Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39047 del 09/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/12/2021, (ud. 12/10/2021, dep. 09/12/2021), n.39047

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – rel. Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4925-2019 proposto da:

D.P.L.M., F.S.E., P.L.,

elettivamente domiciliate in ROMA, SALITA DI SAN NICOLA DA TOLENTINO

1/B, presso lo studio dell’avvocato DOMENICO NASO, rappresentate e

difese dall’avvocato CRISTIANO DALLA TORRE;

– ricorrenti –

contro

UFFICIO SCOLASTICO PROVINCIALE PER IL VENETO, UFFICIO SCOLASTICO

REGIONALE PER IL VENETO, MINISTERO DELL’ISTRUZIONE UNIVERSITA’ E

RICERCA, (OMISSIS), in persona dei rispettivi legali rappresentanti

pro tempore, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI

12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 245/2018 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 31/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 12/10/2021 dal Presidente Relatore Dott. ADRIANA

DORONZO.

 

Fatto

RILEVATO

Che;

Con sentenza pubblicata in data 31 luglio 2018, la Corte d’appello di Venezia ha accolto l’appello proposto dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e, per l’effetto, in riforma della sentenza resa dal Tribunale tra l’appellante e F.S.E., D.P.L.M. e P.L., ha rigettato le domande proposte dalle appellanti, aventi ad oggetto il risarcimento dei danni L. n. 183 del 2010, ex art. 32 derivante dalla illegittima reiterazione di contratti a tempo determinato stipulati con il Ministero.

A fondamento del decisum la Corte territoriale, dopo aver rigettato l’eccezione di estinzione del processo sollevata dalle parti appellate, ha ritenuto che – indipendentemente dalla individuazione dei singoli periodi in cui i dipendenti avevano svolto supplenze su posti in organico di diritto e/o in organico di fatto – era assorbente il rilievo della loro stabilizzazione attraverso l’operare degli strumenti selettivi e concorsuali, ovvero ai sensi della L. n. 107 del 2015, art. 1; che, in forza dei principi espressi da questa Corte nella sentenza n. 27563/2016 (punti 120-122), e nelle numerose altre pure citate, l’intervenuta stabilizzazione era idonea a sanzionare debitamente l’abuso e a cancellare le conseguenze della violazione del diritto dell’unione, e, quindi, a riparare tutti i danni riferibili all’illegittima reiterazione dei contratti a tempo determinato in difetto di specifiche allegazioni circa l’esistenza di danni ulteriori, diversi da quelli esclusi dall’immissione in ruolo, derivanti anche da un uso improprio o distorto delle assunzioni a termine.

Contro la sentenza, le dipendenti hanno proposto ricorso per cassazione sulla base di sei motivi; il Ministero e gli uffici scolastici regionale e provinciale hanno resistito con controricorso.

La proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio non partecipata.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1.- con il primo motivo, parte ricorrente – dopo aver premesso che l’appello proposto dal ministero ed iscritto al numero di R.G. 400/2012, era stato riunito ad altri procedimenti (e in particolare a quello iscritto al n. di R.G. 256/2012) e che i giudizi così riuniti erano stati sospesi in attesa della decisione della Corte costituzionale che, con ordinanza del 3/7/2013, aveva sollevato questione di pregiudizialità dinanzi alla Corte di giustizia – deduce l’estinzione del procedimento di appello per il mancato deposito, da parte del Ministero, dell’atto di riassunzione del processo recante n. 256/2012, al quale era stato riunito il suo, non essendo possibile una riassunzione parziale di un procedimento unico, quale quello risultante dalla riunione.

2.- Con il secondo motivo, eccepisce l’estinzione del giudizio sotto il diverso profilo della modalità della riassunzione, effettuata dal Ministero con deposito in cancelleria di atto cartaceo e non telematico.

3.- Con il terzo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la parte ricorrente deduce “Violazione, falsa ed erronea applicazione delle norme di legge in tema di diritto al risarcimento del danno nella misura e secondo i principi affermati nella sentenza della Corte di Cassazione Sez. Un. 5072/2016 in favore dei docenti e del personale amministrativo, tecnico ed ausiliario in ipotesi di illegittima reiterazione di contratti a termine stipulati ai sensi della L. n. 124 del 1999, art. 4, comma 1, avveratisi a far data dal 10 luglio 2001.- Violazione falsa ed erronea applicazione del “principio di equivalenza” e del principio di effettività della tutela”.

