Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39128 del 09/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/12/2021, (ud. 26/11/2021, dep. 09/12/2021), n.39128

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7452-2020 proposto da:

C.R., rappresentata e difesa dall’avv. LUIGI ANTONIO

BRAMBILLA e domiciliata presso la cancelleria della Corte di

Cassazione;

– ricorrente –

contro

P.F.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1233/2019 del TRIBUNALE di PAVIA, depositata

il 17/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del

26/11/2021 dal Consigliere Dott. OLIVA STEFANO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con atto di citazione ritualmente notificato C.R. proponeva opposizione avverso il decreto ingiuntivo n. 547/2015, con il quale il Giudice di Pace di Pavia le aveva ingiunto di pagare a P.F. la somma di Euro 3.660,00 a titolo di compenso per la redazione di una perizia medica specialistica.

Nella resistenza del creditore opposto, il Giudice di Pace, con sentenza n. 448/2017, rigettava l’opposizione.

L’appello interposto dalla C. avverso la decisione di prime cure veniva, con la sentenza impugnata, n. 1233/2019, emessa nella resistenza della parte appellata solo parzialmente accolto. In particolare, il giudice di secondo grado riformava la sentenza del Giudice di Pace, nella sola parte in cui quest’ultimo aveva condannato la C. ai sensi dell’art. 96 c.p.c.

Propone ricorso per la cassazione di detta decisione C.R., affidandosi a cinque motivi.

La parte intimata non ha svolto attività difensiva nel presente giudizio di legittimità.

La ricorrente ha depositato memoria in prossimità dell’adunanza camerale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il Relatore ha avanzato la seguente proposta ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c.: “PROPOSTA DI DEFINIZIONE EX ART. 380-BIS C.P.C.

INAMMISSIBILITA, o comunque RIGETTO, del ricorso.

C.R. proponeva opposizione avverso il decreto ingiuntivo emesso dal Giudice di Pace di Pavia in favore di P.F., per saldo del compenso relativo ad una consulenza medica. L’opposizione veniva respinta in prime cure. Il Tribunale accoglieva l’appello interposto dalla C. limitatamente alla statuizione, disposta dal primo giudice, di condanna ex art. 96 c.p.c., rigettando nel resto il gravame.

Propone ricorso per la cassazione di detta decisione C.R. affidandosi a cinque motivi.

Con il primo di essi, la ricorrente censura la sentenza nella parte in cui il Tribunale ha ritenuto che il mandato professionale al P. fosse stato conferito da lei, e non invece dal marito; ad avviso della ricorrente, infatti, l’incarico aveva ad oggetto una vicenda molto dolorosa, e per tale motivo il rapporto con il sanitario sarebbe stato sempre gestito da suo marito, responsabile dunque del pagamento della relativa parcella.

Con il secondo motivo, trattato unitamente al primo, la ricorrente lamenta la violazione dei principi sull’onere della prova, perché il Tribunale avrebbe erroneamente presunto che l’incarico al P. fosse stato conferito dalla C., nonostante l’assenza di indizi plurimi, precisi e concordanti.

Le due censure, meritevoli di trattazione congiunta, sono inammissibili. Il Tribunale ha invero ritenuto pacifico che la C. avesse partecipato con il marito almeno ad un incontro con il sanitario; consegnato allo stesso una busta contenente un memorandum di quanto accadutole; ricevuto ed inviato le comunicazioni al medico dal proprio indirizzo di posta elettronica; formulato dette comunicazioni sempre al plurale, ed in un caso anche con indicazione dei due nomi, suo e del marito, a conferma del fatto che entrambi avevano cogestito il rapporto con il P.. Sulla base di detti elementi il giudice di merito ha ravvisato, in capo alla C., “… una posizione attiva non solo nella conclusione del contratto ma anche nel suo svolgimentò. Trattasi di accertamento di fatto, non utilmente censurabile in questa sede, del quale la ricorrente invoca in sostanza il riesame, senza considerare che ciò è estraneo alla natura ed alle finalità del giudizio di legittimità (Cass. Sez. U, Sentenza n. 24148 del 25/10/2013, Rv. 627790).

Con il terzo motivo la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 83 c.p.c., perché il giudice di merito avrebbe dovuto ritenere nulla procura, poiché il P. è iscritto all’A.I.R.E. e residente all’estero dal 16.4.2015.

La censura è inammissibile.

