Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38941 del 07/12/2021

Cassazione civile sez. III, 07/12/2021, (ud. 15/06/2016, dep. 07/12/2021), n.38941

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 1272-2019 proposto da:

SITA SPA IN LIQUIDAZIONE, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

SANTA CATERINA DA SIENA N 46, presso lo studio dell’avvocato

GIUSEPPE GRECO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

REGIONE BASILICATA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA NIZZA 56,

presso lo studio dell’avvocato FAUSTINA MARIA ROSARIA DEMORO, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

nonché contro

MINISTERO ECONOMIA FINANZE, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

Generale dello Stato, presso cui domiciliato in Roma, via dei

Portoghesi, 12;

– resistente –

avverso la sentenza n. 5188/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 25/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/06/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE CRICENTI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Ricorre la società SITA spa in liquidazione, la quale ha avuto per lungo tempo la concessione di servizi di trasporto nella Regione Basilicata.

Ai sensi della L. n. 18 del 1987, la Regione Basilicata ha riconosciuto a favore della società ricorrente un contributo per disavanzi di esercizio (per gli anni 1982-1986) che, però, quest’ultima ha ritenuto insufficiente in base ai criteri della legge citata, e, di conseguenza, ha impugnato la Delib. innanzi alla Giustizia amministrativa, ottenendone l’annullamento, a seguito del quale la ricorrente ha riformulato le proprie pretese, proponendo all’ente territoriale una somma relativa agli interessi rivendicati, a titolo transattivo.

La Regione Basilicata, in un primo tempo, ha risposto con una Delib. di Giunta (n. 1498 del 2000) con cui ha manifestato l’intenzione di aderire ad una transazione, a condizione che il Ministero erogasse i fondi, ma successivamente l’ha revocata (n. 1793/2000).

La SITA spa ha dunque agito in giudizio, sia contro la Regione Basilicata che contro il Ministero dell’Economia e Finanze, per vedersi riconosciuta la differenza spettante, ed ha assunto che con la prima Delib. di Giunta, la Regione aveva riconosciuto il debito, salvo a revocare illegittimamente quel riconoscimento.

Dopo una prima pronuncia di difetto di giurisdizione, annullata dalla Corte di Appello, il Tribunale in sede di rimessione, ha ritenuto che la prima Delib. non contenesse in realtà un riconoscimento di debito, ma una proposta di transazione che validamente poteva essere revocata; che comunque la transazione non si era mai conclusa per difetto di forma, non essendo mai stato stipulato l’atto imposto dalla natura pubblica di una delle parti.

Questa decisione è stata confermata in Corte di Appello, integralmente.

La SITA ricorre con tre motivi. Si sono costituiti con controricorso sia il Ministero che la Regione Basilicata. La società ricorrente ha depositato memoria.

La trattazione del ricorso è stata fissata davanti alla Sesta sezione che, con ordinanza 6100 del 2021, ha tuttavia rimesso la questione a questa sezione.

Il PM ha depositato conclusioni scritte e chiesto il rigetto.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Nel merito, la ricorrente propone due motivi.

p..- Con il primo denuncia violazione degli artt. 1362,1988 c.c., oltre che artt. 1372 e 1373 c.c.

Secondo la ricorrente, la Corte di appello che ha aderito in questo alla decisione di primo grado, ha errato nell’intendere la Delib. di giunta (n. 1498/2000) come proposta di transazione piuttosto che come riconoscimento di debito, il che l’ha indotta poi ad ammettere la legittimità della revoca, cui non sarebbe pervenuta se invece avesse correttamente inteso quella dichiarazione come ricognitiva del debito.

Precisamente, la ricorrente ritiene che avendo la Corte di Appello escluso la “fonte volontaria (ricognizione di debito/transazione) del diritto della Sita” (p. 6), ha “disatteso l’interpretazione dell’art. 1988 c.c. fornita dalla giurisprudenza di legittimità con specifico riferimento agli atti della pubblica amministrazione”(p. 7).

Secondo il ricorrente, a prova della natura dell’atto, e dunque della sua funzione ricognitiva, starebbe sia la natura ricettizia che l’espressione letterale “al fine di pervenire alla definizione della questione” (p. 8 del ricorso).

Il motivo è infondato.

A dire il vero, manifesta profili di inammissibilità, nella misura in cui non indica per quali ragioni sarebbe stato violato il criterio ermeneutico di cui all’art. 1362 c.c.

Sicché il motivo non presenta la struttura della deduzione del vizio di violazione della norma dell’art. 1362 c.c., il quale imponeva di individuare in primo luogo il criterio esegetico ritenuto violato fra quelli previsti da questa norma e di spiegare con quali affermazioni la corte l’avesse violato e perché. Nemmeno, si badi, il motivo contiene l’illustrazione del vizio di falsa applicazione della norma, cosa che supponeva l’individuazione del modo in cui la fattispecie storica fosse stata assunta dalla corte e quindi la spiegazione del perché essa dovesse essere sussunta sotto il criterio esegetico dell’art. 1362, naturalmente anche qui individuato.

Ma, a prescindere da ciò, il motivo appare infondato nel merito.

La ricorrente denuncia, in particolare, una violazione sia nella fase di interpretazione – ricostruzione della volontà della parte dichiarante- che nella fase di qualificazione della medesima.

Il primo momento, quello volto a ricostruire la volontà delle parti, o di una sola, se l’atto è unilaterale, costituisce apprezzamento di fatto (cosa il dichiarante abbia voluto dire), sottratto al sindacato di legittimità salvo che per difetto di motivazione; il secondo momento invece consiste, una volta accertato cosa le parti hanno voluto, nella qualificazione di tale volontà, ossia nella sussunzione dell’atto sotto una determinata fattispecie. Questa operazione è invece sindacabile per violazione dei criteri di qualificazione dell’atto (Cass. 13399/2005; Cass. 24262/2007).

Che la Delib. di Giunta sia stata fatta “al fine di pervenire alla definizione della questione” è certo. La corte di merito, in conformità con il primo grado, ha ritenuto che quella espressione, letteralmente intesa, e per il contesto in cui era inserita, manifesta una volontà di transigere piuttosto che di riconoscere un debito.

Si tratta di una qualificazione corretta. Intanto lo è da un punto di vista dei criteri legali di interpretazione del contratto, senza peraltro che possa obiettarsi che qui si tratta di un atto unilaterale, in quanto le norme di interpretazione dettate per il contratto, in forza del rinvio generale operato dall’art. 1324 c.c. si applicano anche agli atti unilaterali, con la sola eccezione di quelle incompatibili con la struttura unilaterale dell’atto, come ad esempio, la comune volontà delle parti (Cass. 9127/2015).

L’interpretazione letterale è criterio non legato alla struttura bilaterale dell’atto, e dunque percorribile anche per gli atti unilaterali.

L’espressione “al fine di pervenire alla definizione della questione” è espressione che non manifesta l’intenzione di riconoscere un debito, quanto piuttosto di transigere una controversia.

La differenza tra la transazione e la ricognizione di debito, ma dovremmo dire tra la volontà dell’uno e quella dell’altro atto, sta nel fatto che la transazione mira a risolvere un rapporto preesistente, mentre la ricognizione di debito e’, per così dire astratta, ossia il debito è riconosciuto senza indicazione del suo titolo e dunque senza che il riconoscimento di debito sia finalizzato alla risoluzione di un conflitto giuridico (Cass. 2251/1978). Così che l’espressione “al fine di pervenire alla definizione della questione”, che è il criterio interpretativo invocato dalla stessa ricorrente come indice della natura confessoria dell’atto, contiene invece un chiaro riferimento alla preesistente questione, e dunque manifesta la volontà di definirla transattivamente.

Ciò detto, trattandosi di proposta di transazione, come ogni proposta volta a concludere un contratto era revocabile sino a che non si fosse concluso il contratto (art. 1328 c.c.) ossia fino a che al proponente non fosse giunta l’accettazione del destinatario.

p..- Il secondo motivo denuncia violazione del R.D. n. 2440 del 1923, art. 17 e dell’art. 1965 c.c.

Una ratio ulteriore, ma in un certo senso subordinata, della decisione di merito è che comunque, trattandosi di transazione, se pure si potesse dire conclusa, essa sarebbe nulla per difetto di forma, non essendo mai stato stipulato il contratto con forma scritta.

La Corte, qui, aderisce alla tesi secondo cui i contratti aventi ad oggetto concessioni di pubblico servizio vanno stipulati in un unico documento, nel quale trasfondere le dichiarazioni delle diverse parti contraenti, e ciò a pena di nullità.

Secondo la ricorrente si trattava invece di una transazione non soggetta a forma scritta in quanto, a differenza di quanto assunto dai giudici di merito, la transazione avrebbe ad oggetto una pretesa privata e non già una concessione di rapporto pubblico, dovendosi tenere conto del fatto che la giurisprudenza costante attribuisce natura privatistica ai rapporti ed alle controversie che concernono canoni o indennità.

Il motivo risulta sia inammissibile che infondato.

In prima battuta, ossia, si profila inammissibile per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, giacché non fornisce l’indicazione specifica né della Delib. n. 1498 del 2000, né della proposta transattiva del 16 gennaio 1999, prot. n. 1463 e, dunque, il motivo si fonda su documenti dei quali non ci si dice se e dove siano stati prodotti e siano esaminabili in questo giudizio di legittimità. Essi sono solo evocati a pag. 2, unitamene alla nota 1469/25.

Ma, al di là di ciò, il motivo è infondato.

Se ammettiamo che le dichiarazioni di volontà erano rivolte a concludere una transazione, le tesi, in astratto sulla forma relativa del contratto sono due: che occorra o meno unicità documentale.

In entrambi i casi non si è in presenza di una transazione valida o validamente perfezionatasi.

In sostanza noi abbiamo questi dati: la Sita, con nota del 16.11.1999 (n. 1463) propone a Ministero e Regione una soluzione transattiva, che prevede il pagamento degli interessi prime rate Abi, senza maggiorazione; questa proposta è a termine, ossia è valida se le controparti l’accettano entro il 31.12.1999 (p. 2 del ricorso). La Regione risponde, per conoscenza, in quanto l’atto è diretto in primo luogo al Ministero, solo il 10.7 2000 (DGR 1498), ed è l’atto della cui interpretazione qui si discute, e manifesta interesse per le condizioni della SITA, ma condizionatamente alla erogazione della somma da parte del Ministero. Poiché l’erogazione non avviene, la Regione autonomamente, con atto del 31 luglio del 2000, liquida una diversa somma.

Ed allora, se si propende per la necessaria unicità documentale (Cass. 7478/2020), essa qui non c’e’, come è evidente, in quanto dapprima v’e’ stata la proposta della società, con atto proprio, e poi la Regione ha deliberato – con distinto atto – la volontà di transigere.

Se invece si propende per la tesi che, trattandosi di contratto (di transazione) con una impresa commerciale, la transazione è validamente conclusa anche se le volontà non sono contenute in un unico documento ma in documenti diversi (25631/ 2017), il problema rimane, in quanto: a) la proposta era a termine, ed il termine è scaduto: l’accettazione deve giungere nel termine stabilito dal proponente (1326 c.c.), altrimenti è inefficace; b) l’accettazione era condizionata alla erogazione dei fondi da parte del Ministero: l’accettazione condizionata, non è accettazione, o meglio diventa efficace se si verifica la condizione, che non si è verificata.

Senza trascurare il fatto, pacifico, che la cosiddetta accettazione è stata comunicata alla Sita spa solo per conoscenza essendo l’atto invece indirizzato al Ministero in via principale: e non può dirsi che costituisce valida accettazione una dichiarazione rivolta ad un terzo, e solo per conoscenza al proponente.

p..- Il terzo motivo contesta due rationes, apparentemente in contraddizione tra loro.

Denuncia violazione dell’art. 342 c.p.c. e dell’art. 1224 c.c.

La questione è la seguente.

La ricorrente aveva impugnato la decisione di primo grado nella parte relativa alla stima del maggior danno da svalutazione monetaria, questione rispetto alla quale il giudice di primo grado aveva preteso la prova specifica (rectius, diretta) del danno e non quella meramente presuntiva.

Con l’atto di appello la società SITA aveva denunciato l’erroneità di questa ratio ed aveva indicato gli elementi sufficienti a presumere il maggior danno, dei quali la corte avrebbe potuto servirsi.

Il giudice di appello ha, da un lato, ritenuto non sufficientemente specifico il motivo di impugnazione, per altro verso, ha confermato, nel merito, la regola della necessità di prova diretta del maggior danno.

La ricorrente contesta entrambe le rationes.

Il motivo è inammissibile.

La ratio della decisione impugnata è nel senso che non è stata fornita alcuna prova del maggior danno da minore rendimento dei titoli di Stato rispetto al tasso legale degli interessi.

Vale a dire che, presunto l’impiego del denaro, era onere della ricorrente dimostrare la variazione di quel valore a suo sfavore (Cass. 13533/2017).

Cosi, non è pertinente con la motivazione la censura di violazione dell’art. 342 c.p.c.: la Corte, pur accusando il motivo di genericità, lo ha scrutinato nel merito.

La motivazione è solo di merito e, dunque, la doglianza di violazione dell’art. 342 va detta inammissibile in quanto censura una motivazione inesistente.

La doglianza di “merito” in primo luogo si basa sui documenti evocati con il rinvio all’esposizione del fatto, ma non solo non ne riproduce il contenuto, ma, soprattutto, omette di precisare se ed in che termini sulla base di essi si è argomentato, non bastando di certo all’uopo l’evocazione generica del paragrafo 3.1. dell’atto di appello a pag. 15.

Tanto rende impossibile sia scrutinare la censura di violazione delle norme sulle presunzioni, peraltro nemmeno argomentata, sia quella sul presunto superamento della nota decisione a Sezioni Unite, citata dalla ricorrente.

Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento della somma di 4000,00 Euro di spese legali, oltre 200,00 Euro di spese generali a favore della Regione Basilicata, e di 4000,00 Euro oltre spese prenotate a debito a favore del Ministero. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto che il tenore del dispositivo è tale da giustificare il pagamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello eventualmente dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, il 15 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2021

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