Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39125 del 09/12/2021

Cassazione civile sez. I, 09/12/2021, (ud. 29/10/2021, dep. 09/12/2021), n.39125

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – rel. Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso n. 32902/2018 R.G. proposto da:

S.V., domiciliato in Roma, Piazza Cavour, presso la

Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso

dall’Avvocato Antonio Fiordoro, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Fallimento (OMISSIS) s.a.s., in persona curatore fall.re Dott.

P.L., domiciliato in Roma, Piazza Cavour, presso la Cancelleria

Civile della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso

dall’Avvocato Domenico Parrella, giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso il decreto del Tribunale di Napoli del 19/9/2018;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

29/10/2021 dal Cons. Dott. Alberto Pazzi;

lette le conclusioni scritte D.L. n. 137 del 2020, ex art. 23, comma

8-bis, inserito dalla Legge di Conversione n. 176 del 2020, del

P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. NARDECCHIA

Giovanni Battista, che chiede il rigetto del ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Il giudice delegato al fallimento di (OMISSIS) s.a.s. non ammetteva al passivo della procedura il credito vantato dal Dott. S.V. per l’opera professionale prestata al fine di assistere la società poi fallita sia nella predisposizione di una domanda anticipata di concordato L. Fall., ex art. 161, comma 6, sia in pendenza del termine assegnato dal Tribunale per la presentazione della proposta concordataria, del piano e della relativa documentazione.

2. Con decreto redatto a verbale il 19 settembre 2018 e pubblicato in pari data, il Tribunale di Napoli rigettava l’opposizione L. Fall., ex art. 98, proposta dal S. rilevando che, per ammissione dello stesso creditore, non vi era prova dello svolgimento dell’incarico professionale; aggiungeva che l’importo già versato al professionista dalla società poi fallita era da ritenersi satisfattivo dell’impegno profuso, non essendovi prova dello svolgimento di ulteriore attività.

3. Per la cassazione di tale decreto ha proposto ricorso S.V. prospettando cinque motivi di doglianza, ai quali ha resistito con controricorso il fallimento di (OMISSIS) s.a.s..

La sesta sezione di questa Corte, con ordinanza del 10 febbraio 2021, ha rimesso la causa all’udienza pubblica ritenendo di particolare rilevanza la questione, sollevata d’ufficio, della tempestività del ricorso, proposto dal S. oltre i trenta giorni successivi alla data di pubblicazione del decreto.

Il Procuratore Generale ha depositato conclusioni scritte sollecitando il rigetto del ricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Occorre prendere le mosse dall’esame della questione sollevata d’ufficio in merito alla tempestività del ricorso.

1.1 La L. Fall., art. 99, comma 12, fissa il termine di trenta giorni per proporre ricorso per cassazione avverso il decreto con cui il procedimento di impugnazione è stato deciso e ne stabilisce la decorrenza dal momento della comunicazione ad opera della cancelleria.

La norma è modellata con riguardo a un procedimento la cui trattazione può essere delegata al relatore designato – L. Fall., ex art. 99, comma 3 – piuttosto che svilupparsi avanti al collegio, con la conseguente necessità, nel primo caso, che la decisione finale sia rimessa dal relatore al collegio ed assunta fuori udienza.

Il capoverso in discorso, nel contempo, tiene conto del fatto che la trattazione, avanti al giudice relatore o al collegio dell’opposizione, può terminare con l’assegnazione alle parti di un termine per il deposito di memorie conclusive, ai sensi della L. Fall., art. 99, comma 11, ipotesi in cui la decisione, ancora una volta, non può che essere assunta fuori udienza.

Il disposto normativo, tuttavia, non ha portata tale da escludere, in caso di trattazione collegiale e mancata concessione di un termine per il deposito di memorie conclusive, che la decisione sull’opposizione possa essere assunta in udienza e inserita nel processo verbale.

Ciò consente l’esplicarsi dei principi generali di libertà delle forme e di idoneità degli atti al raggiungimento del loro scopo ex artt. 121 e 156 c.p.c., tanto più che l’eventualità della pronuncia in udienza della sentenza è contemplata dal codice di rito (art. 281 sexies c.p.c. e art. 429 c.p.c., comma 1) e che questa Corte ha già ritenuto che anche altri provvedimenti decisori, suscettibili di passare in giudicato, possano essere pronunciati in udienza (cfr. Cass. nn. 14669/2021 e 14470/2018 in tema di ordinanza ex art. 702 quater c.p.c.).

