Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39054 del 09/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/12/2021, (ud. 14/09/2021, dep. 09/12/2021), n.39054

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LO SARDO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 4463/2020 R.G., proposto da:

Agenzia delle Entrate, con sede in Roma, in persona del Direttore

Generale pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura

Generale dello Stato, con sede in Roma, ove per legge domiciliata;

– ricorrente –

contro

C.S., rappresentato e difeso da sé medesimo, nella

qualità di Avvocato, con studio in Roma, ove elettivamente

domiciliato;

– controricorrente –

Avverso la sentenza depositata dalla Commissione Tributaria Regionale

del Lazio il 18 giugno 2019 n. 3593/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14 settembre 2021 dal Dott. Giuseppe Lo Sardo.

 

Fatto

RILEVATO

che:

L’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza depositata dalla Commissione Tributaria Regionale del Lazio il 18 giugno 2019 n. 3593/03/2019, che, in controversia su impugnazione di avviso di accertamento per IRPEF, IRAP ed IVA relative all’anno 2004, ha rigettato l’appello proposto in via principale dalla medesima ed ha accolto l’appello proposto in via incidentale da C.S. avverso la sentenza depositata dalla Commissione Tributaria Provinciale di Roma il 14 febbraio 2011 n. 94/02/2011, con condanna alla rifusione delle spese giudiziali. La Commissione Tributaria Regionale ha parzialmente riformato la decisione di prime cure, sul presupposto che l’amministrazione finanziaria dovesse provare la imputazione reddituale dei versamenti sul conto corrente del contribuente esercente attività professionale. C.S. si è costituito con controricorso. Ritenuta la sussistenza delle condizioni per definire il ricorso ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., la proposta formulata dal relatore è stata notificata ai difensori delle parti costituite con il decreto di fissazione dell’adunanza della Corte. Il controricorrente ha depositato memoria, sollecitando la trattazione del ricorso in pubblica udienza.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Con unico motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 32, comma 1, n. 2, e del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 51, comma 2, n. 2, artt. 2697,2727 e 2728 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver erroneamente ritenuto che il contribuente professionista fosse esonerato dall’onere probatorio con riguardo alla imputazione reddituale dei versamenti sul conto corrente bancario.

Ritenuto che:

1. Preliminarmente, si deve disattendere l’istanza del controricorrente per la trattazione della causa in pubblica udienza.

1.1 In adesione all’indirizzo espresso dalle Sezioni Unite di questa Corte, il collegio giudicante ben può escludere, nell’esercizio di una valutazione discrezionale, la ricorrenza dei presupposti della trattazione in pubblica udienza, in ragione del carattere consolidato dei principi di diritto da applicare nel caso di specie (Cass., Sez. Un., 5 giugno 2018, n. 14437), e non si verta in ipotesi di decisioni aventi rilevanza nomofilattica (Cass., Sez. Un., 23 aprile 2020, n. 8093).

1.2 In particolare, la sede dell’adunanza camerale non è incompatibile, di per sé, anche con la statuizione su questioni nuove, soprattutto se non oggettivamente inedite e già assistite da un consolidato orientamento, cui la Corte fornisce il proprio contributo (Cass., Sez. 5, 5 marzo 2021, n. 6118; Cass., Sez. 5, 30 marzo 2021, n. 8757). Per cui, tenendo anche conto delle innumerevoli pronunzie della Corte sulla medesima questione (di cui si dirà in appresso), la controversia può essere esaminata in camera di consiglio.

2. Per il resto, posto che l’eccezione di tardività del ricorso per cassazione deve considerarsi infondata per essere intervenuta la notifica a mezzo p.e.c. nel giorno stesso della scadenza del termine lungo di impugnazione (20 gennaio 2020), il motivo è fondato.

