Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38896 del 07/12/2021

Cassazione civile sez. lav., 07/12/2021, (ud. 28/09/2021, dep. 07/12/2021), n.38896

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9332-2016 proposto da:

D.L.F., V.F., C.S.,

M.S., L.N., tutti elettivamente domiciliati in ROMA, VIA

NIZZA n. 59, presso lo studio dell’avvocato AMOS ANDREONI, che li

rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

INGV ISTITUTO NAZIONALE DI GEOFISICA E VULCANOLOGIA, in persona del

Presidente pro tempore, rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia in ROMA, alla VIA

DEI PORTOGHESI n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 7018/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 15/10/2015 R.G.N. 8885/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

28/09/2021 dal Consigliere Dott. FRANCESCA SPENA.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. La Corte d’Appello di Roma, con sentenza del 15 ottobre 2015, confermava la sentenza del Tribunale della stessa sede, che aveva respinto la domanda proposta da D.L.F., V.F., C.S., M.S. e L.N. – tutti dipendenti a termine, in forza di plurimi contratti, dell’ISTITUTO NAZIONALE DI GEOFISICA E VULCANOLOGIA (in prosieguo: l’ISTITUTO) – per l’accertamento del diritto ad essere stabilizzati, ai sensi della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 519 e ss., ed, in subordine: per la conversione a tempo indeterminato del rapporto di lavoro dall’1 aprile 2009, previo accertamento della illegittimità delle reiterate assunzioni a termine o, in via ulteriormente gradata, per la condanna dell’ISTITUTO al risarcimento del danno derivato dalla mancata stabilizzazione e dalla futura cessazione dei rapporti di lavoro.

2. La Corte territoriale osservava che i lavoratori non lamentavano la illegittimità delle causali giustificative del termine e che nel ricorso di primo grado essi avevano dedotto che l’ISTITUTO non era mai riuscito a concludere il processo di stabilizzazione per l’insussistenza di vacanze disponibili. Ne derivava la insussistenza del diritto alla stabilizzazione, in quanto i processi di stabilizzazione erano effettuati nei limiti delle disponibilità finanziarie e nel rispetto delle disposizioni in tema di dotazioni organiche e di programmazione triennale del fabbisogno di personale.

3. Inoltre, la violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori a termine, ai sensi del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, non determinava la costituzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato ma fondava il diritto del lavoratore al risarcimento del danno, interpretato in senso comunitario e configurabile come sanzione ex lege, per la cui liquidazione era utilizzabile, in via tendenziale, il criterio di cui alla L. n. 604 del 1966, art. 8.

4. Escluso il diritto alla stabilizzazione, andava altresì escluso il diritto al risarcimento del danno. In ogni caso, i ricorrenti, tutti ancora dipendenti a termine dell’Istituto, avevano chiesto il risarcimento di un danno futuro ovvero il danno per la mancata stabilizzazione ed inoltre, nulla avevano dedotto circa la natura ed entità di tale danno.

5.Hanno proposto ricorso per la cassazione della sentenza D.L.F., V.F., C.S., M.S., L.N., articolato in tre ragioni di censura ed illustrato con memoria, cui l’ISTITUTO ha resistito con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. Con il primo motivo i ricorrenti hanno denunciato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 – violazione dell’art. 112 c.p.c., per omessa pronuncia sulla disposizione sopravvenuta di cui al D.L. 12 settembre 2013, n. 104, conv. in L. n. 128 del 2013, art. 24, prevedente la autorizzazione alla assunzione, nel quinquennio 2014/2018, di 200 nuove unità di personale – previo ampliamento della dotazione organica con decreto del MIUR – e la proroga dei contratti a tempo determinato fino al completamento del processo di reclutamento. Hanno addebitato alla Corte d’Appello di non essersi pronunciata sullo ius superveniens, benché puntualmente rappresentato nella memoria depositata per la udienza di discussione del 9 ottobre 2015.

2. Con la memoria del 6 settembre 2021 tutti i ricorrenti hanno dichiarato essere cessata la materia del contendere in relazione alla censura, avendo essi partecipato ai concorsi riservati previsti dal suddetto D.L. n. 104 del 2013, al cui esito erano stati immessi in ruolo.

3. Il motivo è inammissibile, per difetto sopravvenuto di interesse.

4. Va precisato che nella specie non ricorre, contrariamente a quanto assunto in memoria, una ipotesi di cessazione della materia del contendere.

5. Anche di recente è stato ribadito (Cassazione civile sez. II, 29/07/2021, n. 21757; Cass. n. 19845/2019) che si ha cessazione della materia del contendere allorché risulti acquisito agli atti del giudizio che non sussiste più contestazione tra le parti sul diritto sostanziale dedotto e che, conseguentemente, non vi è più la necessità di affermare la volontà della legge nel caso concreto, il che ricorre quando (cfr. Cass. n. 26299/2018) sopravvengano nel corso del giudizio fatti tali da determinare il venir meno delle ragioni di contrasto tra le parti e, con ciò, dell’interesse al ricorso.

6. Nella specie, il fatto sopravvenuto rappresentato dai ricorrenti – il superamento di un concorso riservato – costituisce circostanza nuova ed indipendente dall’azionato diritto alla stabilizzazione.