4.- Il quarto motivo è incentrato “Sulla questione pregiudiziale Europea circa la conformità alla Direttiva Europea 1999/70/CE dell’esclusione della misura risarcitoria/indennitaria per sanzionare l’abusiva reiterazione di contratti a tempo determinato in presenza dell’immissione in ruolo per effetto di scorrimento delle graduatorie”.

5.- Con il quinto motivo, parte ricorrente deduce la “Illegittimità costituzionale dell’esclusione della misura risarcitoria/indennitaria per sanzionare l’abusiva reiterazione di contratti a tempo determinato in presenza dell’immissione in ruolo per effetto di scorrimento delle graduatorie: ai sensi dell’art. 3 Cost. (principio di eguaglianza), ai sensi dell’art. 117 Cost., comma 1, in relazione alla Clausola 5, punto 1, dell’Accordo Quadro allegato alla direttiva Europea 1999/70/CE, (principio di equivalenza – principio di effettività), ai sensi dell’art. 117 Cost., comma 1, in relazione all’art. 6, paragrafo 1, della Carta Europea dei diritti dell’Uomo”.

6.-Con il sesto motivo, a sua volta ripartito in cinque punti, si denuncia a) la violazione, falsa ed erronea applicazione delle norme di legge al) in tema di diritto all’integrale risarcimento dei danni, di accertamento e liquidazione del danno (art. 115 c.p.c., art. 2727 c.c.), a2) in tema di interpretazione della domanda e onere della prova (artt. 112 e 115 c.p.c.), b) la nullità della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 per motivazione apparente con riferimento al diritto al riconoscimento delle differenze retributive e contributive, c) l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, d) l’illegittima esclusione del risarcimento dei danni ulteriori, diversi rispetto a quelli risarciti con la stabilizzazione.

7.- Il primo motivo è manifestamente infondato, oltre a presentare evidenti profili di inammissibilità. L’inammissibilità sta nel rilievo che parte ricorrente non trascrive neppure nelle loro parti salienti l’atto di riassunzione e l’ordinanza con la quale il giudice dell’appello ha disposto la separazione dei giudizi.

Al riguardo deve ricordarsi che, in tema di ricorso per cassazione, allorché sia denunciato un “error in procedendo”, quale quello in esame, è necessario ai fini della sua ammissibilità che la parte riporti in ricorso, nel rispetto del principio di autosufficienza, gli elementi ed i riferimenti che consentono di individuare, nei suoi termini esatti e non genericamente, il vizio suddetto, così da consentire alla Corte di effettuare il controllo sul corretto svolgimento dell’iter” processuale senza compiere generali verifiche degli atti (Cass. Sez. Un. 25 luglio 2019, n. 20181; Cass. 25 settembre 2019, 23834).

Il motivo, inoltre, non si confronta con la ratio decidendi espressa dalla corte territoriale la quale, argomentando dalla natura di litisconsorzio facoltativo del legame che unisce le cause riunite, – trattandosi di connessione meramente soggettiva e oggettiva cosiddetta impropria per l’identità delle questioni giuridiche trattate – ha ritenuto che la riassunzione del giudizio di appello relativo al ricorso iscritto al n. 400/2012 (in cui è stata emessa la sentenza qui impugnata) ne impedisse l’estinzione, che invece è stata dichiarata per le cause non riassunte.

Il principio è conforme all’orientamento consolidato di questa Corte secondo cui la riunione di cause connesse lascia inalterata l’autonomia dei giudizi per tutto quanto concerne la posizione assunta dalle parti in ciascuno di essi, con la conseguenza che le statuizioni e gli atti riferiti ad un processo non si ripercuotono sull’altro processo sol perché questo è stato riunito al primo (Cass. 26 febbraio 2021, n. 5434). Nel caso in esame, poste la indiscussa natura scindibile delle cause riunite e l’intervenuta separazione dei giudizi disposta dalla corte territoriale, la riassunzione del giudizio iscritto al n. 400/2012, relativo alla odierna parte ricorrente, è atto idoneo alla prosecuzione del giudizio, e pertanto non può essere dichiarato estinto, a nulla rilevando che la riassunzione non sia stata operata nei confronti delle altre cause. 8.- Il secondo motivo è manifestamente infondato.

