Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38891 del 07/12/2021

Cassazione civile sez. trib., 07/12/2021, (ud. 24/11/2021, dep. 07/12/2021), n.38891

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – rel. Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Angelo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 19141/2015 R.G. proposto da:

B.D.S.E., rappresentato e difeso dall’avv. Beatrice

Fimiani, elettivamente domiciliato in Roma, via Agostino Depretis n.

86, presso lo studio legale CMS Adonnino Ascoli & Cavasola

Scamoni.

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del direttore pro tempore,

rappresentata dall’Avvocatura Generale dello Stato, con domicilio

legale in Roma, via dei Portoghesi, n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato.

– controricorrente –

Avverso la sentenza della COMM. TRIB. REG. PUGLIA, sezione di

Taranto, n. 1339/28/13, depositata l’11/06/2014.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 24 novembre

2021 dal Consigliere Riccardo Guida.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. B.D.S.E. impugnò l’avviso di accertamento che recuperava a tassazione, ai fini dell’I.r.p.e.f., per l’annualità 1999, la plusvalenza (Lire 153.433.000) derivante dalla cessione a titolo oneroso di un terreno calcolata in base al valore del suolo stimato dall’UTE in Lire 750.000.00 e dedusse che la stima era stata dichiarata priva di fondamento giusta sentenza (n. 305/2002) della Commissione tributaria provinciale di Taranto d’annullamento dell’avviso di rettifica e liquidazione ai fini dell’Invim;

2. la Commissione provinciale annullò l’avviso con sentenza riformata dalla Commissione tributaria regionale (“C.T.R.”) della Puglia (sezione di Taranto), la quale, in parziale accoglimento del gravame dell’ufficio, ha stabilito che come valore base per il calcolo della plusvalenza dovesse essere assunto il corrispettivo dichiarato (lire 650.000.000) della vendita del terreno. In particolare, la Commissione regionale, disattendendo il primo motivo d’appello dell’ufficio, ha escluso che la plusvalenza possa essere calcolata in base al valore del bene ai fini dell’imposta di registro. Invece, in accoglimento del secondo motivo di gravame, ha reputato che la plusvalenza del terreno è pari alla differenza tra il corrispettivo derivante dalla cessione (percepito nel periodo d’imposta) e il costo di acquisto del fondo, aumentato di ogni altro costo inerente. In conclusione, ha negato l’inerenza delle “spese processuali e di progettazione”, indicate dal contribuente, in ragione del fatto che sulla destinazione edificatoria del cespite (unico aspetto rilevante per la verifica dell’inerenza o meno di una certa spesa) non avevano inciso né le azioni intraprese contro il Comune di Taranto né i progetti redatti dall’ing. B.d.S.S., poiché la stessa destinazione dipendeva esclusivamente dallo strumento urbanistico;

3. il contribuente ricorre con due motivi e l’Agenzia delle entrate resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con il primo motivo di ricorso (“1. Nullità della sentenza per violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 18, comma 2, art. 19, e art. 24, comma 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4)”), il contribuente censura la sentenza impugnata che, da un lato, ha correttamente dichiarato l’illegittimità dell’avviso, dall’altro, travisando l’oggetto, i limiti interni e la natura rigorosamente impugnatoria del processo tributario, ha rideterminato il contenuto dell’avviso di accertamento sostituendovi le ragioni di fatto e di diritto che, in astratto, avrebbero dovuto legittimare la funzione di accertamento dell’Amministrazione;

2. con il secondo motivo (“2. Violazione e falsa applicazione del principio di inerenza D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, ex art. 68, commi 1 e 2, ult. periodo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”), si censura la sentenza impugnata che, laddove ha negato l’inerenza delle spese processuali e di progettazione, ha omesso di considerare che, in realtà, la destinazione edificatoria del terreno non era stata conseguita esclusivamente grazie allo strumento urbanistico, sicché, in ultima analisi, se il contribuente non avesse agito in giudizio e non avesse presentato i progetti di edificabilità del terreno da sottoporre all’approvazione dell’Amministrazione comunale, il valore del cespite sarebbe stato nettamente inferiore;

3. il primo motivo è infondato;

e’ pacifico che il processo tributario è strutturato come giudizio d’impugnazione di un provvedimento contenente la pretesa dell’A.F., nel quale l’ufficio assume la veste di attore in senso sostanziale ed il dibattito processuale è delimitato, da un lato, dalle ragioni di fatto e di diritto esposte nell’atto impositivo e, dall’altro, dalle questioni dedotte dal contribuente nel ricorso introduttivo (cfr. ex multis Cass. 03/02/2021, n. 2413, che menziona Cass. n. 10779 del 2007, Cass. n. 15849 del 2006, Cass. n. 9754 del 2003). Ciò premesso, tuttavia, la C.T.R. non ha esorbitato dai propri poteri di cognizione laddove, senza limitarsi ad un puro e semplice annullamento dell’avviso, riconosciuta la sussistenza del credito erariale, lo ha rimodulato e rideterminato nel quantum, alla stregua del libero apprezzamento delle risultanze processuali. La decisione impugnata segue il filo conduttore della giurisprudenza sezionale (cfr. ex multis Cass. 10/09/2020, n. 18777), che è il caso di enunciare nuovamente, secondo cui “Il processo tributario è annoverabile tra quelli di “impugnazione-merito”, in quanto diretto ad una decisione sostitutiva sia della dichiarazione resa dal contribuente, sia dell’accertamento dell’ufficio, sicché il giudice, ove ritenga invalido l’avviso di accertamento per motivi non formali, ma di carattere sostanziale, non può limitarsi al suo annullamento, ma deve esaminare nel merito la pretesa e ricondurla alla corretta misura, entro i limiti posti dalle domande di parte. (In applicazione dell’enunciato principio, la S.C. ha confermato la decisione della C.T.R. che, in parziale accoglimento della domanda, aveva ridotto la pretesa impositiva, anziché confermarla integralmente).”;

4. il secondo motivo è inammissibile;

sotto le sembianze della violazione di legge, in effetti si sollecita questa Corte, in modo non consentito, a compiere un nuovo scrutinio delle circostanze riguardanti il merito dell’accertamento, già insindacabilmente vagliate dalla Commissione regionale;

5. le spese del giudizio di legittimità sono regolate in dispositivo in base al principio della soccombenza.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a corrispondere all’Agenzia delle entrate le spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.500,00, a titolo di compenso, oltre alle spese prenotate a debito. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 24 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2021

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