Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38819 del 07/12/2021

Cassazione civile sez. II, 07/12/2021, (ud. 14/10/2021, dep. 07/12/2021), n.38819

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – rel. Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9458-2017 proposto da:

P.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI GRACCHI,

151, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO SEGRETO, rappresentato

e difeso dagli avvocati P.A., DONATO PESCA;

– ricorrente –

contro

T.L., T.A., PA.GI., T.A.S.,

elettivamente domiciliate in ROMA, VIA PUSIANO 9, presso lo studio

dell’avvocato ANTONELLO AUCELLI, che le rappresenta e difende;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 264/2017 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 24/01/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

14/10/2021 dal Consigliere e Presidente Dott. SERGIO GORJAN.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

L’avv.to P.A. ebbe a chiedere ed ottenere dal Tribunale di Ariano Irpino decreto ingiuntivo per l’importo di Euro 228.042,70 quale compenso per l’opera professionale espletata in procedimento penale di revisione a favore di Ta.Ar..

Il Ta. propose opposizione tempestiva rilevando eccessività della pretesa ed il computo di poste tariffarie non dovute.

Ad esito della trattazione il Tribunale di Ariano Irpino rigettava l’opposizione e gli eredi di T.A. proposero gravame avanti la Corte d’Appello di Napoli che, resistendo il P., accolse parzialmente il gravame.

Osservava la Corte partenopea come l’attività professionale afferente al procedimento di revisione della sentenza penale di condanna s’era concluso nella vigenza della tariffa professionale portata nel D.M. n. 585 del 1994 e, non già, nella vigenza della tariffa del 2004 con conseguente rideterminazione del compenso per le voci tariffarie di parcella e come per la rilevanza dell’opera professionale, in concreto prestata, era adeguata la duplicazione del compenso e, non già, la sua quadruplicazione, siccome ritenuto dal Tribunale.

Avverso la sentenza resa dalla Corte distrettuale, l’avv. P. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a sei motivi, illustrato anche con memoria.

Gli eredi Ta., ritualmente evocati, resistono con controricorso e nota difensiva.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso proposto da P.A. non ha fondamento giuridico e va rigettato. In limine il Collegio deve rilevare l’inammissibilità dei documenti depositati in allegato alla nota difensiva finale poiché non ricompresi nelle fattispecie regolate dall’art. 372 c.p.c.

Con il primo mezzo d’impugnazione proposto il ricorrente denunzia la violazione della regola iuris desumibile dal disposto ex artt. 324 e 342 e 112 c.p.c., posto che la Corte campana ha ritenuto erroneamente di dover individuare la tariffa professionale applicabile alla liquidazione del compenso chiesto, benché le appellanti non ebbero ad attingere con specifico motivo di gravame tutte le rationes decidendi che il Tribunale di Ariano Irpino pose alla base della sua statuizione circa la ritenuta unitarietà del rapporto professionale tra il procedimento di revisione della sentenza di condanna penale e quello di riparazione per l’ingiusta detenzione.

La censura sviluppa due profili di critica l’uno fondato sull’osservazione che la Corte partenopea non ebbe a rilevare che con i motivi di gravame non erano state attinte tutte le rationes decidendi poste dal Tribunale irpino alla base della sua decisione circa la ritenuta unitarietà del rapporto professionale, con conseguente applicabilità della tariffa del 2004, e l’altro sulla genericità delle ragioni di gravame.

Circa il primo profilo parte ricorrente confonde la ratio decidendi con le argomentazioni portate a sostegno dell’unica ragione del decidere.