1.2 Una volta ritenuta ammissibile la pronuncia in udienza del decreto L. Fall., ex art. 99, occorre stabilire se in tale ipotesi il termine per impugnare decorra dalla data dell’udienza stessa o, stante la lettera del comma 12 dell’articolo in questione, sempre e comunque dalla data della sua comunicazione ad opera della cancelleria.

1.3. Sempre alla stregua dei principi generali desumibili dal codice di rito, il collegio ritiene che detta comunicazione possa essere surrogata da un atto equipollente, capace cioè di produrre lo stesso effetto pratico e giuridico, ovvero di rendere edotta la parte interessata dell’avvenuta pronuncia del provvedimento decisorio, del contenuto del suo dispositivo e delle ragioni integrali della sua motivazione.

Tuttavia, la valutazione di equipollenza deve essere ispirata ad un particolare rigore, per la sua incidenza sul diritto di difesa, che risulterebbe indubbiamente e ingiustificatamente compresso se il termine per impugnare si facesse decorrere da una data anteriore a quella in cui la parte soccombente ha formalmente conosciuto le motivazioni e le statuizioni del provvedimento.

1.4. Va dunque escluso che, in una fattispecie quale quella in esame, possa trovare applicazione l’art. 176 c.p.c., a norma del quale le ordinanze pronunciate in udienza si ritengono conosciute dalle parti presenti e da quelle che dovevano comparirvi (mentre solo quelle pronunciate fuori udienza devono essere comunicate a cura del cancelliere entro i tre giorni successivi), perché tale disposizione, inserita fra quelle concernenti l’istruzione della causa e i poteri del giudice istruttore, riguarda all’evidenza le sole ordinanze interlocutorie assunte da tale giudice nel corso del processo.

1.5. Attesa la natura del decreto L. Fall., ex art. 99, di provvedimento decisorio su diritti, suscettibile di passare in giudicato (sia pure endofallimentare), i paradigmi normativi di riferimento vanno piuttosto individuati nei già citati art. 281 sexies c.p.c. e art. 429 c.p.c., comma 1, i quali prevedono che il giudice possa disporre l’udienza di discussione della causa e, a conclusione della stessa, pronunciare la sentenza dando lettura del suo dispositivo e delle ragioni di fatto e di diritto della decisione.

1.6. Ora, secondo la giurisprudenza di questa Corte, in caso di sentenza redatta a verbale o allegata allo stesso, il termine per impugnare decorre dalla data dell’udienza solo se della pronuncia sia data effettiva lettura nell’udienza stessa e se di tale lettura, concernente motivazione e dispositivo, si dia atto nel medesimo verbale, immediatamente sottoscritto dal giudice; in difetto di tale adempimento, il cancelliere non è esonerato dall’osservanza del dovere di comunicazione e il termine decorre dalla data in cui questa è pervenuta alla parte (cfr. Cass. nn. 18743/2007, 11787/2020).

Negli stessi termini, con riferimento all’ordinanza ex art. 702 quater c.p.c., emessa a verbale, cfr. Cass. n. 7866/2021.

1.7. Nel caso di specie il verbale d’udienza riporta il dispositivo e la motivazione della decisione assunta dal collegio, ma non precisa che ne sia stata data lettura alle parti, sicché la cancelleria doveva provvedere a comunicare la statuizione adottata a verbale e il termine per l’impugnazione iniziava a decorrere dal compimento di tale atto.

In mancanza di indicazione delle parti circa la data in cui la comunicazione prevista dalla L. Fall., art. 99, comma 12, sia avvenuta, il ricorso non potrà che essere considerato tempestivo.

2. Il primo motivo di ricorso denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione della L. Fall., artt. 95 e 96 e art. 112 c.p.c., perché il Tribunale ha ritenuto ammissibile l’eccezione di inadempimento sollevata dal curatore benché questi avesse modificato radicalmente, in sede di udienza di verifica, le conclusioni contenute nel progetto di stato passivo, rispetto alle quali il creditore aveva articolato le sue osservazioni, adducendo una nuova difesa che non era stata accompagnata dall’indicazione degli elementi nuovi che lo avevano indotto a giungere a simili conclusioni.

3. Il Tribunale, nel decidere la controversia (“poiché non vi è prova dello svolgimento del mandato per ammissione dello stesso opponente e che l’importo già versato appare satisfattivo dell’impegno profuso tra l’altro e che non vi è prova di ulteriore attività”), non ha fatto alcun riferimento all’eccezione di inadempimento sollevata dal curatore in sede di udienza di verifica (come del resto ammette lo stesso ricorrente alle pagg. 20 e 21 del ricorso), ma si è limitato a rilevare la mancanza di prova dello svolgimento di attività ulteriore rispetto a quella già remunerata.