2.1. Invero, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, il D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 32 prevede una presunzione legale in base alla quale sia i prelevamenti che i versamenti operati su conti correnti bancari vanno imputati a ricavi ed a fronte della quale il contribuente, in mancanza di espresso divieto normativo e per il principio di libertà dei mezzi di prova, può fornire la prova contraria anche attraverso presunzioni semplici, da sottoporre comunque ad attenta verifica da parte del giudice, il quale è tenuto ad individuare analiticamente i fatti noti dai quali dedurre quelli ignoti, correlando ogni indizio (purché grave, preciso e concordante) ai movimenti bancari contestati, il cui significato deve essere apprezzato nei tempi, nell’ammontare e nel contesto complessivo, senza ricorrere ad affermazioni apodittiche, generiche, sommarie o cumulative (tra le altre: Cass., Sez. 65, 5 maggio 2017, n. 11102; Cass., Sez. 6-5, 3 maggio 2018, n. 10480; Cass., Sez. 5, 30 giugno 2020, n. 13112; Cass., Sez. 5, 14 gennaio 2021, nn. 541 e 542; Cass., Sez. 6-5, 3 giugno 2021, n. 15377).

2.2 Chiamata a pronunciarsi sulla legittimità della presunzione posta dall’ultima parte dell’art. 32, comma 1, n. 2 e dell’inversione dell’onere probatorio che ne discende, la sentenza depositata dalla Corte Costituzionale il 24 settembre 2014 n. 228 ha rilevato la contrarietà della medesima al principio di ragionevolezza e di capacità contributiva, ritenendo “arbitrario ipotizzare che i prelievi ingiustificati da conti correnti bancari effettuati da un lavoratore autonomo siano destinati ad un investimento nell’ambito della propria attività professionale e che questo a sua volta sia produttivo di un reddito”, dichiarando, quindi, l’illegittimità costituzionale della sopra riportata disposizione “limitatamente alle parole “o compensi””.

2.3 Nella citata sentenza del giudice delle leggi sembrerebbe essere rinvenibile una discrasia tra motivazione e dispositivo, nella prima avendo fatto chiaramente riferimento ai soli prelevamenti dai conti bancari e nella seconda, invece, avendo sancito in maniera perentoria l’illegittimità costituzionale della disposizione censurata (D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 32, comma 1, n. 2, secondo periodo, come modificato dalla L. 30 dicembre 2004, n. 311, art. 1, comma 402, lett. a, n. 1), “limitatamente alle parole “o compensi””, che nell’architettura della citata disposizione è posta con riferimento ai prelevamenti, ma anche agli “importi riscossi nell’ambito dei predetti rapporti od operazioni”, che potrebbero far pensare ai versamenti.

Tanto è stato rilevato anche da un’attenta dottrina che ha, altresì, precisato che dalla lettura isolata della parte conclusiva della motivazione della sentenza della Corte Costituzionale e del suo dispositivo, si potrebbe essere indotti a credere che la pronuncia di incostituzionalità si riferisca, con riguardo ai lavoratori autonomi, ad entrambe le presunzioni, ovvero sia a quella relativa ai prelevamenti che ai versamenti.