Difatti l’argomento critico sviluppato si incentra sull’errore commesso dalla Corte partenopea nell’aver motivatamente stabilito che i due procedimenti curati dall’avv. P. – il procedimento di revisione della sentenza penale di condanna e la riparazione per ingiusta detenzione – non potevano ritenersi avvinti dal vincolo dell’unico rapporto professionale, bensì erano stati separati rapporti con le conseguenze in relazione alla tariffa applicabile alla liquidazione del compenso. E detto questione risulta puntuale oggetto della critica portata dalle eredi Ta. con il primo motivo d’appello, siccome è dato apprezzare dalla sentenza impugnata, e l’argomento critico svolto nel mezzo d’impugnazione appare focalizzato sulla riproduzione della valutazione dei dati probatori assunti in causa, operata dal Tribunale, per giungere alla conclusione che il rapporto professionale rimase unico per tutti i procedimenti curati dall’avv. P. in favore del Ta. oggetto di causa.

La ratio decidendi appare unica ossia le prove assunte in causa lumeggiano l’unicità del rapporto professionale e tale statuizione appare attinta puntualmente con il primo mezzo di gravame, siccome sunteggiato nella sentenza impugnata a pagina 3.

Quanto poi alla denunziata genericità dei motivi di gravame gli stessi appaiono invece puntuali, siccome è dato a questa Corte apprezzare dalla lettura della loro sintesi riportata nella sentenza impugnata, con conseguente insussistenza della dedotta nullità processuale.

Con la seconda ragione di critica l’avv. P. deduce vizio di nullità per violazione del disposto ex art. 132 c.p.c. in combinato con gli articoli dianzi richiamati nel primo motivo d’impugnazione, posto che il Collegio campano ha erroneamente riformato la prima decisione in punto riconoscimento della quadruplicazione dei compensi, liquidati appar di tariffa, ritenendo di riconoscere la sola duplicazione, così non apprezzando in modo adeguato la complessità dell’opera professionale prestata.

La svolta cesura s’appalesa inammissibile posto che attinge l’apprezzamento operato dal Giudice dei dati fattuali versati in causa per valutare la qualità e quantità dell’opera professionale prestata in favore del cliente ai fini del riconoscimento delle maggiorazioni tariffarie; valutazione rimessa al prudente apprezzamento del Giudice di merito eppertanto insindacabile in sede di legittimità.

Difatti l’argomento critico svolto si compendia proprio nel rivisitare l’attività professionale prestata nell’ambito del procedimento di revisione per formulare propria valutazione circa la rilevanza e complessità della propria opera per meramente contrapporla a quella elaborata dal Collegio partenopeo.

Con la terza doglianza l’avv. P. deduce nullità della decisione impugnata per violazione del disposto ex art. 132 c.p.c. in quanto la Corte campana non ebbe a motivare la ragione della sua scelta di solo duplicare il compenso invece che quadruplicarlo come fatto dal Tribunale irpino.

La censura si compendia nell’apodittica affermazione che la Corte di merito non espose adeguata motivazione circa la sua statuizione in punto maggiorazione del compenso riconosciuto, posto che invece dalla lettura della decisione impugnata appare – pagine 10 e segg. – evidente che i Giudici napoletani ebbero ad esporre compiuta e puntuale motivazione a sostegno della loro statuizione sul punto dell’aumento del compenso dovuto in relazione alla complessità ed importanza dell’opera defensionale prestata.

Detta motivazione non rimane superata dalla mera contrapposizione della tesi difensiva elaborata dalla parte, sicché non concorre il vizio di nullità denunziato. Con il quarto mezzo d’impugnazione l’avv. P. rileva violazione delle norme ex artt. 2230 e 2233 c.c. e delle tariffe professionali ex D.M. n. 127 del 2004 – per mancata applicazione – e D.M. n. 585 del 1994 – erroneamente applicata – in quanto la Corte distrettuale non ha rilevato che nel proporre opposizione al decreto ingiuntivo il Ta. non ebbe a contestare l’applicazione della tariffa ex D.M. n. 127 del 2004 e l’unitarietà del rapporto professionale ma solo l’applicazione dell’aumento – nella misura della quadruplicazione – del compenso dovuto, sicché non erano devolute all’esame del Giudice dette due questioni.

