Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38899 del 07/12/2021

Cassazione civile sez. lav., 07/12/2021, (ud. 20/10/2021, dep. 07/12/2021), n.38899

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6930-2020 proposto da:

A.I., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE N.

18, presso lo studio dell’avvocato ANTONELLA CONSOLO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato CHIARA PERNECHELE;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI VERONA, in persona

del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ex lege

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 4328/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 10/10/2019 R.G.N. 3001/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

20/10/2021 dal Consigliere Dott. FABRIZIO AMENDOLA.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. la Corte di Appello di Venezia, con la sentenza impugnata, ha rigettato l’appello proposto da A.I., cittadino del (OMISSIS), avverso la decisione di primo grado che aveva respinto il ricorso con il quale la competente Commissione territoriale aveva, a sua volta, rigettato la domanda di protezione internazionale proposta dall’interessato, escludendo altresì la sussistenza dei presupposti per la protezione umanitaria;

2. il Collegio, per quanto specificamente interessa in questa sede, pur ritenendo “credibile e senz’altro penosa la specifica vicenda confermata con coerenza dall’appellante sia avanti la Corte territoriale che avanti il Tribunale, che lo avrebbe costretto a lasciare il proprio paese d’origine per trovare altrove risorse per il sostentamento della famiglia, dopo la perdita del padre e dei pochi mezzi di cui la famiglia disponeva prima del trasferimento al villaggio situato al confine con l’India”, non ha tuttavia ravvisato nella vicenda caratterizzata da difficoltà economiche e familiari una situazione di “vulnerabilità sociale”; ha poi argomentato che “anche durante l’assenza dell’appellante dal proprio paese, che dura dal luglio del 2011, i suoi creditori non hanno attuato ritorsione nei confronti della sua famiglia e la scelta dell’appellante di espatriare, pur necessitata dal desiderio di migliorare le condizioni proprie dei familiari, poteva essere indirizzata alla ricerca di un lavoro secondo le procedure regolate dal nostro ordinamento”-;

3. ha proposto ricorso per la cassazione del provvedimento impugnato il soccombente con unico articolato motivo; il Ministero dell’Interno ha depositato “atto di costituzione” per il tramite dell’Avvocatura Generale dello Stato al solo fine di una eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. con l’unico mezzo di gravame si denuncia la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. n. 268 del 1998, art. 5 e del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3 e art. 32, comma 3, criticando la sentenza impugnata per avere negato la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria “senza comparare il destino di un giovane (OMISSIS), che ha stabilito la residenza in (OMISSIS), con colui che ora lavora e provvede in Italia a sé stesso (e alla famiglia, all’estero)”, trascurando del tutto l’integrazione socio lavorativa dell’istante;

.2. il motivo è fondato per quanto segue;

in materia di protezione umanitaria le Sezioni unite di questa Corte innanzitutto (sent. n. 29459 dei 2019) hanno condiviso l’orientamento che assegna rilievo centrale alla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale (indirizzo inaugurato da Cass. n. 4455 del 2018, seguita, tra varie, da Cass. n. 11110 del 2019 e da Cass. n. 12082 del 2019);

successivamente (Cass. SS.UU. n. 24413 del 2021) hanno precisato che, ai fini di detta valutazione comparativa, occorre attribuire alla condizione del richiedente nel paese di provenienza un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nella società italiana, fermo restando che situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel paese originario possono fondare il diritto alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione in Italia; qualora poi si accerti che tale livello è stato raggiunto e che il ritorno nel paese d’origine renda probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare tali da recare un “vulnus” al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, per riconoscere il permesso di soggiorno;

e’ stato ulteriormente specificato che, ai fini del riconoscimento, o del diniego, della protezione umanitaria prevista dal D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 19, commi 1 e 1.1, il concetto di “nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale”, costituisce il limite minimo essenziale al di sotto del quale non è rispettato il diritto individuale alla vita e all’esistenza dignitosa; detto limite va apprezzato dal giudice di merito non solo con specifico riferimento all’esistenza di una situazione di conflitto armato, ma anche con riguardo a qualsiasi contesto che sia, in concreto, idoneo ad esporre i diritti fondamentali alla vita, alla libertà e all’autodeterminazione dell’individuo al rischio di azzeramento o riduzione al di sotto della predetta soglia minima (v. Cass. n. 5022 del 2021 e Cass. n. 15961 del 2021);

la Corte territoriale non ha proceduto a siffatta adeguata comparazione, limitandosi a rilevare la mancanza di “vulnerabilità” nella condizione soggettiva del richiedente protezione, ma non ha sufficientemente verificato l’integrazione effettiva nel nostro Paese, che costituisce uno dei due termini della comparazione, né ha effettuato alcuna indagine istruttoria, anche officiosa, per verificare se il rientro in (OMISSIS) possa realizzare o meno l’eventuale violazione dei diritti fondamentali al di sopra della soglia ineliminabile della dignità umana, acquisendo informazioni aggiornate, attendibili e pertinenti in relazione al rispetto dei diritti fondamentali nel paese di eventuale rimpatrio, in mancanza delle quali è configurabile la violazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6 (da ultimo: Cass. n. 262 del 2021);

-3. conclusivamente il ricorso deve essere accolto, con cassazione della sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvio al giudice indicato in dispositivo che si uniformerà a quanto statuito, provvedendo anche sulle spese.

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Venezia, in diversa composizione, anche per le spese.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 20 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2021

 

 

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