Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3894 del 08/02/2022

Cassazione civile sez. II, 08/02/2022, (ud. 02/12/2021, dep. 08/02/2022), n.3894

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – rel. Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso n. 24284/2018 proposto da:

Avv. T.S., rappresentato e difeso dagli avv.ti Michele

Vietti, e Manuela Traldi;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Economia e delle Finanze, rappresentato e difeso ex

lege dall’Avvocatura Generale dello Stato;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’Appello di Roma, depositata il

4.7.2017;

Udita la relazione della causa svolta dal Consigliere Dott. Lorenzo

Orilia;

Uditi il Pubblico Ministero e i Difensori delle parti.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1 La Corte d’Appello di Roma con sentenza resa pubblica il 4.7.2017 ha respinto il gravame proposto dall’avvocato T.S. contro la sentenza del locale Tribunale (n. 77 del 2010) che, nei due giudizi (riuniti) di pagamento di compensi derivanti da tredici parcelle relative alla gestione del contenzioso riguardante il disciolto Ente Nazionale per la Cellulosa e la Carta (ENCC), aveva respinto la domanda del professionista.

La Corte territoriale, dopo aver richiamato le argomentazioni del Tribunale a sostegno del rigetto della pretesa (giudicato rappresentato dalla sentenza n. 2465/2005 del Tribunale di Roma circa la liquidazione degli onorari secondo i valori medi del D.M. n. 585 del 1994; idoneità degli importi già ricevuti a compensare le attività effettivamente provate e mancanza di prova di altre prestazioni), ha motivato la sua decisione osservando per quanto qui interessa:

– che il terzo profilo di gravame (con cui si denunziava la violazione dell’art. 112 c.p.c.) integrava una domanda nuova in appello;

– che il MEF aveva contestato in modo puntuale e radicale la pretesa, sicché spettava al professionista di provare il suo diritto secondo la regola dell’onere probatorio, dimostrando la effettività e consistenza delle prestazioni eseguite;

– che i motivi di appello non toccavano la sentenza nella parte in cui aveva riscontrato il mancato svolgimento di alcune prestazioni;

– che non ricorreva né la violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato né del principio delle preclusioni processuali, avendo il Ministero contestato tempestivamente la pretesa creditoria avanzata;

– che nel caso di specie non sussisteva alcun giudicato esterno opponibile al Ministero, stante la diversità di causa petendi e di petitum rispetto alle sentenze pronunciate da altri giudici del Tribunale di Roma;

– che l’avvocato non aveva fornito la prova dello svolgimento delle prestazioni non riconosciutegli (corrispondenza informativa e ricerca documenti).

2 Contro tale sentenza il professionista propone ricorso per cassazione con sei motivi.

Resiste con controricorso il Ministero dell’Economia e delle Finanze. In prossimità dell’udienza il ricorrente ha depositato alcune pronunce. Sono pervenute memorie.

Il Pubblico Ministero ha concluso per il rigetto del ricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1 Innanzitutto, si rende opportuno chiarire che per giurisprudenza costante di questa Corte, nel giudizio civile di legittimità, con le memorie di cui all’art. 378 c.p.c., destinate esclusivamente ad illustrare ed a chiarire i motivi della impugnazione, ovvero alla confutazione delle tesi avversarie, non possono essere dedotte nuove censure né sollevate questioni nuove, che non siano rilevabili d’ufficio, e neppure può essere specificato, integrato o ampliato il contenuto dei motivi originari di ricorso (v. Sez. 2 -, Sentenza n. 24007 del 12/10/2017 Rv. 645587; Sez. 1, Sentenza n. 28855 del 29/12/2005 Rv. 587153).

Sempre in via preliminare è opportuno evidenziare che il presente giudizio si inserisce nel vasto contenzioso sorto tra il legale e il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

L’avv. T.S. ha proposto una serie di domande giudiziali contro il Ministero dell’Economia e delle Finanze davanti al Tribunale di Roma (sia in via ordinaria, sia nelle forme previste della L. n. 794 del 1992, artt. 28 e 29, sia nelle forme del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 14).

