Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38929 del 07/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 07/12/2021, (ud. 28/09/2021, dep. 07/12/2021), n.38929

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRO Massimo – Presidente –

Dott. NAZZICONE Loredana – rel. Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10603-2020 proposto da:

K.Y., domiciliato presso la cancelleria della CORTE DI

CASSAZIONE, PIAZZA CAVOUR, ROMA, rappresentato e difeso

dall’avvocato PAOLO RIGHINI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende, ope legis;

– resistente –

avverso la sentenza n. 2868/2019 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 14/10/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 28/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. LOREDANA

NAZZICONE.

 

Fatto

RILEVATO

– che viene proposto ricorso, affidato a quattro motivi, per la cassazione della sentenza della Corte d’appello di Bologna del 14 ottobre 2019, con la quale è stato respinto l’appello avverso l’ordinanza del primo giudice, a sua volta reiettiva della domanda di riconoscimento della protezione internazionale;

– che non svolge difese il Ministero intimato.

Diritto

RITENUTO

– che i motivi censurano:

1) violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 3 e 5, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, lamentando che l’iter argomentativo seguito dal giudice del merito rappresenti la conseguenza di una mancata cooperazione con il richiedente asilo, sebbene ritenuto non credibile, dato che nel Mali sussistono le condizioni per la richiesta protezione, emergendo una realtà sociale in cui esiste un “riemergere di una cultura del linciaggio” e numerosi crimini, contro cui lo Stato non offre tutela;

2) violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, avendo la Corte d’appello erroneamente valutato gli aspetti riguardanti l’attuale situazione in cui versa il paese di origine del ricorrente, integranti i presupposti per la protezione sussidiaria;

3) violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, in quanto il richiedente ha diritto alla protezione umanitaria, perché egli ha lasciato il Mali nel timore di essere arrestato in seguito alla lite per un terreno, e dunque, in caso di rientro coatto, correrebbe il rischio di essere ucciso, e comunque si tratta di un paese povero;

4) motivazione apparente, quanto al rigetto della protezione umanitaria;

– che la corte del merito ha ritenuto come: a) il richiedente non è affatto credibile nel suo racconto, in cui ha narrato di avere lasciato il Mali, in quanto un’altra famiglia voleva appropriarsi di un terreno appartenente alla propria, situazione in cui una persona era stata uccisa da una bastonata nel corso della lite, onde egli era fuggito per timore di reazioni; b) la non credibilità del richiedente esime dalla cooperazione istruttoria d’ufficio, mentre, quanto alle condizioni dell’art. 14, lett. “c”, da ampie fonti citate esse risultano insussistenti in Mali; c) non vi sono i presupposti per la concessione della protezione umanitaria, in quanto il richiedente, non credibile nel suo racconto, comunque neppure enuncia quali siano le ragioni per ottenerla, ma insiste solo sulla situazione complessiva del Mali, non palesandosi particolari pericoli ai suoi diritti in caso di rimpatrio, né essendo provata una integrazione in Italia;

– che, ciò posto, tutti i motivi si palesano inammissibili, per la pretesa, sotto l’egida della violazione di legge o del vizio di motivazione, di ripetere il giudizio sul fatto;

– che l’apprezzamento di fatto risulta censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (cfr. Cass. n. 3340/2019, tra le tante);

– che, una volta assolto dal richiedente l’onere di allegazione, il dovere del giudice di cooperazione istruttoria, con l’acquisizione officiosa degli elementi istruttori necessari, è circoscritto alla verifica della situazione obbiettiva del paese di origine, e non alle individuali condizioni del soggetto richiedente; in particolare (cfr. Cass. n. 14006/2018, 13858/2018), in tema di protezione sussidiaria dello straniero, prevista dall’art. 14, lett. c), cit., l’ipotesi della minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale implica, alternativamente: una contestualizzazione della minaccia suddetta, in rapporto alla situazione soggettiva del richiedente, laddove il medesimo sia in grado di dimostrare di poter essere colpito in modo specifico, in ragione della sua situazione personale; ovvero la dimostrazione dell’esistenza di un conflitto armato interno nel Paese o nella regione, caratterizzato dal ricorso ad una violenza indiscriminata, che raggiunga un livello talmente elevato da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile, rientrato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione, correrebbe, per la sua sola presenza su quel territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia;

– che ne consegue come, mentre il giudice è anche d’ufficio tenuto a verificare – elettivamente, ma non esclusivamente, attraverso lo scrutinio dei c.d. c.o.i., country of ongin informations – se nel paese di provenienza sia oggettivamente sussistente una situazione di violenza indiscriminata talmente grave da costituire ostacolo al rimpatrio del richiedente, egli non può essere chiamato, né avrebbe gli strumenti per farlo, a supplire a deficienze probatorie concernenti la situazione personale del richiedente, dovendo a tal riguardo soltanto effettuare la verifica di credibilità prevista nel suo complesso dal citato art. 3, comma 5;

– che, al riguardo, la valutazione sul punto svolta dal giudice del merito si sottrae a sindacato di legittimità, avendo esso, con riguardo alle richieste di protezione, escluso la ricorrenza dei presupposti di legge, in forza dello stesso racconto del richiedente;

– che, dunque, le doglianze sono inammissibili, avendo il richiedente dedotto in modo del tutto generico la violazione delle nome di legge sopra indicate, attraverso il richiamo delle disposizioni asseritamente disattese e tramite una ricostruzione della fattispecie concreta difforme da quella accertata;

– che, dunque, le censure si risolvono in una critica del ragionamento logico posto dal giudice di merito a base dell’interpretazione degli elementi probatori del processo e, in sostanza, nella richiesta di una diversa valutazione degli stessi, ipotesi integrante un vizio motivazionale, non proponibile in seguito alla modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, apportata dal D.L. n. 83 del 2012, convertito in L. n. 134 del 2012 (cfr. Cass., sez. un., n. 8053/2014);

– che, con riguardo poi alla protezione umanitaria, il richiedente neanche in sede di legittimità espone le ragioni che la fonderebbero, né l’errore in cui sarebbe incorsa la corte del merito;

– che anche il giudizio di protezione internazionale non si sottrae alle regole proprie di ogni processo civile, onde sull’attore grava pur sempre l’onere di allegazione tempestiva dei fatti rilevanti ai fini della protezione internazionale, fatti che egli è tenuto a indicare, pena l’impossibilità per il giudice di introdurli d’ufficio nel giudizio (cfr. Cass. nn. 27336/2018, 19197/2015);

– che non occorre provvedere sulle spese di lite.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Dichiara che, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello richiesto, se dovuto, per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 28 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2021

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