Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39087 del 09/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/12/2021, (ud. 03/11/2021, dep. 09/12/2021), n.39087

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31847-2020 proposto da:

A.E., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato IVAN SORBO;

– ricorrente –

contro

P.G., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato MAURIZIO FORCONI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 266/2020 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 10/03/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 03/11/2021 dal Consigliere Relatore Dott. GIUSEPPE

CRICENTI.

 

Fatto

RITENUTO

Che:

1.- P.G., artista, ha consegnato 36 propri quadri a A.E., in conto vendita, ossia perché li vendesse e conferisse il ricavato all’artista, salvo ovviamente il corrispettivo della mediazione.

Il P. però ha ritenuto che l’ A. avesse violato gli accordi ed ha ottenuto un decreto ingiuntivo per la restituzione di quei 36 quadri, cui A. non ha fatto opposizione, ottemperando spontaneamente in parte, ossia restituendo 26 dei 36 quadri consegnati dal P..

Costui, conseguentemente, ha iniziato una causa per ottenere la restituzione di quei 10 quadri rimanenti, o per avere il loro controvalore.

2.-Nel primo grado di giudizio, dove ha chiesto in via riconvenzionale anche il pagamento di alcune provvigioni, il convenuto A. ha depositato contratti di acquisto – in proprio – dei 10 quadri mancanti, anteriori alla emissione del decreto. Conseguentemente, il Giudice di primo grado ha rigettato la domanda di restituzione – sul presupposto che A. aveva acquistato per sé quei quadri e non doveva dunque renderli – ed ha accolto la domanda riconvenzionale.

Invece, la Corte di Appello di Ancona ha riformato questa decisione con l’argomento che il diritto alla restituzione era cosa giudicata, per la mancata opposizione al decreto ingiuntivo, e non poteva dunque essere negato sulla base di documenti che avrebbero potuto prodursi opponendosi al decreto ingiuntivo. 3.-Ricorre A.E. con tre motivi, cui si oppone con controricorso il P..

Diritto

CONSIDERATO

che:

4.- Intanto risulta che la sentenza è stata notificata via Pec al Difensore in data 4.9.2020, con conseguente tardività del ricorso, notificato il 19.11.2020.

Per contestare questa inammissibilità il ricorrente, adduce quanto segue.

5.-Il primo motivo eccepisce nullità della sentenza di primo grado per violazione dell’art. 170 c.p.c..

La tesi del ricorrente è che la notifica della sentenza è stata effettuata irritualmente, non rispettando i presupposti che la legge prevede perché possa decorrere il termine breve di impugnazione, in quanto non si capisce se è fatta ad istanza di parte e nemmeno se è notificata effettivamente al domicilio del difensore in quanto domiciliatario della parte, o in quanto difensore.

Con la conseguenza che, non potendo essere idonea a provocare il termine breve, quella notifica è del tutto nulla, anzi inesistente, con conseguente nullità dell’intero procedimento e della conseguente sentenza.

Il motivo è infondato.

A tacere di ogni questione sulla rilevanza delle difformità lamentate dal ricorrente, che sembrano più mere irregolarità (la dicitura sulla intestazione della Pec, ed altre minime difformità); a prescindere da ciò, è di tutta evidenza che una notifica non idonea a provocare la decorrenza del termine breve, non è per ciò stesso nulla, né rende nullo l’intero giudizio: significa solo che vale il termine lungo e che se l’impugnazione giunge in tale termine il successivo giudizio è regolarmente instaurato.

secondo motivo denuncia violazione dell’art. 2909 c.c..

Secondo il ricorrente la Corte di Appello ha male inteso il concetto di giudicato, per due motivi: intanto perché, la definitiva statuizione del decreto ingiuntivo non impedisce di poter produrre prove diverse in un successivo giudizio; in secondo luogo, perché i giudici non hanno tenuto conto del fatto che ove il giudicato, mediante decreto ingiuntivo, si formi sull’azione di adempimento, non può poi la parte agire in successivo giudizio per la risoluzione.

Il motivo è infondato.

Intanto il giudicato costituito dalla ingiunzione si è formato sul diritto alla restituzione dei quadri, e dunque provare successivamente di non doverli restituire sulla base di documenti anteriori al decreto ingiuntivo, è precluso dal giudicato, poiché mira a dimostrare come estinto o non esistente un diritto accertato definitivamente.

Quanto al secondo aspetto, ed anche prescindendo dalla omessa allegazione che questa specifica questione è stata posta in appello, va osservato che il decreto ingiuntivo è l’esito di una domanda di adempimento, ossia di restituzione dei quadri in adempimento dell’obbligo, tipico del contratto estimatorio, con cui chi li riceve in conto vendita si obbliga a restituirli se non li ha venduti. La successiva azione non è stata affatto di risoluzione del contratto, e dunque di segno opposto all’adempimento, ma essa stessa di adempimento o di pagamento del valore dei quadri, poiché mirava alla consegna dei 10 rimanenti.

7.-Il terzo motivo denuncia violazione dell’art. 112 c.p.c..

Secondo il ricorrente la Corte di appello avrebbe pronunciato, in via equitativa su una domanda di risarcimento non proposta, e senza previo accertamento della responsabilità per danni del ricorrente stesso.

Il motivo è infondato.

La Corte infatti ha qualificato come risarcimento la domanda di pagamento del valore, fatta in caso non fosse stata possibile la restituzione in natura, e dunque ha qualificato una domanda effettivamente proposta, che altro non era se non il controvalore dei quadri stimati equitativamente, e dunque prescindendo dal dolo o dalla colpa del ricorrente, che peraltro era ricavabile dall’inesatto adempimento del decreto ingiuntivo.

8.-Il ricorso va rigettato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite, nella misura di 1800,00 Euro, oltre 200,00 Euro di spese legali. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto che il tenore del dispositivo è tale da giustificare il pagamento, se dovuto e nella misura dovuta, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, il 3 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 dicembre 2021

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