7. La dichiarazione del difensore va dunque interpretata nel senso di una manifestazione del sopravvenuto difetto di interesse alla trattazione del motivo – per il conseguimento in altro modo del bene della vita oggetto di domanda – e deve essere equiparata ad una rinuncia allo stesso (cfr. Cassazione civile sez. lav., 12/11/2020, n. 25625).

8. Con il secondo mezzo si deduce – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36.

9. La censura afferisce al rigetto della domanda subordinata di risarcimento del danno da mancata stabilizzazione.

10. I ricorrenti hanno esposto che la domanda era stata formulata nei seguenti termini: “dichiarare il diritto dei ricorrenti ed il corrispondente obbligo dell’INVG al risarcimento del danno conseguente al futuro recesso datoriale dai rapporti di lavoro, in misura pari a 20 mensilità retributive, ai sensi della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4 e 5, o a quella maggiore o minore somma ritenuta di giustizia”. Hanno precisato di avere proposto la domanda, in via gradata, per l’ipotesi in cui non fosse stato riconosciuto il loro diritto alla stabilizzazione.

11. Hanno dedotto il contrasto della statuizione del giudice dell’appello con la interpretazione “comunitariamente orientata” del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, come enunciata nell’arresto delle Sezioni Unite di questa Corte n. 5072/2016.

12. Il motivo è inammissibile, perché non conferente ai contenuti della sentenza impugnata.

13. Il giudice dell’appello ha interpretato la disposizione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 in senso conforme alla clausola 5 dell’accordo quadro allegato alla direttiva 1999/70A0 affermando correttamente che rispetto al ricorso abusivo ad una successione di contratti a termine il danno – in conformità ai canoni di adeguatezza, effettività, proporzionalità e dissuasività della tutela- “e’ configurabile quale sanzione ex lege a carico del datore di lavoro” (pagina 9 della sentenza, in fine e pagina 10, in principio”).

14. Con la statuizione censurata ha invece rigettato la domanda di risarcimento del danno sul presupposto che il danno del quale si chiedeva il risarcimento non fosse quello derivante dall’abuso del contratto a termine ma il danno derivante dalla perdita del posto di lavoro.

15. Tale domanda è stata rigettata, in primo luogo, per la inesistenza del diritto alla stabilizzazione e, comunque, con autonoma ratio decidendi, osservando che il danno dedotto non si era ancora verificato, perché i ricorrenti continuavano a lavorare a termine e che neppure ne era stata allegata natura e consistenza (pagina 10 della sentenza, in fine e pagina 11).

16. I ricorrenti non hanno censurato le plurime rationes decidendi sopra esposte e neppure hanno denunciato un eventuale vizio commesso dal giudice di merito nell’interpretare la domanda di risarcimento del danno.

17. Con la terza censura viene lamentata- ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 – la violazione dell’art. 112 c.p.c. in connessione con la clausola 4 dell’Accordo quadro allegato alla direttiva 1999/70/CE.

18. I ricorrenti hanno esposto di avere dedotto in appello – e precisato nella memoria autorizzata – un diritto alla stabilizzazione nonché “al computo della anzianità pre-ruolo ai fini di classi e scatti di stipendio”, in ragione dell’art. 4, comma 5 CCNL 5 marzo 1998 Comparto Ricerca e della clausola 4 dell’Accordo quadro allegato alla direttiva 1999/70/CE.

19. Hanno addebitato al giudice dell’appello di avere omesso la pronuncia sul computo della anzianità pre-ruolo.

20. Il motivo è infondato.

21. Questa Corte ha chiarito che non ricorre un’omissione di pronuncia (se non in senso solo formale), in caso di assorbimento, in quanto, in realtà, la decisione cd. assorbente permette di ravvisare la decisione implicita anche sulle questioni cd. assorbite. La figura dell’assorbimento, che esclude il vizio di omessa pronuncia, ricorre, in senso proprio, quando la decisione sulla domanda cd. assorbita diviene superflua, per sopravvenuto difetto di interesse della parte, che con la pronuncia sulla domanda cd. assorbente ha conseguito la tutela richiesta nel modo più pieno, e, in senso improprio, quando la decisione cd. assorbente esclude la necessità o la possibilità di provvedere sulle altre questioni, ovvero comporta un implicito rigetto di altre domande (Cass., Sez. 2″, 9 ottobre 2012, n. 17219; sez. 5″, 16 maggio 2012, n. 7663, sezione 1″, 27 dicembre 2013, n. 28663; Cass., sez. Un., 27/11/2019, n. 3102).

22. Nella specie, il rigetto della domanda di stabilizzazione escludeva la necessità e la possibilità di provvedere sulla domanda di computo della anzianità pre-ruolo, domanda presupponente l’assunzione in ruolo ed il mancato riconoscimento da parte della amministrazione, all’atto dell’inquadramento, della anzianità maturata in virtù di rapporti a termine precedenti l’assunzione nella pianta organica.

23. Il ricorso deve essere conclusivamente respinto.

24. Le spese di causa, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

25. Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (che ha aggiunto il comma 1 quater al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13) della sussistenza dei presupposti processuali dell’obbligo di versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la impugnazione integralmente rigettata, se dovuto (Cass. SU 20 febbraio 2020 n. 4315).

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 4.000 per compensi professionali, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella adunanza camerale, il 28 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2021

 

 

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