Alla base delle pretese, ha posto il conferimento dell’incarico da parte dell’Ispettorato Generale per la liquidazione degli Enti Disciolti del Ministero del Tesoro, ora Ministero dell’Economia e delle Finanze, finalizzato allo svolgimento delle attività difensive in una serie di procedimenti civili, penali ed amministrativi riguardanti enti pubblici in liquidazione. Ha richiamato infatti la Convenzione sottoscritta in data 19.9.2000, con cui si era concordato un compenso difensivo rapportato agli onorari massimi previsti dalla tariffa per le cause di particolare complessità, agli onorari medi per quelle importanti e complesse e agli onorari compresi tra il minimo ed il massimo per quelle ordinaria complessità; ha aggiunto che l’entità dei compensi venne rinegoziata con una successiva convenzione del 18.3.2002, prevedendosi l’applicazione degli onorari minimi, salvo che per le liti conclusesi favorevolmente per l’ente, senza alcuna previsione per l’ipotesi di revoca del mandato. Intervenuta dopo qualche mese la revoca del mandato, precisamente in data 30.5.2002, è poi sorto il contenzioso con l’Amministrazione finanziaria sfociato, come già esposto, in una pluralità di pronunce di merito e di legittimità.

Passando adesso all’esame dei motivi di ricorso, col primo di essi l’avvocato T. denunzia preliminarmente “la violazione degli artt. 105,167,183 e 268 c.p.c., ed inammissibilità di tutte le domande/azioni avanzate dal MEF ex lege n. 14 del 2009, con comparsa conclusionale perché non proposte nel giudizio di primo grado”, evidenziando i punti della sentenza di primo grado non impugnati e coperti dal giudicato (nullità della modifica transattiva del 18.3.2002; remunerabilità delle prestazioni alla percentuale degli onorari); di conseguenza risultava preclusa la possibilità di far valere per il prosieguo le relative domande ed eccezioni. Osserva inoltre che le domande di merito e di rito ex lege n. 14 del 2009, formulate dal MEF “con la propria comparsa conclusionale nel presente giudizio” (così testualmente, ndr) non erano mai state spiegate in precedenza.

2 Col secondo motivo denunzia “la violazione dell’art. 345 c.p.c. e conseguente inammissibilità delle nuove domande del MEF ex lege 14/09 per loro novità”.

3 Col terzo motivo si denunzia “violazione dell’art. 343 c.p.c., per il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado n. 77/10 ed intervenuti giudicati ex artt. 324 e 329 c.p.c. e art. 2909 c.c.”. Si richiamano le questioni oggetto della pronunzia di primo grado su cui si è formato il giudicato.

Questi tre motivi, nella loro disarticolata formulazione, sono inammissibili perché non si riesce a comprendere quali siano gli errores in procedendo in cui sarebbe incorsa la sentenza della Corte d’Appello che lo si ripete – ha confermato il rigetto della domanda per un problema di mancato assolvimento dell’onere probatorio.

Superfluo è quindi il richiamo alla Ordinanza n. 14083 del 2019 di questa Corte, visto che i giudici di merito nel caso in esame hanno applicato i valori medi della tariffa.

4 Col quarto motivo il ricorrente denunzia la “violazione dell’art. 324 c.p.c. e art. 2909 c.c., per la negazione della valenza panprocessuale dei giudicati oggetto del presente giudizio perché relativi tutti al medesimo contratto di patrocinio 19.9.2000 denominato convenzione. Richiama poi, una serie di sentenze di merito.

5 Col quinto motivo il ricorrente denunzia “violazione dell’art. 324 c.p.c. e art. 2909 c.c., per la negazione della valenza panprocessuale dei giudicati oggetto i danni ex art. 1224 c.c., comma 2, di cui alla sentenza 474/11 ed agli interessi dalla richiesta ed anatocistici dalla domanda” (così testualmente, ndr).

Questi due motivi – suscettibili di esame unitario per il comune riferimento alla violazione del giudicato – sono inammissibili.

Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, affinché il giudicato esterno possa fare stato nel processo è necessaria la certezza della sua formazione, che deve essere provata, pur in assenza di contestazioni, attraverso la produzione della sentenza munita del relativo attestato di cancelleria” (tra le tante, v. Sez. 3, Ordinanza n. 26310 del 2021 non massimata; v. altresì Sez. 3, ord. 23 agosto 2018, n. 20974, Rv. 650322-01; Sez. L -, Ordinanza n. 28515 del 29/11/2017 Rv. 646363), ciò che nella specie non risulta essere avvenuto: il ricorso si limita infatti ad una elencazione di sentenze di merito, senza però neppure allegare l’avvenuto rilascio della apposita certificazione di cancelleria.

E’ vero che talvolta, per dimostrare il passaggio in giudicato di una sentenza, si prescinde dalla relativa attestazione, ma si tratta del caso – qui non ricorrente – di giudicato esterno formatosi a seguito di una sentenza della Corte di cassazione (cfr. Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 16589 del 11/06/2021 Rv. 661485). Nel caso in esame, l’ordinanza Sez. 2, n. 14083 del 23/05/2019 Rv. 654181 (menzionata nella nota di deposito) non giova al ricorrente, avendo respinto il suo ricorso e comunque condiviso la correttezza del riconoscimento al ricorrente delle somme risultanti dall’applicazione dei valori tariffari medi, concretamente ritenuti congrui con riferimento alle attività svolte nei singoli giudizi nei quali egli aveva esercitato il patrocinio.

Solo per completezza è il caso di aggiungere – ed il rilievo tronca definitivamente ogni ulteriore discussione sull’argomento – che nel giudizio di cassazione il principio della rilevabilità del giudicato esterno deve essere coordinato con l’onere del rispetto del principio di specificità dei motivi di ricorso per cassazione, per cui la parte ricorrente che deduca il suddetto giudicato deve, a pena di inammissibilità, riprodurre nel ricorso il testo integrale della sentenza che assume essere passata in giudicato, non essendo a tal fine sufficiente il richiamo a stralci della motivazione o ad un riassunto sintetico della stessa (Sez. L, Ordinanza n. 12496 del 2020 non massimata; v. altresì Cass. 18 novembre 2019, n. 29881; Cass. 31ottobre 2019, n. 28182; Cass. 30838/18; Cass. 31 maggio 2018, n. 13988; Cass. 23 giugno 2017, n. 15737; Cass. 11 febbraio 2015, n. 2617; Cass. SU 27 gennaio 2004 n. 1416); e ancora, il rilievo pubblicistico del giudicato comporta altresì che l’onere di allegazione del ricorrente sia completo e non resti affidato alla deduzione di frammentarie proposizioni della sentenza che, come tali, non consentono ai giudici di legittimità di trarre dal primo il significato oggettivo della regola o del comando di cui il provvedimento è portatore (Sez. L, Ordinanza n. 12496/2020 cit; Cass. SU 9 maggio 2008, n. 11501).

Dalla lettura del ricorso non risulta l’osservanza di tali regole ed anzi, a volte si sostiene la formazione di un giudicato sol perché la sentenza, benché soggetta ad impugnazione ancora pendente, non sarebbe stata impugnata in alcune parti (neppure chiaramente indicate).

6 Resta a questo punto da esaminare il sesto motivo, con cui si deduce la “violazione degli artt. 112,115 e 167 c.p.c., e artt. 2230,2232,2233 e 2967 c.c., nonché del D.M. n. 585 del 1994, per erroneità della richiamata giurisprudenza e per intervenuta decadenza del MEF. Erroneità e contraddittorietà della motivazione in ordine alla documentata attività”.

Il motivo è inammissibile per due ragioni.

Innanzitutto, perché deduce censure alla motivazione, ormai espunte dal novero dei vizi di legittimità (cfr. art. 360 c.p.c.); in secondo luogo per difetto di specificità laddove semplicisticamente richiama la violazione degli artt. 2230 e segg., nonché il D.M. n. 585 del 1994, “poiché la documentazione allegata documentava l’attività svolta”.

In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile con inevitabile aggravio di spese per la parte soccombente.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l’impugnazione, se dovuto.

PQM

la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di legittimità che liquida in complessivi Euro 3.500,00 oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 2 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 febbraio 2022

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA