Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39119 del 09/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/12/2021, (ud. 26/11/2021, dep. 09/12/2021), n.39119

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15395-2020 proposto da:

G.D., rappresentato e difeso dall’Avvocato GIANCARLO

BIGI;

– ricorrente –

contro

C.E., rappresentato e difeso dall’Avvocato GIUSEPPE DI

GIROLAMO;

– controricorrente –

avverso l’ordinanza del TRIBUNALE di PESCARA, depositata il

14/02/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del

26/11/2021 dal Consigliere SCARPA ANTONIO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

G.D. ha proposto ricorso articolato in due motivi avverso l’ordinanza 14 febbraio 2020 RG 543/2019, resa dal Tribunale di Pescara in giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo n. 1936/2018 ottenuto dall’avvocato C.E. per prestazioni giudiziali, ai sensi del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 14.

Resiste con controricorso l’avvocato C.E..

Il Tribunale di Pescara ha ritenuto non contestati i mandati difensivi conferiti all’avvocato C. da G.D. in tre giudizi civili, ha escluso la valenza probatoria di tre preventivi allegati perché non sottoscritti, ha considerato acconti i documentati pagamenti (pari ad Euro 4.003,63) ed ha condannato il G. alla somma residua di Euro 17.152,35, oltre accessori.

Il primo motivo del ricorso di G.D. denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c. in relazione agli artt. 2697 e 2708 c.c., stante la inadeguata valutazione della “copiosa documentazione allegata all’atto di opposizione”, richiamando poi, in particolare, la scrittura del 24 ottobre 2016 inerente ai compensi per la “causa P.”, nonché i preventivi del 12 aprile 2012 e dell’11 ottobre 2016.

Il secondo motivo di ricorso deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 4, l’insufficiente motivazione e carenza probatoria, avendo il Tribunale omesso di appurare se fossero state realmente svolte le prestazioni professionali per le quali si è chiesto il compenso.

Su proposta del relatore, che riteneva che il ricorso potesse essere dichiarato inammissibile, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380-bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 1), il presidente ha fissato l’adunanza della Camera di Consiglio.

Le parti hanno presentato memorie ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., comma 2.

I due motivi di ricorso possono essere esaminati congiuntamente per la loro connessione.

E’ certo che nel giudizio di cognizione avente ad oggetto il pagamento di prestazioni professionali di un avvocato, ogni contestazione, anche soltanto generica, in ordine all’espletamento e alla consistenza dell’attività che si assuma svolta, è idonea e sufficiente ad investire il giudice del potere-dovere di verificare il quantum debeatur, costituendo la parcella una semplice dichiarazione unilaterale del professionista, sul quale perciò rimangono i relativi oneri probatori del credito azionato ex art. 2697 c.c. (Cass. Sez. 6-2, 15/01/2018, n. 712; Cass. Sez. 2, 11/01/2016, n. 230; Cass. Sez. 2, 30/07/2004, n. 14556; Cass. Sez. 2, 25/06/2003, n. 10150; si veda anche Cass. Sez. U, 08/07/2021, n. 19427).

Nella specie, il ricorrente, tuttavia, per smentire la consistenza della pretesa azionata dal C. sul presupposto dello svolgimento di plurime prestazioni giudiziale di avvocato, deduce in sede di legittimità soltanto il mancato esame dei tre preventivi che il Tribunale ha, invece, preso in considerazione, negandone l’efficacia probatoria per l’assenza di sottoscrizione.

Quanto, in particolare, al primo motivo, non è configurabile alcuna violazione dell’art. 116 c.p.c., norma che sancisce il principio della libera valutazione delle prove, né dell’art. 2697 c.c., che è sostenibile nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne era gravata in applicazione di detta norma, né dell’art. 2708 c.c., il quale postula un’annotazione in calce, in margine o a tergo di un documento rimasto in possesso del creditore ed attribuisce valore di prova liberatoria ad una nota o appunto che non faccia parte integrante del testo del documento e che non sia stato redatto nello stesso contesto di tempo, ma sia stato apposto dal creditore su una parte periferica del documento in un secondo momento, dopo il suo completamento. Altrettanto generico è il riferimento fatto nel secondo motivo alla violazione del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 4 (art. 14), o all’insufficiente motivazione o carenza probatoria. Nel vigore del testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come novellato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134, non è più configurabile il vizio di insufficiente motivazione, atteso che la norma suddetta attribuisce rilievo solo all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti. Il ricorrente introduce, in realtà, una generica critica dell’ordinanza impugnata, auspicando dalla Corte di cassazione una complessiva nuova delibazione delle prove. Risulta nuova la questione – che non è affrontata nell’ordinanza impugnata, e della quale non specificata, agli effetti dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, l’avvenuta allegazione nelle pregresse fasi del giudizio di merito – della mancata pattuizione per iscritto del compenso spettante al professionista, come previsto, peraltro, “di regola”, dalla L. n. 247 del 2012, art. 13, comma 2.

Il ricorso va perciò dichiarato inammissibile e il ricorrente va condannato a rimborsare al controricorrente le spese del giudizio di cassazione nell’ammontare liquidato in dispositivo.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l’impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare al controricorrente le spese sostenute nel giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 26 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 dicembre 2021

 

 

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