Il Tribunale ha correttamente rilevato che la circostanza che il sanitario risieda all’estero “… non prova da sola che la procura alle liti… sia stata rilasciata da P.F. all’estero” (cfr. pag. 3 della sentenza impugnata), né la ricorrente specifica di aver allegato, nel corso del giudizio di merito, alcuna prova circa l’effettivo conferimento del mandato al di fuori del territorio nazionale. Sul punto, è opportuno ribadire che “In caso di mandante residente all’estero, l’onere di fornire la prova contraria necessaria a superare la presunzione dell’avvenuto rilascio in Italia della procura “ad litem” apposta su atto giudiziario senza indicazione del luogo di sottoscrizione ed autenticata da legale italiano, grava sulla parte avversa a quella della cui sottoscrizione si tratta” (Cass. Sez. U, Ordinanza n. 1605 del 24/01/2020, Rv. 656794).

Con il quarto motivo la ricorrente si duole che il Tribunale abbia considerato prova scritta, valida ai fini dell’emissione del decreto ingiuntivo, la parcella munita del visto di congruità del Consiglio dell’Ordine professionale cui il professionista appartiene.

La censura è inammissibile.

Una volta instaurato il giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo, infatti, il creditore opposto, in quanto attore in senso sostanziale, è tenuto a fornire la prova dell’an e del quantum della propria pretesa, e quindi sia dell’esistenza del rapporto professionale che dell’entità delle prestazioni svolte, ai fini della determinazione del compenso dovutogli. Ne deriva che, anche a voler ammettere che la parcella vistata dal Consiglio dell’Ordine non sia idonea ai fini dell’emissione del decreto ingiuntivo, la questione non assume più alcuna rilevanza una volta instauratosi ritualmente il giudizio di opposizione, poiché in esso si svolge la piena cognitio del rapporto professionale intercorso tra le parti. Peraltro, la decisione del Tribunale è coerente con gli insegnamenti di questa Corte, secondo cui, anche in seguito alla cd. liberalizzazione delle professioni, di cui al D.L. n. 1 del 2012, la parcella delle spese e prestazioni, munita della sottoscrizione del ricorrente e corredata dal parere della competente associazione professionale, continua a rappresentare documento idoneo all’emissione del decreto ingiuntivo, in base al combinato disposto degli artt. 633 e 636 c.p.c., fermo restando l’onere del professionista di provare nel merito la sua pretesa, una volta incardinato il giudizio di opposizione (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 22655 del 31/10/2011, Rv. 620135; nonché Cass. Sez. 2, Sentenza n. 5321 del 04/04/2003, Rv. 561888).

Con il quinto ed ultimo motivo, infine, la ricorrente censura la decisione impugnata perché il Tribunale, avendo parzialmente accolto il gravame, avrebbe dovuto compensare per intero le spese, e non invece compensarle nella misura del 20%, ponendo la restante parte comunque a carico dell’appellante, odierna ricorrente.

Anche questa censura è inammissibile.

Va in merito osservato che il Tribunale ha accolto l’appello interposto dalla C. soltanto con riferimento alla sua condanna per lite temeraria, disposta dal primo giudice, rigettandolo nel resto. Sul punto, merita di essere ribadito il principio per cui “In tema di regolamento delle spese di lite, qualora una sentenza d’appello riformi parzialmente una decisione di primo grado che aveva accolto la domanda o le domande, condannando alle spese la parte convenuta, così concretandosi la pronuncia di secondo grado nel rigetto parziale dell’unica domanda o nel rigetto di alcune domande, la conferma nel resto delle statuizioni della sentenza impugnata bene può essere intesa come una implicita valutazione, da parte del giudice d’appello, dell’insussistenza di idonee ragioni per compensare in tutto od in parte le spese, in tal modo giustificandosi che esse restino a carico della parte convenuta” (Cass. Sez. 6-2, Ordinanza n. 1685 del 22/01/2019, Rv. 652533; conf. Cass. Sez. 3, Sentenza n. 15360 del 28/06/2010, Rv. 613956). Nel caso di specie, inoltre, il giudice di seconde cure non ha neppure confermato la statuizione delle spese disposta dal Giudice di Pace, ma, proprio considerando il marginale accoglimento dell’appello, ha compensato per un quinto le spese del doppio grado, confermando l’accollo della rimanente parte delle stesse a carico dell’appellante, risultata soccombente per il resto”.

Il Collegio condivide la proposta del Relatore.

La memoria depositata da parte ricorrente non offre argomenti ulteriori, essendo meramente riproduttiva di quelli proposti con i motivi di ricorso.

Il ricorso, pertanto, deve essere dichiarato inammissibile.

Nulla per le spese, in assenza di svolgimento di attività difensiva da parte intimata nel presente giudizio di legittimità.

Ricorrono i presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, per il raddoppio del versamento del contributo unificato, se dovuto.

PQM

La Corte Suprema di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sesta-2 Sezione Civile, il 26 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 dicembre 2021

 

 

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