Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39048 del 09/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/12/2021, (ud. 12/10/2021, dep. 09/12/2021), n.39048

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – rel. Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8417-2019 proposto da:

C.O., + ALTRI OMESSI, elettivamente domiciliati in ROMA,

SALITA DI SAN NICOLA DA TOLENTINO 1/B, presso lo studio

dell’avvocato DOMENICO NASO, rappresentati e difesi dall’avvocato

CRISTIANO DALLA TORRE;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, UNIVERSITA’ E RICERCA, (OMISSIS), UFFICIO

SCOLASTICO REGIONALE PER IL VENETO, UFFICIO SCOLASTICO PROVINCIALE

PER IL VENETO, in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro

tempore, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 448/2018 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 05/09/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 12/10/2021 dal Presidente Relatore Dott. ADRIANA

DORONZO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Con sentenza pubblicata in data 5 settembre 2018, la Corte d’appello di Venezia ha accolto l’appello proposto dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e, per l’effetto, in riforma della sentenza resa dal Tribunale tra l’appellante e gli odierni ricorrenti, ha rigettato le domande proposte da questi ultimi, ed aventi ad oggetto il risarcimento dei danni L. n. 183 del 2010, ex art. 32 derivante dalla illegittima reiterazione di contratti a tempo determinato stipulati con il Ministero.

A fondamento del decisum la Corte territoriale ha ritenuto che indipendentemente dalla individuazione dei singoli periodi in cui i dipendenti avevano svolto, in qualità di docenti o collaboratori scolastici, supplenze su posti in organico di diritto e/o in organico di fatto – era assorbente il rilievo (fatta eccezione per i lavoratori B., L.M. e M.) della loro stabilizzazione attraverso l’operare degli strumenti selettivi e concorsuali, ovvero ai sensi della L. n. 107 del 2015, art. 1; che, in forza dei principi espressi da questa Corte nella sentenza n. 27563/2016 (punti 120-122), e nelle numerose altre pure citate, l’intervenuta stabilizzazione era idonea a sanzionare debitamente l’abuso e a cancellare le conseguenze della violazione del diritto dell’unione, e, quindi, a riparare tutti i danni riferibili all’illegittima reiterazione dei contratti a tempo determinato in difetto di specifiche allegazioni circa l’esistenza di danni ulteriori, diversi da quelli esclusi dall’immissione in ruolo, derivanti anche da un uso improprio o distorto delle assunzioni a termine. Quanto ai docenti B. e L.M., il risarcimento del danno non poteva essere riconosciuto perché, come documentato dal Ministero e dalle stesse ricorrenti del primo grado, le supplenze in arrivano posti in organico di fatto.

Contro la sentenza, i lavoratori hanno proposto ricorso per cassazione sulla base di sei motivi; il Ministero e gli uffici scolastici regionale e provinciale hanno resistito con controricorso.

La proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio non partecipata.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1.- Con il primo motivo, parte ricorrente deduce l’estinzione del procedimento di appello per il mancato tempestivo deposito dell’atto di riassunzione del processo dopo la sua sospensione in attesa della decisione della Corte costituzionale che, con ordinanza del 3/7/2013, aveva sollevato questione di pregiudizialità dinanzi alla Corte di giustizia: si rileva che, dopo la pubblicazione della sentenza della Corte costituzionale, l’Avvocatura distrettuale dello Stato aveva depositato l’atto di riassunzione in modalità cartacea, in violazione di quanto disposto dal D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, art. 16 bis, comma 9 ter, convertito con modificazioni nella L. 17 dicembre 2012, n. 221, a norma del quale l’atto, avendo natura endoprocedimentale, deve essere depositato esclusivamente in via telematica.

2.- Con il secondo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la parte ricorrente deduce “Violazione, falsa ed erronea applicazione delle norme di legge in tema di diritto al risarcimento del danno nella misura e secondo i principi affermati nella sentenza della Corte di Cassazione Sez. Un. 5072/2016 in favore dei docenti e del personale amministrativo, tecnico ed ausiliario in ipotesi di illegittima reiterazione di contratti a termine stipulati ai sensi della L. n. 124 del 1999, art. 4, comma 1, avveratisi a far data dal 10 luglio 2001.- Violazione falsa ed erronea applicazione del “principio di equivalenza” e del “principio di effettività della tutela””.

