Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3884 del 08/02/2022

Cassazione civile sez. trib., 08/02/2022, (ud. 13/01/2022, dep. 08/02/2022), n.3884

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – rel. Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 23419/14 R.G. proposto da:

A.F., elettivamente domiciliato in Roma, viale Camillo

Sabatini n. 150 presso lo studio dell’Avv. Antonio Cepparulo e

rappresentato e difeso per procura a margine del ricorso dall’Avv.

Andrea Amatucci.

– ricorrente –

contro

AGENZIA delle ENTRATE, rappresentata e difesa dall’Avvocatura

Generale dello Stato presso i cui uffici in Roma, via dei Portoghesi

12 è elettivamente domiciliata;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 186/47/13 della Commissione tributaria

regionale della Campania, depositata il 15 luglio 2013.

udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 13 gennaio

2022 dal Consigliere Dott.ssa Roberta Crucitti.

 

Fatto

RILEVATO

che:

A.F. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Campania, indicata in epigrafe, con cui era stato rigettato il ricorso per revocazione della sentenza della C.T.R. della Campania n. 354/12, depositata il 6.11.2012, in quanto, come si legge in motivazione: le questioni nello stesso agitate non rientrano nei motivi di revocazione tassativamente indicati dall’art. 396 c.p.c. così come richiamato dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 64;

il ricorso – cui resiste l’Agenzia delle entrate con controricorso- è stato avviato, ai sensi dell’art. 380-bis 1 c.p.c., alla trattazione in camera di consiglio, in prossimità della quale il ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con l’unico motivo, il ricorrente – premessa in fatto tutta la vicenda processuale (traente origine dall’impugnazione di una cartella, emessa ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 36-bis e relativa a IRPEF dell’anno di imposta 1995) che aveva trovato conclusione con la decisione della Commissione tributaria regionale, poi fatta oggetto di ricorso per revocazione – denunzia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la sentenza impugnata di omessa motivazione su un punto decisivo della controversia.

Nell’illustrazione del motivo, il ricorrente – richiamata la giurisprudenza di questa Corte in tema di errore di fatto ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4 – rileva di avere rassegnato, nel ricorso per revocazione, la serie di errori compiuti dal giudice nella sentenza della C.T.R. n. 354 del 2012 e, in particolare:

– l’avere il giudice ritenuto di rigettare l’appello poiché nessuna verità è stata accertata dal Magistrato penale e ciò per negligenza della parte privata la quale non si è avvalsa di quanto dispone il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 39, che fa riferimento alla querela disciplinata nell’ambito del c.p.c. che è una domanda giudiziale…, essendo incomprensibile il riferimento alla disciplina del codice di procedura civile, mentre il cit. art. 39 prevedeva la sospensione del processo tributario in caso di presentazione di querela di falso;

– l’avere il giudice di appello ritenuto negligente il contribuente per il ritardo con il quale era stata presentata la denuncia-querela avverso una dichiarazione mai presentata e sottoscritta, laddove secondo la giurisprudenza di questa Corte, sono applicabili al processo tributario gli artt. 214 e 215 c.p.c. con conseguente erroneità del ragionamento seguito dai giudici della C. T. R. che avevano, invece, in maniera non conforme al codice di procedura civile, considerato negligente il contribuente per avere tardivamente presentato la querela-denuncia.

Secondo la prospettazione difensiva tali evidenti errori che avevano viziato la sentenza n. 354/39/2012 non potevano essere eccepiti in un eventuale ricorso per cassazione, con la conseguenza che il ricorso per revocazione era ammissibile e, conseguentemente, assolutamente erronea e da annullare era la sentenza con la quale la C.T.R. aveva rigettato tale ricorso.

1.1. La censura è inammissibile per plurime ragioni. Malgrado, in rubrica, sia stata denunziata, peraltro con un riferimento normativo errato (art. 360 c.p.c., n. 3, anzicché 5), la nullità della sentenza impugnata per omessa motivazione su un punto decisivo della controversia, nell’illustrazione del mezzo, il ricorrente nel riportare gli errori (come sopra specificamente illustrati) rassegnati nel ricorso per revocazione – si duole, nella sostanza, che il Giudice della revocazione non abbia riconosciuto l’erroneità in fatto e in diritto della sentenza oggetto di revocazione e, in particolare, gli errori in iudicando commessi da quella C.T.R..

1.2. Ciò posto il ricorso è inammissibile, in primo luogo, alla luce della giurisprudenza consolidata di questa Corte, a seguito dei principi fissati dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 8053 del 07/04/2014 secondo cui “la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal L. 22 giugno 2012, n. 83, conv. In L. 7 agosto 2012, n. 134, art. 54, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione”.

1.3 Nella specie, con il ricorso (cui risulta applicabile il vigente disposto dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per essere stata la sentenza impugnata depositata il 15.7.2013) non si deduce l’omesso esame da parte della C.T.R. di un fatto storico decisivo per il giudizio ma, come già detto, si censura il Giudice della revocazione per non avere rilevato gli errori valutativi compiuti dal Giudice di appello. Il che rende la sentenza impugnata immune, in ogni caso, da censura, essendo evidente che, nella specie, gli errori evidenziati dal ricorrente (e sopra trascritti), involgenti censure di violazione di legge e concretizzatisi in errori di giudizio, non rientrano nel paradigma degli errori revocatori previsti dall’art. 395 c.p.c., n. 4, come invocato dallo stesso ricorrente.

Per giurisprudenza consolidata di questa Corte, infatti, l’errore di fatto rilevante ai fini della revocazione della sentenza presuppone l’esistenza di un contrasto fra due rappresentazioni dello stesso oggetto, risultanti una dalla sentenza impugnata e l’altra dagli atti processuali; il detto errore deve: a) consistere in un errore di percezione o in una mera svista materiale che abbia indotto, anche implicitamente, il giudice a supporre l’esistenza o l’inesistenza di un fatto che risulti incontestabilmente escluso o accertato alla stregua degli atti di causa, sempre che il fatto stesso non abbia costituito oggetto di un punto controverso sul quale il giudice si sia pronunciato, b) risultare con immediatezza ed obiettività senza bisogno di particolari indagini ermeneutiche o argomentazioni induttive; c) essere essenziale e decisivo, nel senso che, in sua assenza, la decisione sarebbe stata diversa” (cfr., tra le altre, di recente Cass.n. 16439 del 2021). Ne consegue che, a norma dell’art. 395 c.p.c., non può configurare un errore revocatorio – come fatto “incontrastabilmente” escluso o come fatto “positivamente” accertato – bensì un “error in iudicando”, la valutazione della questione che ha costituito il “thema decidendum” della fase di merito (“il punto controverso”) e che è stata comunque oggetto di valutazione ed apprezzamento delle risultanze processuali, come tali preclusivi del c.d. errore di fatto.

2.1 Di nessun ausilio, peraltro, appaiono le tesi ribadite dal ricorrente nelle memorie, le quali, peraltro e ancor prima, nella parte in cui si deducono questioni (quali l’intervenuta modifica legislativa del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25, a mezzo del D.L. n. 106 del 2005) nuove e relative al merito si appalesano estranee al thema decidendum (giudizio revocatorio) e sono, pertanto, anch’esse inammissibili.

3. Conclusivamente il ricorso va dichiarato inammissibile.

4. Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo.

PQM

Dichiara il ricorso inammissibile.

Condanna il ricorrente alla refusione in favore dell’Agenzia delle entrate delle spese liquidate in complessivi Euro 5.200 oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quella dovuto per il ricorso, ai sensi dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 13 gennaio 2022.

Depositato in Cancelleria il 8 febbraio 2022

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