Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38878 del 07/12/2021

Cassazione civile sez. lav., 07/12/2021, (ud. 21/09/2021, dep. 07/12/2021), n.38878

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 36020-2018 proposto da:

C.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GERMANICO

172, presso lo studio degli avvocati PIER LUIGI PANICI, e ALESSANDRO

BRUNETTI, che lo rappresentano e difendono;

– ricorrente –

contro

RETE FERROVIARIA ITALIANA S.P.A., in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, L.G.

FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ENZO MORRICO, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3893/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 23/10/2018 R.G.N. 1388/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21/09/2021 dal Consigliere Dott. MARGHERITA MARIA LEONE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte di appello di Roma con la sentenza n. 3893/2018 aveva accolto il reclamo proposto da Rete Ferroviaria Italiana spa e rigettato le originarie domande proposte da C.P. dirette alla declaratoria di illegittimità del licenziamento disciplinare a lui intimato.

La Corte territoriale aveva ritenuto fondate le plurime contestazioni svolte in quanto avvalorate dagli elementi probatori acquisiti nel processo, sia testimoniali che documentali. Aveva anche escluso a tardività delle contestazioni in ragione dei tempi necessari alla azienda per il concreto rilievo e accertamento delle condotte.

Avverso detta decisione proponeva ricorso il C. affidato a quattro motivi cui resisteva con controricorso la società.

Entrambe le parti depositavano successiva memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1) Con il primo motivo è dedotta la nullità della sentenza o del procedimento (ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4) per la violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato. Assume parte ricorrente che la Corte romana aveva posto a base del giudizio di legittimità del licenziamento le sole accertate violazioni “amministrative” relative ai dispositivi di rilevamento della sua presenza nella sede di lavoro senza pronunciare sulla circostanza se tali condotte fossero intenzionalmente dirette a occultare una mancata prestazione lavorativa. Essendo quest’ultimo l’oggetto del giudizio, è rilevata nella censura una divaricazione tra quanto denunciato e quanto invece pronunciato dal giudice.

Il motivo è infondato. Nella sentenza impugnata la Corte d’appello ha riportato tutte le singole contestazioni, analizzandole singolarmente e ponendo in rilievo come anche soltanto l’omessa osservanza delle regole poste a presidio delle segnalazioni di presenza/assenza, di rendicontazione degli impegni, di autorizzazione a prestazioni fuori sede, possano costituire valida ragione per recesso.

Il ragionamento sviluppato evidenzia una valutazione “al minimo” delle condotte, che, pur non addentrandosi in un esame più articolato dei comportamenti nel loro insieme, pone in rilievo i singoli fatti che, pur separatamente considerati, integrano l’illegittima fattispecie determinativa del recesso. Non sì coglie in ciò nessuna diversità tra chiesto e pronunciato. A riguardo questa Corte ha infatti chiarito che “In materia di procedimento civile, sussiste vizio di “ultra” o “extra” petizione ex art. 112 c.p.c. quando il giudice pronunzia oltre i limiti della domanda e delle eccezioni proposte dalle parti, ovvero su questioni non formanti oggetto del giudizio e non rilevabili d’ufficio attribuendo un bene non richiesto o diverso da quello domandato. Tale principio va peraltro posto in immediata correlazione con il principio “iura novit curia” di cui all’art. 113 c.p.c., comma 1, rimanendo pertanto sempre salva la possibilità per il giudice di assegnare una diversa qualificazione giuridica ai fatti e ai rapporti dedotti in lite nonché all’azione esercitata in causa, ricercando le norme giuridiche applicabili alla concreta fattispecie sottoposta al suo esame, e ponendo a fondamento della sua decisione principi di diritto diversi da quelli erroneamente richiamati dalle parti” (Cass. 25140/2010).

Il giudizio espresso dal giudice d’appello non travalica i limiti sopra individuati poiché le singole condotte sono analizzate come costituenti un illecito che, pur isolatamente, è ragionevole motivo di recesso.

2) Con il secondo motivo è dedotta, ai sensi dell’art. 2697 c.c., la violazione dell’art. 2697 c.c.art. 115 c.p.c., artt. 1175 e 1375 c.c., e L. n. 604 del 1966, art. 5.

Si denuncia la violazione dei principi in tema di onere probatorio, poiché rispetto alle prove allegate dal datore di lavoro circa la fraudolenta inosservanza della prestazione lavorativa a fronte dell’assenza del “ticket”, ovvero delle richieste di interventi di manutenzione da parte del ricorrente, e le contestazioni a riguardo mosse dal Celletti, la corte d’appello ha ritenuto non provate queste ultime.