2.4 Ancorché alcune pronunce di questa Corte (Cass. Sez. 5, 11 novembre 2015, n. 23041; Cass., Sez. 5, 5 agosto 2016, n. 16440; Cass., Sez. 5, 21 novembre 2016, nn. 12779 e 12781; Cass., Sez. 6-5, 5 dicembre 2016, n. 24862; Cass., Sez. 6-5, 5 ottobre 2016, n. 19970) abbiano, più o meno esplicitamente, interpretato in tal modo il citato pronunciamento del giudice delle leggi e, quindi, ritenuto essere venuta meno la presunzione di imputazione ai “compensi” dei lavoratori autonomi o dei professionisti intellettuali sia dei prelevamenti che dei versamenti operati sui conti bancari, il collegio ritiene che vada, invece, seguito e ribadito il diverso orientamento secondo cui: “In tema di accertamento, resta invariata la presunzione legale posta dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 32 con riferimento ai versamenti effettuati su un conto corrente dal professionista o lavoratore autonomo, sicché questi è onerato di provare in modo analitico l’estraneità di tali movimenti ai fatti imponibili, essendo venuta meno, all’esito della sentenza della Corte costituzionale n. 228 del 2014, l’equiparazione logica tra attività imprenditoriale e professionale limitatamente ai prelevamenti sui conti correnti” (tra le tante: Cass., Sez. 5, 30 marzo 2016, n. 6093; Cass., Sez. 6-5, 8 giugno 2016, n. 11776; Cass., Sez. 5, 9 agosto 2016, n. 16697; in senso analogo: Cass., Sez. 5, 6 agosto 2016, n. 16686; Cass., Sez. 5, 9 agosto 2016, n. 16699; Cass., Sez. 5, 14 settembre 2016, nn. 18065, 18066 e 18067; Cass., Sez. 5, 28 febbraio 2017, nn. 5152 e 5153; Cass., Sez. 5, 9 agosto 2017, n. 19806; Cass., Sez. 5, 26 settembre 2018, n. 22931; Cass., Sez. 5, 31 ottobre 2018, n. 27845; Cass., Sez. 6-5, 17 ottobre 2019, n. 26410; Cass., Sez. 6-5, 21 ottobre 2019, n. 26683; Cass., Sez. 6A-5, 16 dicembre 2019, nn. 33060 e 33061; Cass., Sez. 5, 19 maggio 2020, nn. 9118 e 9119; Cass., Sez. 5, 4 dicembre 2020, n. 27792; Cass., Sez. 5, 23 aprile 2021, n. 10862).

2.5 La maggior coerenza di tale orientamento con la sentenza della Corte Costituzionale discende dalla considerazione che la sopra rilevata discrasia tra motivazione e dispositivo della stessa non si traduce in un vero e proprio contrasto tra le due parti della pronuncia, il che comporta che la sua portata precettiva debba essere individuata integrando il dispositivo con la motivazione (arg. ex Cass., Sez. Lav., 21 giugno 2016, n. 12841). Ed in questa è chiaramente desumibile, anche alla stregua della questione di costituzionalità sollevata dal giudice remittente, che la Corte Costituzionale ha inteso escludere l’operatività della presunzione legale basata sugli accertamenti bancari, nei confronti dei lavoratori autonomi, solo ed esclusivamente ai prelevamenti. E lo si ricava dalle argomentazioni svolte dal giudice delle leggi nel corpo motivazionale della pronuncia (punti 4, 4.1 e 4.2) e dalla conclusione tratta al punto 5, ove si afferma che: “Pertanto nel caso di specie la presunzione è lesiva del principio di ragionevolezza nonché della capacità contributiva, essendo arbitrario ipotizzare che i prelievi ingiustificati da conti correnti bancari effettuati da un lavoratore autonomo siano destinati ad un investimento nell’ambito della propria attività professionale e che questo a sua volta sia produttivo di un reddito” (Cass., Sez. 5, 26 settembre 2018, n. 22931).

2.6 Nella specie, il giudice di appello non si è uniformato a tali principi, avendo ritenuto che la presunzione legale dovesse escludersi anche per i versamenti sul conto corrente del contribuente esercente attività professionale.

Peraltro, non è sufficiente il generico richiamo della sentenza impugnata alla “vasta documentazione da cui si ricavavano i beneficiari e le destinazioni dei prelevamenti, nonché degli incassi che quindi non potevano considerarsi in via presuntiva come reddito imponibile”. Difatti, tale accertamento non consente di evincere la prova contraria alla riconducibilità dei versamenti alla percezione di compensi nell’esercizio dell’attività professionale.

2. Valutandosi la fondatezza del motivo dedotto, dunque, il ricorso può essere accolto e la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio alla Commissione Tributaria Regionale del Lazio, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione Tributaria Regionale del Lazio, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale effettuata da remoto, il 14 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 dicembre 2021

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