La difformità rispetto al modello legale dell’atto di riassunzione del Ministero si risolve in una mera irregolarità che non comporta nullità in mancanza di espressa comminatoria ex art. 156 c.p.c., comma 1.

Al riguardo si richiamano i principi già espressi da questa Corte nelle numerose ordinanze in cui è stato esaminato lo stesso motivo di estinzione (per tutte, Cass. 11/2/2021, n. 3417).

9. Il terzo, il quarto ed il quinto motivo, che si esaminano congiuntamente, appaiono inammissibili ex art. 360 bis c.p.c., n. 1, avendo la Corte territoriale deciso la questione in diritto in modo conforme alla giurisprudenza di questa Corte e l’esame dei motivi non induce ad un suo mutamento, né ad una nuova rimessione delle questioni alla Corte costituzionale ovvero alla Corte di giustizia. Al riguardo si richiamano i principi già espressi da questa Corte (per tutti, Cass. n. 3417/2021) ai quali si intende dare continuità ed alle cui motivazione si rinvia, anche ai sensi dell’art. 132 c.p.c. e art. 118 disp. att. c.p.c..

L’elemento di novità della pronuncia sta nel fatto che essa ha confermato il precedente orientamento dopo aver esaminato i riflessi sul quadro normativo e giurisprudenziale della sentenza della Corte di Giustizia dell’8 maggio 2019, nella Causa C- 494/17 – Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – MIUR contro R.F. e Conservatorio di Musica F.A. Bonporti (di seguito solo R.), ritenendo che essi non conducono ad una diversa soluzione rispetto ai precedenti citati.

9.2. La Corte di giustizia ha così statuito “La clausola 5, punto 1, dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999, allegato alla direttiva 1999/70/CE del Consiglio, del 28 giugno 1999, relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, deve essere interpretata nel senso che essa non osta ad una normativa nazionale che, così come applicata dagli organi giurisdizionali supremi, esclude – per docenti del settore pubblico che hanno beneficiato della trasformazione del loro rapporto di lavoro a tempo determinato in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato con un effetto retroattivo limitato – qualsiasi diritto al risarcimento pecuniario in ragione dell’utilizzo abusivo di una successione di contratti a tempo determinato, allorché una siffatta trasformazione non è né incerta, né imprevedibile, né aleatoria e la limitazione del riconoscimento dell’anzianità maturata in forza della suddetta successione di contratti di lavoro a tempo determinato costituisce una misura proporzionata per sanzionare tale abuso, circostanze che spetta al giudice del rinvio verificare”.

9.3. La Corte di Giustizia, con riguardo all’assenza di risarcimento nel caso di trasformazione del rapporto di lavoro, ha ribadito (punto 38) che gli Stati membri dispongono di un ampio margine di discrezionalità nella scelta delle misure atte a realizzare gli obiettivi della loro politica sociale e che (p. 39) “come emerge dalla clausola 5, punto 2, dell’accordo quadro, gli Stati membri hanno la facoltà, nell’ambito delle misure volte a prevenire il ricorso abusivo a una successione di contratti di lavoro a tempo determinato, di trasformare i rapporti di lavoro a tempo determinato in rapporti di lavoro a tempo indeterminato, dato che la stabilità dell’impiego derivante da questi ultimi costituisce l’elemento portante della tutela dei lavoratori”.

9.4. Inoltre, in linea di continuità con la sua giurisprudenza, ha ribadito (punto 41) che “La giurisprudenza non richiede, tuttavia, un cumulo di misure” e che (p. 42) “né il principio del risarcimento integrale del danno subito né il principio di proporzionalità impongono il versamento di danni punitivi”. Tanto sul rilievo (p. 43) che “tali principi impongono agli Stati membri di prevedere un’adeguata riparazione, che deve andare oltre il risarcimento puramente simbolico, senza tuttavia oltrepassare la compensazione integrale”.