Il motivo richiede, in sostanza, al di là del vizio richiamato, nuova valutazione di merito riepetto a quella, non condivisa, effettuata dalla corte romana. Deve ribadirsi che “e’ inammissibile il ricorso per cassazione con cui si deduca, apparentemente, una violazione di norme di legge mirando, in realtà, alla rivalutazione dei fatti operata dal giudice di merito, così da realizzare una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito (Cass. n. 8758/017-18721/2018).

3) Con la terza censura è dedotto l’omesso esame di un fatto decisivo quale l’istruttoria svolta in merito alla fondatezza delle eccezioni del ricorrente circa la non necessaria presenza di un preventivo ticket per gli interventi svolti.

Il motivo è inammissibile.

Questa Corte ha avuto modo di chiarire che “In tema di ricorso per cassazione costituisce fatto (o punto) decisivo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 quello la cui differente considerazione è idonea a comportare, con certezza, una decisione diversa (Cass. n. 18368/2013; Cass. n. 17761/2016).

Ha anche specificato che “L’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 (conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012), introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti ed abbia carattere decisivo, ossia idoneo a determinare un esito diverso della controversia” (Cass. n. 23238/2017).

La decisività del “fatto” omesso assume nel vizio considerato dalla disposizione richiamata rilevanza assoluta poiché determina lo stretto nesso di causalità tra il fatto in questione e la differente decisione (non solo eventuale ma certa).

Tale condizione deve dunque essere chiaramente allegata dalla parte che invochi il vizio, onerata di rappresentare non soltanto l’omissione compiuta ma la sua assoluta determinazione a modificare l’esito del giudizio.

Nel caso di specie non viene rappresentato un “fatto” omesso, ma una serie di elementi di prova che, già valutati dalla Corte territoriale, hanno portato alla decisione. Una (diversa) valutazione di merito non è consentita in sede di legittimità.

4) L’ultima censura denuncia la violazione della L. n. 300 del 1970, art. 7 con riguardo al principio di tempestività della contestazione, nonché la violazione degli artt. 2697 c.c., art. 115 c.p.c., artt. 1175 e 1375 c.c., ed infine l’omesso esame di un fatto decisivo.

Il Giudice d’appello nella impugnata decisione ha evidenziato il lasso temporale cui si riferiscono le 54 infrazioni – condotte contestate ((OMISSIS)), di cui 20 relative al periodo (OMISSIS). Le stesse sono state poste a fondamento della lettera licenziamento del 26.11.2015.

In tema di tempestività delle contestazioni questa Corte ha da tempo chiarito che “In materia di illecito disciplinare nel rapporto di lavoro privato, i principi della immediatezza della contestazione e della tempestività della irrogazione della misura disciplinare, che costituiscono esplicazione del generale precetto di conformarsi alla buona fede e alla correttezza nell’attuazione del rapporto di lavoro, devono essere intesi in senso relativo, nel senso che la tempestività può essere compatibile con un intervallo di tempo necessario, in relazione al caso concreto e alla complessità dell’organizzazione del datore di lavoro, ad una adeguata valutazione della gravità dell’addebito mosso al dipendente ed alla validità o meno delle giustificazioni da lui fornite; l’accertamento al riguardo compiuto dal giudice di merito è insindacabile in cassazione, ove adeguatamente motivato.(Cass. 7724/2004).

Ha poi specificato che “Il datore di lavoro ha il potere, ma non l’obbligo, di controllare in modo continuo i propri dipendenti, contestando loro immediatamente qualsiasi infrazione al fine di evitarne un possibile aggravamento, atteso che un simile obbligo, non previsto dalla legge né desumibile dai principi di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c., negherebbe in radice il carattere fiduciario del lavoro subordinato, sicché la tempestività della contestazione disciplinare va valutata non in relazione al momento in cui il datore avrebbe potuto accorgersi dell’infrazione ove avesse controllato assiduamente l’operato del dipendente, ma con riguardo all’epoca in cui ne abbia acquisito piena conoscenza (Cass. n. 10069/2016)

Alla luce dei principi enunciati, anche richiamati dalla corte territoriale, deve ritenersi infondata la censura poiché la sentenza contiene uno specifico ragionamento ed una precisa valutazione sulla eccepita tardività, rispondente ai criteri di relatività dei tempi in ragione della complessità degli accertamenti. Ogni diverso giudizio di merito esula da questa sede di legittimità.

Il ricorso, per le esposte ragioni, deve essere rigettato.

Le spese seguono il principio di soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali liquidate in E. 4.000,00 per compensi ed E. 200,00 per spese oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 21 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2021

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