La censura appare priva di fondamento per due ragioni concorrenti.

Anzitutto nella sentenza impugnata il Collegio partenopeo dà specificatamente atto che il Ta. ebbe a puntualmente contestare e l’applicazione della tariffa ex D.M. n. 127 del 2004, invece che la precedente, e la quadruplicazione del compenso.

Inoltre sempre nella decisione impugnata viene dato atto che le appellanti con il gravame riproponevano le ragioni dell’opposizione, sicché rimane affermazione non altrimenti suffragata l’asserzione difensiva che la tariffa applicabile e l’unicità del rapporto professionale furono questioni non oggetto di contestazione.

Quindi nella specie trova applicazione il costante insegnamento di questa Suprema Corte in tema – Cass. sez. 2 n. 3292/75, Cass. sez. 2 n. 10150/03, Cass. sez. 2 n. 230/16 – che la contestazione, anche generica, proposta dal cliente avverso la pretesa giudiziale azionata dall’avvocato in ordine al suo compenso comporta l’onere del Giudice di verificare la fondatezza della pretesa azionata in ragione a tutti i suoi aspetti fondamentali, compresa la tariffa applicabile.

Con il quinto motivo d’impugnazione l’avv. P. deduce violazione del disposto ex artt. 112,91 e 92 e 641 c.p.c. posto che il Collegio napoletano non ebbe a riconoscergli le competenze afferenti il procedimento per la richiesta del decreto ingiuntivo, benché per metà la somma nello stesso portata era risultata effettivamente dovuta.

La censura non ha fondamento posto che il Giudice in caso, come nella specie, di revoca del provvedimento monitorio, non già, deve procedere a separata liquidazione delle spese allo stesso specificatamente inerenti, bensì deve tenerne conto nella liquidazione globale delle spese del grado – Cass. n. 12125/17, Cass. n. 20219/93 -.

Nella specie il Collegio partenopeo ha liquidato le spese in ragione della media tariffaria, sicché non v’e’ dato fattuale – ed al riguardo il ricorrente nulla di specifico deduce – che lumeggi, stante la congruità dell’importo riconosciuto, l’omesso computo delle spese afferenti il procedimento monitorio.

Con il quinto ed ultimo mezzo d’impugnazione il ricorrente lamenta violazione della norma ex art. 345 c.p.c. con conseguente nullità della decisione impugnata, poiché la Corte di merito ha accolto la domanda di restituzione della somma pagata in dipendenza del decreto ingiuntivo, dichiarato provvisoriamente esecutivo e, non già, in dipendenza dell’esecutorietà della sentenza di prime cure, quindi, da ritenersi nuova per la sua proposizione solo in sede d’appello.

La censura appare inammissibile ex art. 360 bis c.p.c. in quanto in contrasto con il consolidato insegnamento reso al riguardo da questo Supremo Collegio – Cass. sez. 3 n. 5785/05, Cass. sez. 2 n. 12622/10 -.

Difatti non assume rilievo dirimente che l’importo, di cui è chiesta la restituzione come effetto dell’accoglimento del gravame, sia stato pagato a seguito dell’esecutorietà del decreto ingiuntivo, poi confermato dalla sentenza di prime cure, poiché comunque il provvedimento monitorio risulta revocato e quindi la soma pagata nell’ambito del procedimento in forza di titolo provvisorio, poi venuto meno.

Al rigetto del ricorso segue la condanna del P. alla rifusione verso le eredi del Ta. delle spese di lite per questo giudizio di legittimità, liquidate in Euro 5.800,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge e rimborso forfetario ex tariffa forense.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il P. a rifondere alle eredi Ta. le spese di lite per questo giudizio liquidate in Euro 5.800,00 oltre accessori di legge e rimborso forfetario nella misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso incidentale a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza in camera di consiglio, il 14 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2021

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