebbe nell’aver violato l’art. 342 c.p.c., in ragione della mancata considerazione della genericità del motivo addotto dall’Inps nell’atto d’appello in punto di vizio della notifica di un non meglio precisato atto, laddove gli atti rilevanti ed esaminati dal giudice di primo grado erano stati due: il decreto ingiuntivo ed il precetto; per sostenere la doglianza, i ricorrenti riportano solo alcuni stralci (alle pagine 6 e 7 del ricorso) dell’atto di appello e richiamano giurisprudenza di legittimità relativa alla nozione di sufficiente specificità dei motivi d’impugnazione, omettendo di riportare nel loro impianto specifico ed integrale i motivi d’appello formulati dalla controparte affetti – a suo avviso – da genericità comportante la nullità dell’atto stesso;

tale tecnica di formulazione è essa stessa generica essendo stato affermato da questa Corte di legittimità (Cass. n. 86 del 2012) che tale omissione integra violazione del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, il quale è frutto di elaborazione della giurisprudenza di questa Corte avvenuta in relazione a vizi di omesso esame/omessa motivazione relativi a prove testimoniali o documentali, violazione di canoni interpretativi di norme collettive, il cui contenuto non sia stato riportato dal ricorrente, il rispetto del canone di autosufficienza risulta fondato sull’esigenza, particolare del giudizio di legittimità, di consentire al giudice dello stesso di valutare la decisività della prova, testimoniale o documentale, di cui si lamenti l’omesso esame da parte del giudice di merito, la sussistenza della violazione del canone ermeneutico, di carenze dell’elaborato peritale su cui si fondi la decisione del giudice di merito, e, più in generale di error in procedendo, senza che egli debba procedere ad un esame dei fascicoli d’ufficio o di parte ove tali atti siano contenuti (Cass. 1170/04, 4905/03, 9079/03, 15124/01);

siffatta esigenza di astensione del giudice di legittimità dalla ricerca del testo completo degli atti processuali attinenti al vizio denunciato, non è giustificata da finalità sanzionatorie nei confronti della parte che costringa il giudice a tale ulteriore attività d’esame degli atti processuali, oltre quella devolutagli dalla legge, ma risulta, piuttosto, ispirata al principio secondo cui la responsabilità della redazione dell’atto introduttivo del giudizio fa carico esclusivamente al ricorrente ed i difetto di ottemperanza alla stessa non deve essere supplito dal giudice per evitare il rischio di un soggettivismo interpretativo da parte dello stesso nell’individuazione di quali atti – o parti di essi – siano rilevanti in relazione alla formulazione della censura;

la regola predetta vale, evidentemente, anche per i motivi d’appello in relazione ai quali si denuncino errori da parte dei giudici di merito e da ciò deriva che la parte ricorrente, che (come nella fattispecie) denunci la violazione e falsa applicazione dell’art. 342 c.p.c., per la mancata declaratoria della nullità dell’atto di appello per genericità dei motivi, deve riportare nel ricorso, nel loro impianto specifico, i detti motivi formulati dalla controparte (Cass. n. 9734 del 2004);

il ricorso va, in definitiva, dichiarato inammissibile;

le spese seguono la soccombenza nella misura liquidata in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna i ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 13.000 per compensi, oltre ad Euro 200,00 per esborsi, spese forfetarie nella misura del 15% e spese accessorie di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, sussistono i presupposti processuali per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso ex art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 20 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 17 febbraio 2020

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