3.- Il successivo motivo è incentrato “Sulla questione pregiudiziale Europea circa la conformità alla Direttiva Europea 1999/70/CE dell’esclusione della misura risarcitoria/indennitaria per sanzionare l’abusiva reiterazione di contratti a tempo determinato in presenza dell’immissione in ruolo per effetto di scorrimento delle graduatorie”.

4.- Con il quarto motivo, parte ricorrente deduce la “Illegittimità costituzionale dell’esclusione della misura risarcitoria/indennitaria per sanzionare l’abusiva reiterazione di contratti a tempo determinato in presenza dell’immissione in ruolo per effetto di scorrimento delle graduatorie: ai sensi dell’art. 3 Cost. (principio di eguaglianza), ai sensi dell’art. 117 Cost., comma 1, in relazione alla Clausola 5, punto 1, dell’Accordo Quadro allegato alla direttiva Europea 1999/70/CE, (principio di equivalenza – principio di effettività), ai sensi dell’art. 117 Cost., comma 1, in relazione all’art. 6, paragrafo 1, della Carta Europea dei diritti dell’Uomo”.

5.- Con il quinto motivo, a sua volta ripartito in cinque punti, si denuncia a) la violazione, falsa ed erronea applicazione delle norme di legge al) in tema di diritto all’integrale risarcimento dei danni, di accertamento e liquidazione del danno (art. 115 c.p.c., art. 2727 c.c.), a2) in tema di interpretazione della domanda e onere della prova (artt. 112 e 115 c.p.c.), b) la nullità della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 per motivazione apparente con riferimento al diritto al riconoscimento delle differenze retributive e contributive, c) l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, d) l’illegittima esclusione del risarcimento dei danni ulteriori, diversi rispetto a quelli risarciti con la stabilizzazione.

6. – Con il sesto motivo si censura la sentenza per “violazione, falsa ed erronea interpretazione applicazione delle norme di legge in tema di divieto di proporre domande ed eccezioni nuove in appello (art. 345 c.p.c., commi 1 e 2), nonché in tema di divieto di produrre nuovi documenti (art. 345 c.p.c., comma 3)”: parte ricorrente censura la sentenza nella parte in cui non ha rilevato che il Ministero non aveva contestato l’assunto dei lavoratori di aver prestato le proprie energie “per ragioni non transeunti ma per stabili esigenze dell’amministrazione” e che, pertanto, era suo onere allegare e provare le ragioni occasionali che avevano giustificato il ricorso ai contratti a tempo determinato; non poteva il Ministero con l’atto di appello introdurre nuove domande e eccezioni, non proposte in primo grado, e, in particolare, non poteva contestarsi la circostanza che i contratti servissero ad assicurare esigenze non provvisorie ma permanenti e durevoli.

7.- Il primo motivo è manifestamente infondato

La difformità rispetto al modello legale dell’atto di riassunzione del Ministero si risolve in una mera irregolarità che non comporta nullità in mancanza di espressa comminatoria ex art. 156 c.p.c., comma 1.

Al riguardo si richiamano i principi già espressi da questa Corte nelle numerose ordinanze in cui è stato esaminato lo stesso motivo di estinzione (per tutte, Cass. 11/2/2021, n. 3417).

8. Il secondo, terzo e quarto motivo, che si esaminano congiuntamente, sono inammissibili ex art. 360 bis c.p.c., n. 1, avendo la Corte territoriale deciso la questione in diritto in modo conforme alla giurisprudenza di questa Corte e l’esame dei motivi non induce ad un suo mutamento, né ad una nuova rimessione delle questioni alla Corte costituzionale ovvero alla Corte di giustizia. Al riguardo si richiamano i principi già espressi da questa Corte (per tutti, Cass. n. 3417/2021) ai quali si intende dare continuità ed alle cui motivazione si rinvia, anche ai sensi dell’art. 132 c.p.c. e art. 118 disp. att. c.p.c..

