Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39051 del 09/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/12/2021, (ud. 09/11/2021, dep. 09/12/2021), n.39051

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – rel. Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17879-2020 proposto da:

B.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA BALDUINA

187, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRA TOMBOLINI,

rappresentato e difeso dall’avvocato FULVIO MANCUSO;

– ricorrente –

contro

INPS, – ISTITUTO NAZIONALE della PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso lo studio dell’avvocato MAURO

SFERRAZZA, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati

MARIA PASSARELLI, VINCENZO STUMPO, VINCENZO TRIOLO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 816/2019 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 26/11/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 09/11/2021 dal Consigliere Relatore Dott. ADRIANO

PIERGIOVANNI PATTI.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. con sentenza 26 novembre 2019, la Corte d’appello di Firenze rigettava la domanda di B.E. di condanna dell’Inps al pagamento di Euro 2.165,95, per ultime tre mensilità a carico del Fondo di Garanzia: in riforma della sentenza di primo grado, che l’aveva invece accolta;

2. in base alla ragione più liquida, rispetto a quella di prescrizione del credito, essa riteneva l’insufficienza della sola esecuzione mobiliare tentata, senza altre ricerche, a carico del datore di lavoro, non soggetto a fallimento;

3. con atto notificato il 1 luglio 2020, il lavoratore ricorreva per cassazione con unico motivo, cui l’Inps resisteva con controricorso e memoria ai sensi dell’art. 380bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 80 del 1992, art. 1 anche con riferimento alla Direttiva 80/987/CEE, per avere la Corte territoriale erroneamente ritenuto insufficiente la sola esecuzione mobiliare tentata presso la sede dell’impresa, pure avendo dato atto l’ufficiale giudiziario di precedenti pignoramenti negativi di altri creditori: non potendosi onerare dell’esperimento di azioni esecutive verosimilmente infruttuose il lavoratore, che pure aveva dimostrato, con l’istanza presentata, rigettata dal Tribunale per carenza dei requisiti, non essere il proprio datore di lavoro soggetto a fallimento (unico motivo);

2. esso è infondato;

3. è noto che, ai fini della tutela prevista in favore dei lavoratori per i crediti a carico del Fondo di Garanzia, in caso di insolvenza del datore di lavoro, ove quest’ultimo non sia assoggettabile al fallimento, sia ammissibile un’azione nei confronti del Fondo, purché il lavoratore abbia esperito in modo serio e adeguato, ancorché infruttuoso, una procedura di esecuzione forzata, salvo che risulti l’esistenza di altri beni aggredibili con l’azione esecutiva (Cass. 11 luglio 2003, n. 10953; Cass. 1 luglio 2010, n. 15662; Cass. 20 novembre 2017, n. 27467);

3.1. nel caso di specie, la Corte territoriale ha accertato in fatto, con argomentazione congrua non sindacabile nell’odierna sede di legittimità, la mancata diligenza ordinariamente esigibile dal lavoratore creditore, essendosi egli limitato “ad effettuare un solo pignoramento mobiliare presso la sede del datore di lavoro”, senza procedere, come pur avrebbe dovuto, ad “effettuare altre ricerche presso altri luoghi nella disponibilità del datore di lavoro… così come accertare la titolarità di beni immobili, producendo una visura immobiliare negativa” (primo e secondo capoverso di pg. 4 della sentenza);

4. pertanto il ricorso deve essere rigettato, con la regolazione delle spese di giudizio secondo il regime di soccombenza ed esenzione dal contributo unificato, come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione, in favore del controricorrente, delle spese di giudizio, che liquida in Euro 200,00 per esborsi e Euro 1.500,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali in misura del 15% e accessori di legge.

Rilevato che dagli atti il processo risulta esente, non si applica il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 9 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 dicembre 2021

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