9.5. Ha, quindi, concluso che (p.45) “l’accordo quadro non impone agli Stati membri di prevedere, in caso di ricorso abusivo a contratti di lavoro a tempo determinato, un diritto al risarcimento del danno che si aggiunga alla trasformazione del rapporto di lavoro a tempo determinato in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato”.

9.6. Il principio va ribadito anche nel caso in cui l’immissione in ruolo sia stata effettuata sulla base del sistema di avanzamento reso possibile dalle previgenti regole sul reclutamento, nel rispetto dei principi di equivalenza ed effettività (p. n. 85 della sentenza n. 22552 del 2016), poiché “il soggetto leso dall’abusivo ricorso ai contratti a termine ha, comunque, ottenuto, per il (tardivo, imprevedibile né atteso) funzionamento del sistema di reiterate assunzioni, il medesimo “bene della vita” per il riconoscimento del quale ha agito in giudizio: ed in tal guisa l’abuso perpetrato e l’illecito commessi sono stati, rispettivamente, oggettivamente represso e tendenialmente riparato”.

9.7. L’equivalerqa e l’effettività dell’immissione in ruolo ottenuta secondo il sistema di avanzamento previsto dalle previgenti regole di reclutamento ovvero in forza del piano straordinario di assunzioni è stato, d’altra parte, riconosciuto anche dalla sentenza della Corte di Giustizia nella sentenza R. (pp. nn. 34-37).

10. Il sesto motivo è inammissibile.

Deve ricordarsi che questa Corte ha già affermato il principio (Cass. n. 22522 del 2016 (pp. nn. da 86 87), secondo cui l’avvenuta stabilizzazione non preclude affatto la proponibilità della domanda per il risarcimento dei danni diversi e ulteriori rispetto a quelli risarciti dalla immissione nei ruoli, alla luce dei principi affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte nella sentenza n. 5072 del 2016 e dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 187 del 2016.

10.1. Si è altresì precisato che l’onere di allegazione e di prova dei danni ulteriori, che grava sul lavoratore, non beneficiato in caso di stabilizzazione dalla agevolazione probatoria di cui alla citata sentenza delle Sezioni Unite, non risulta insormontabile né difficoltoso perché il sistema delle graduatorie ad esaurimento offre dati oggettivi (posizione ricoperta nella graduatoria, vacanze di organico, termini previsti, anche se non rispettati, dal T.U. per l’indizione dei concorsi e per le operazioni di immissione in ruolo) dai quali agevolmente desumere, se allegati, la mortificazione della possibilità di accedere all’impiego stabile.

10.2.- Nel caso in esame, la Corte ha ritenuto generiche e comunque non provate le allegazioni dei ricorrenti circa i danni ulteriori rispetto a quelli riparati dall’intervenuta stabilizzazione, né essi avevano prospettato un uso improprio o distorto, da parte del Ministero, della tipologia delle supplenze su organico di fatto temporanee.

Il motivo è nella sua complessità inidoneo a scalfire queste affermazioni, presentando evidenti profili di inammissibilità oltre che di infondatezza.

10.3.- Viene in primo luogo in rilievo la promiscuità e la mescolanza dei motivi: come si è su evidenziato, le parti ricorrenti hanno prospettato in un unico contesto argomentativo vizi catalogati nell’art. 360, nn. 3, 4 e 5 ma le modalità di deduzione non consentono di enucleare ciascun vizio, così finendo inammissibilmente per attribuire al giudice il potere di sceverare tra la congerie delle ragioni illustrate quelle ascrivibili all’uno piuttosto che agli altri.

10.4.- Con riguardo al vizio di violazione di legge, che investe una pluralità di norme, la parte non si perita di indicare quale affermazione della corte territoriale sarebbe in contrasto con le norme di legge indicate; è inconferente il richiamo all’art. 112 c.p.c. ove con esso s’intenda censurare l’interpretazione che il giudice del merito ha dato della domanda, giacché non vi è stata alcuna omessa pronuncia (o extra o ultra petizione), peraltro denunciabile ai sensi dell’art. 360, n. 4 (e non del n. 3), dal momento che la Corte non ha omesso di pronunciarsi sulla domanda risarcitoria (ulteriore rispetto a quella soddisfatta con la stabilizzazione), ma ha ritenuto le allegazioni generiche e la prova mancante.

10.5. Non si è dunque al cospetto di un omessa pronuncia quanto, piuttosto, di una vera e propria attività valutativa del giudice del merito circa la genericità delle allegazioni e l’assenza di elementi di prova, insindacabile in sede di legittimità se non per vizio di motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 ora peraltro proponibile nelle forme e secondo il paradigma segnato da Cass. Sez.Un. 8053/2014 (Cass. 11/10/2019, n. 25690).

10.6. L’affermazione della corte territoriale è peraltro in linea con i principi ripetutamente affermati da questa Corte secondo cui “Il danno non patrimoniale, con particolare riferimento a quello cd. esistenziale, non può essere considerato “in re ipsa” ma deve essere provato secondo la regola generale dell’art. 2697 c.c., dovendo consistere nel radicale cambiamento di vita, nell’alterazione della personalità e nello sconvolgimento dell’esistenza del soggetto. Ne consegue che la relativa allegazione deve essere circostanziata e riferirsi a fatti specifici e precisi non potendo risolversi in mere enunciazioni di carattere generico, astratto, eventuale ed ipotetico. (Cass.29/01/2018, n. 2056, con riferimento alla perdita di chances Cass. 22/11/2019, n. 30502; Cass. 9/11/2018, n. 28742).

10.7.- Ne’ valgono a contraddire il giudizio così espresso dalla Corte territoriale i passi del ricorso di primo grado trascritti nel ricorso per cassazione, dai quali emerge evidente che si è al cospetto della mera enunciazione di ipotetici danni (danno derivante dall’impoverimento della capacità professionale, dalla mancata acquisizione di una maggiore capacità, da perdita di chances, lesione del diritto del lavoratore all’integrità psicofisica o, alla salute, danno all’immagine e alla vita di relazione) a cui non segue un riferimento a circostanze di fatto concrete volte a dare realità e personalizzare le generiche enunciazioni. Ciò esclude altresì che possa ravvisarsi l’operatività del principio di non contestazione in ordine i fatti costitutivi del diritto, il quale si coordina con l’allegazione dei medesimi, nel senso che, a fronte di una generica deduzione da parte del ricorrente, la difesa della parte resistente non può che essere altrettanto generica, e pertanto idonea a far peinianere gli oneri probatori gravanti sulla controparte (Cass. 19/10/2016, n. 21075).

10.8.- Quanto al vizio di omesso esame di fatti decisivi, anch’esso è inammissibile, non risultando indicato quale sia il fatto – principale o secondario – di cui si predica la decisività e la cui valutazione sarebbe stata del tutto omessa, non potendo rientrare nella nozione di “fatto” la valutazione compiuta dal giudice degli atti processuali.

10.9. La ritenuta genericità delle allegazioni assorbe ogni ulteriore valutazione circa la presunta violazione dell’art. 1226 c.c., giacché il ricorso alla liquidazione in via equitativa presuppone già assolto l’onere della parte di dimostrare sia la sussistenza sia l’entità materiale del danno (Cass. n. 16202 del 2002; Cass. n. 13288 del 2007; Cass. n. 28742/2018). Onere nella specie non assolto.

10.10.- Infine, le considerazioni su svolte dimostrano che la sentenza non è nulla, perché la motivazione è fisicamente (oltre che logicamente ed esaustivamente esistente), non presenta alcuna incongruenza o illogicità, peraltro neppure indicata dai ricorrenti, con la conseguenza che non risulta neppure ipotizzabile il denunciato vizio secondo il parametro delineato dalla nota sentenza delle Sezioni unite di questa Corte numero 8053/2014.

11.- In definitiva, il ricorso deve essere rigettato. La complessità della questione giuridica, risolta sulla base della pronuncia della Corte di Giustizia intervenuta in corso di causa, giustifica la integrale compensazione delle spese dell’intero processo.

La parte ricorrente è comunque tenuta al versamento dell’ulteriore importo pari al contributo unificato versato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 12 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 dicembre 2021

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