L’elemento di novità della pronuncia sta nel fatto che essa ha confermato il precedente orientamento dopo aver esaminato i riflessi sul quadro normativo e giurisprudenziale della sentenza della Corte di Giustizia dell’8 maggio 2019, nella Causa C- 494/17 – Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – MIUR contro R.F. e Conservatorio di Musica F.A. Bonporti (di seguito solo R.), ritenendo che essi non conducono ad una diversa soluzione rispetto ai precedenti citati.

8.2. La Corte di giustizia ha così statuito “La clausola 5, punto 1, dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999, allegato alla direttiva 1999/70/CE del Consiglio, del 28 giugno 1999, relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, deve essere interpretata nel senso che essa non osta ad una normativa nazionale che, così come applicata dagli organi giurisdizionali supremi, esclude – per docenti del settore pubblico che hanno beneficiato della trasformazione del loro rapporto di lavoro a tempo determinato in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato con un effetto retroattivo limitato – qualsiasi diritto al risarcimento pecuniario in ragione dell’utilizzo abusivo di una successione di contratti a tempo determinato, allorché una siffatta trasformazione non è né incerta, né imprevedibile, né aleatoria e la limitazione del riconoscimento dell’anzianità maturata in forza della suddetta successione di contratti di lavoro a tempo determinato costituisce una misura proporzionata per sanzionare tale abuso, circostanze che spetta al giudice del rinvio verificare”.

8.3. La Corte di Giustizia, con riguardo all’assenza di risarcimento nel caso di trasformazione del rapporto di lavoro, ha ribadito (punto 38) che gli Stati membri dispongono di un ampio margine di discrezionalità nella scelta delle misure atte a realizzare gli obiettivi della loro politica sociale e che (p. 39) “come emerge dalla clausola 5, punto 2, dell’accordo quadro, gli Stati membri hanno la facoltà, nell’ambito delle misure volte a prevenire il ricorso abusivo a una successione di contratti di lavoro a tempo determinato, di trasformare i rapporti di lavoro a tempo determinato in rapporti di lavoro a tempo indeterminato, dato che la stabilità dell’impiego derivante da questi ultimi costituisce l’elemento portante della tutela dei lavoratori”.

8.4. Inoltre, in linea di continuità con la sua giurisprudenza, ha ribadito (punto 41) che “La giurisprudenza non richiede, tuttavia, un cumulo di misure” e che (p. 42) “né il principio del risarcimento integrale del danno subito né il principio di proporzionalità impongono il versamento di danni punitivi”. Tanto sul rilievo (p. 43) che “tali principi impongono agli Stati membri di prevedere un’adeguata riparazione, che deve andare oltre il risarcimento puramente simbolico, senza tuttavia oltrepassare la compensazione integrale”.

8.5. Ha, quindi, concluso che (p.45) “l’accordo quadro non impone agli Stati membri di prevedere, in caso di ricorso abusivo a contratti di lavoro a tempo determinato, un diritto al risarcimento del danno che si aggiunga alla trasformazione del rapporto di lavoro a tempo determinato in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato”.

8.6. Il principio va ribadito anche nel caso in cui l’immissione in ruolo sia stata effettuata sulla base del sistema di avanzamento reso possibile dalle previgenti regole sul reclutamento, nel rispetto dei principi di equivalenza ed effettività (p. n. 85 della sentenza n. 22552 del 2016), poiché “il soggetto leso dall’abusivo ricorso ai contratti a termine ha, comunque, ottenuto, per il (tardivo, imprevedibile né atteso) funzionamento del sistema di reiterate assunzioni, il medesimo “bene della vita” per il riconoscimento del quale ha agito in giudizio: ed in tal guisa l’abuso perpetrato e l’illecito commessi sono stati, rispettivamente, oggettivamente represso e tendenzialmente riparato”.

8.7. L’equivalenza e l’effettività dell’immissione in ruolo ottenuta secondo il sistema di avanzamento previsto dalle previgenti regole di reclutamento ovvero in forza del piano straordinario di assunzioni è stato, d’altra parte, riconosciuto anche dalla sentenza della Corte di Giustizia nella sentenza R. (pp. nn. 34-37).

9. Il quinto motivo è anch’esso inammissibile.

Deve ricordarsi che questa Corte ha già affermato il principio (Cass. n. 22522 del 2016 (pp. nn. da 86 87), secondo cui l’avvenuta stabilizzazione non preclude affatto la proponibilità della domanda per il risarcimento dei danni diversi e ulteriori rispetto a quelli risarciti dalla immissione nei ruoli, alla luce dei principi affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte nella sentenza n. 5072 del 2016 e dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 187 del 2016.

9.1. Si è altresì precisato che l’onere di allegazione e di prova dei danni ulteriori, che grava sul lavoratore, non beneficiato in caso di stabilizzazione dalla agevolazione probatoria di cui alla citata sentenza delle Sezioni Unite, non risulta insormontabile né difficoltoso perché il sistema delle graduatorie ad esaurimento offre dati oggettivi (posizione ricoperta nella graduatoria, vacanze di organico, termini previsti, anche se non rispettati, dal T.U. per l’indi7ione dei concorsi e per le operazioni di immissione in ruolo) dai quali agevolmente desumere, se allegati, la mortificazione della possibilità di accedere all’impiego stabile.

9.2.- Nel caso in esame, la Corte ha ritenuto generiche e comunque non provate le allegazioni dei ricorrenti circa i danni ulteriori rispetto a quelli riparati dall’intervenuta stabilizzazione, né essi avevano prospettato un uso improprio o distorto, da parte del Ministero, della tipologia delle supplenze su organico di fatto temporanee.

Il motivo è nella sua complessità inidoneo a scalfire queste affermazioni, presentando evidenti profili di inammissibilità oltre che di infondatezza.

9.3.- Viene in primo luogo in rilievo la promiscuità e la mescolanza dei motivi: come si è su evidenziato, le parti ricorrenti hanno prospettato in un unico contesto argomentativo vizi catalogati nell’art. 360, nn. 3, 4 e 5 ma le modalità di deduzione non consentono di enucleare ciascun vizio, così finendo inammissibilmente per attribuire al giudice il potere di sceverare tra la congerie delle ragioni illustrate quelle ascrivibili all’uno piuttosto che agli altri.

9.4.- Con riguardo al vizio di violazione di legge, che investe una pluralità di norme, la parte non si perita di indicare quale affermazione della corte territoriale sarebbe in contrasto con le norme di legge indicate; è inconferente il richiamo all’art. 112 c.p.c. ove con esso s’intenda censurare l’interpretazione che il giudice del merito ha dato della domanda, giacché non vi è stata alcuna omessa pronuncia (o extra o ultra petizione), peraltro denunciabile ai sensi dell’art. 360, n. 4 (e non del n. 3), dal momento che la Corte non ha omesso di pronunciarsi sulla domanda risarcitoria (ulteriore rispetto a quella soddisfatta con la stabilizzazione), ma ha ritenuto le allegazioni generiche e la prova mancante.

9.5. Non si è dunque al cospetto di un omessa pronuncia quanto, piuttosto, di una vera e propria attività valutativa del giudice del merito circa la genericità delle allegazioni e l’assenza di elementi di prova, insindacabile in sede di legittimità se non per vizio di motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 ora peraltro proponibile nelle forme e secondo il paradigma segnato da Cass. Sez. Un. 8053/2014 (Cass. 11/10/2019, n. 25690).

9.6. L’affermazione della corte territoriale è peraltro in linea con i principi ripetutamente affermati da questa Corte secondo cui “dl danno non patrimoniale, con particolare riferimento a quello cd. esistenziale, non può essere considerato “in re ipsa” ma deve essere provato secondo la regola generale dell’art. 2697 c.c., dovendo consistere nel radicale cambiamento di vita, nell’alterazione della personalità e nello sconvolgimento dell’esistenza del soggetto. Ne consegue che la relativa allegazione deve essere circostanziata e riferirsi a fatti specifici e precisi astratto, eventuale ed ipotetico. (Cass.29/01/2018, n. 2056, con non potendo risolversi in mere enunciazioni di carattere generico, riferimento alla perdita di chances Cass. 22/11/2019, n. 30502; Cass. 9/11/2018, n. 28742).