Ne discende l’inammissibilità della critica, rilevabile anche d’ufficio, dato che la proposizione di censure prive di specifica attinenza al decisum della statuizione impugnata è assimilabile alla mancata enunciazione dei motivi richiesti dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), (Cass. 20910/2017, Cass. 13735/2020).

4. Il secondo motivo di ricorso lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 2230 c.c., in quanto il decreto di rigetto dell’opposizione, ritenendo satisfattivo il versamento dell’acconto erogato senza l’indicazione di alcun criterio di calcolo, si pone in contrasto con il contenuto del contratto stipulato fra le parti in epoca antecedente alla dichiarazione di fallimento, al cui interno era previsto il riconoscimento di un compenso da determinare in base ai parametri previsti dal D.M. n. 140 del 2012, tenendo conto delle passività patrimoniali.

4.1 Il terzo motivo assume, sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.M. 20 luglio 2012, n. 140, art. 27, in quanto il Tribunale, pur non prendendo in considerazione l’eccezione di inadempimento da ultimo sollevata dal curatore, non ha considerato il criterio di predeterminazione degli onorari stabilito in contratto.

5. Entrambi i motivi, da esaminarsi congiuntamente in ragione della loro sostanziale sovrapponibilità, sono inammissibili.

Il Tribunale – come detto – ha rilevato che non c’era prova della completa esecuzione “per ammissione” del ricorrente e ha ritenuto l’acconto “satisfattivo dell’impegno profuso”, accertando in questo modo il verificarsi di un’esecuzione parziale dell’incarico professionale e la congruità degli acconti già corrisposti a remunerare tale limitata attività.

Da un esame del provvedimento impugnato e del motivo di ricorso non risulta che la questione in ordine alla necessità di determinare il compenso dovuto (e, conseguentemente, di valutare la congruità degli acconti versati) tenendo conto del contenuto del contratto stipulato dall’odierno ricorrente con la compagine poi fallita sia mai stata sottoposta al vaglio del collegio dell’opposizione.

Il che comporta l’inammissibilità delle doglianze in esame, posto che è principio costante e consolidato di questa Corte (cfr., fra molte, Cass. 7048/2016, Cass. 8820/2007, Cass. 25546/2006), che trova applicazione anche in materia di opposizione allo stato passivo (Cass. 22006/2017), che nel giudizio di cassazione non si possono prospettare nuove questioni di diritto ovvero nuovi temi di contestazione che implichino indagini e accertamenti di fatto non compiuti dal giudice di merito.

6. Con il quarto motivo il ricorrente si duole, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, dell’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio già oggetto di discussione fra le parti, in quanto il Tribunale non ha rilevato dalla copiosa documentazione esibita in sede di opposizione che il lavoro svolto, gli approfondimenti effettuati e le attività compiute avevano condotto il ricorrente a considerare l’insostenibilità di una proposta di concordato in continuità aziendale L. Fall., ex art. 186-bis; “tutto questo” in tesi di parte ricorrente “non può determinare una presunzione d’omessa prestazione d’opera, in palese violazione alla norma codicistica e al contratto sottoscritto tra le parti”.

7. Il motivo è inammissibile.

La censura – a quanto pare di capire – intende criticare l’accertamento di adempimento parziale compiuto dal Tribunale, dato che in realtà l’incarico professionale era stato completamente adempiuto, seppur attraverso una valutazione di insostenibilità di una proposta di concordato in continuità aziendale L. Fall., ex art. 186-bis.

Il mezzo si limita però a individuare il fatto storico che il Tribunale avrebbe omesso di esaminare, ma non indica il dato, testuale o extratestuale, da cui esso risultava esistente nonché il come e il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti (Cass., Sez. U., 8053/2014).

Il motivo, così formulato, risulta perciò inammissibile per difetto di autosufficienza, non soddisfacendo l’obbligo previsto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, di indicare specificamente gli atti processuali e i documenti su cui lo stesso è fondato.

8. Rimane di conseguenza assorbito il quinto motivo di ricorso, con cui si lamenta la violazione e falsa applicazione della L. Fall., art. 111, comma 2 e art. 69-bis, in quanto il rigetto delle censure attinenti alla mancata ammissione del credito al passivo rende superfluo l’esame delle doglianze che riguardano la sua collocazione in prededuzione.

9. In virtù delle ragioni sopra illustrate il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 3.200, di cui Euro 200 per esborsi, oltre accessori come per legge e contributo spese generali nella misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 29 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 dicembre 2021

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