9.7.- Ne’ valgono a contraddire il giudizio così espresso dalla Corte territoriale i passi del ricorso di primo grado trascritti nel ricorso per cassazione, dai quali emerge evidente che si è al cospetto della mera enunciazione di ipotetici danni (danno derivante dall’impoverimento della capacità professionale, dalla mancata acquisizione di una maggiore capacità, da perdita di chances, lesione del diritto del lavoratore all’integrità psicofisica o, alla salute, danno all’immagine e alla vita di relazione) a cui non segue un riferimento a circostanze di fatto concrete volte a dare realità e personalizzare le generiche enunciazioni. Ciò esclude altresì che possa ravvisarsi l’operatività del principio di non contestazione in ordine i fatti costitutivi del diritto, il quale si coordina con l’allegazione dei medesimi, nel senso che, a fronte di una generica deduzione da parte del ricorrente, la difesa della parte resistente non può che essere altrettanto generica, e pertanto idonea a far permanere gli oneri probatori gravanti sulla controparte (Cass. 19/10/2016, n. 21075).

9.8.- Quanto al vizio di omesso esame di fatti decisivi, anch’esso è inammissibile, non risultando indicato quale sia il fatto – principale o secondario – di cui si predica la decisività e la cui valutazione sarebbe stata del tutto omessa, non potendo rientrare nella nozione di “fatto” la valutazione compiuta dal giudice degli atti processuali.

9.9. La ritenuta genericità delle allegazioni assorbe ogni ulteriore valutazione circa la presunta violazione dell’art. 1226 c.c., giacché il ricorso alla liquidazione in via equitativa presuppone già assolto l’onere della parte di dimostrare sia la sussistenza sia l’entità materiale del danno (Cass. n. 16202 del 2002; Cass. n. 13288 del 2007; Cass. n. 28742/2018). Onere nella specie non assolto.

9.10.- Infine, le considerazioni su svolte dimostrano che la sentenza non è nulla, perché la motivazione è fisicamente (oltre che logicamente ed esaustivamente esistente), non presenta alcuna incongruenza o illogicità, peraltro neppure indicata dai ricorrenti, con la conseguenza che non risulta neppure ipotizzabile il denunciato vizio secondo il parametro delineato dalla nota sentenza delle Sezioni unite di questa Corte numero 8053/2014.

10.- Anche il sesto motivo non può essere accolto.

Il motivo è inammissibile, poiché nel ricorso non sono stati riportate nelle parti essenziali, nel rispetto del canone di autosufficienza, le allegazioni contenute nell’atto introduttivo, le controdeduzioni dell’amministrazione, così da consentire lo scrutinio dei rilievi mossi alla sentenza (Cass. 7 luglio 2020, n. 13971).

Il giudizio in esame ha ad oggetto la domanda dei dipendenti volta ad ottenere il risarcimento del danno per l’illegittima reiterazione di contratti a tempo determinato. La Corte ha escluso per le docenti B. è L.M. la sussistenza di un danno per la legittimità dei contratti a termine, in quanto ha ritenuto che si trattava di contratti stipulati fino al termine dell’anno scolastico, e che nessuna ulteriore documentazione aveva prodotto la parte interessata, al fine di provare che i contratti erano stati stipulati per supplire a vacanze in organico di diritto.

Si tratta di affermazione non adeguatamente e sufficientemente censurata, ove si consideri che l’accertamento della sussistenza di una contestazione ovvero d’una “non contestazione”, rientrando nel quadro dell’interpretazione del contenuto e dell’ampiezza dell’atto della parte, è funzione del giudice di merito, sindacabile in cassazione solo per vizio di motivazione (Cass. 28/10/2019, n. 27490).

11.- In definitiva, il ricorso deve essere rigettato. La complessità delle questioni giuridiche, risolte sulla base della pronuncia della Corte di Giustizia intervenuta in corso di causa, giustifica la integrale compensazione delle spese dell’intero processo.

La parte ricorrente è comunque tenuta al versamento dell’ulteriore importo pari al contributo unificato versato.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 12 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 dicembre 2021

 

 

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