Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38816 del 07/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 07/12/2021, (ud. 28/09/2021, dep. 07/12/2021), n.38816

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRO Massimo – Presidente –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1564-2021 proposto da:

N.B., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA GIULIANA,

32, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO GREGORACE, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende, ope legis;

– resistente –

avverso la sentenza n. 985/2020 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 26/03/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 28/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. LUCA

SOLAINI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

La Corte d’appello di Venezia ha respinto il gravame proposto da N.B., cittadino del (OMISSIS), avverso l’ordinanza del Tribunale di Venezia che(confermando il provvedimento della competente Commissione territoriale,, aveva negato al richiedente il riconoscimento della protezione internazionale anche nella forma sussidiaria e di quella umanitaria.

Il ricorrente ha riferito di avere abbandonato il proprio paese, in ragione di un dissidio familiare insorto con il fratello per la gestione e conduzione dei proventi della libreria di famiglia, cosicché quest’ultimo lo aveva minacciato di morte. Il ricorrente ha riferito che il fratello lo avrebbe ucciso anche se si fosse trasferito in un’altra città.

A sostegno della propria decisione di rigetto, la Corte d’appello ha ritenuto il ricorrente non credibile sia perché non aveva spiegato il perché non si fosse rivolto alle autorità locali per dirimere la lite familiare e sia perché il pericolo di essere ucciso dal fratello era stato dedotto solo in sede di colloquio tribunale e non fin dall’audizione davanti alla Commissione, né in ogni caso, erano state spiegate le ragioni del rancore del fratello. La Corte territoriale non ha, pertanto, riconosciuto sussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale ma neppure quelli della protezione sussidiaria, non essendo ravvisabile il rischio di subire un “danno grave” ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, neppure declinato secondo l’ipotesi di cui alla lett. c), in quanto dalle fonti informative disponibili, nella zona di provenienza del ricorrente, non risulta esistente una situazione di violenza indiscriminata dovuta a conflitto armato. Neppure erano state allegate e dimostrate, secondo il tribunale, la ricorrenza di specifiche situazioni di vulnerabilità.

Contro la sentenza della medesima Corte d’Appello è ora proposto ricorso per cassazione sulla base di quattro motivi. Il Ministero dell’Interno non ha spiegato difese scritte.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Il ricorrente censura la decisione della Corte d’appello: (i) sotto un primo profilo, per violazione delle norme in relazione al mancato riconoscimento della protezione internazionale; (ii) sotto un secondo profilo, per violazione della Dir. 2004/83/CE/, recepita dal D.Lgs. n. 251 del 07, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, e per violazione delle norme di diritto in relazione alle dichiarazioni rese dal ricorrente e al mancato supporto probatorio; (iii) sotto un terzo profilo, per violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per il mancato riconoscimento della protezione sussidiaria; (iv) per violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5 comma 6, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per il mancato riconoscimento della protezione umanitaria.

Il primo motivo è inammissibile, in quanto il ricorrente non censura la distinta ratio decidendi di mancato riconoscimento dello status di rifugiato consistente nel giudizio di non credibilità (oltre che per mancanza di domanda sul punto) che viene esplicitato successivamente e non contrastato.

Il secondo motivo è infondato, perché in presenza di un giudizio di non credibilità, la Corte del merito non era tenuta ad attivare i propri poteri istruttori d’ufficio.

Il terzo motivo è inammissibile, perché censura l’accertamento di fatto espresso dalla Corte d’appello sulla situazione della regione di provenienza del ricorrente condotto alla luce delle fonti consultate, che il richiedente contesta in maniera molto generico.

Il quarto motivo è inammissibile perché generico, in quanto il ricorrente lamenta la mancata considerazione del profilo dell’integrazione lavorativa come fattore che concorre a determinare una situazione di vulnerabilità in caso di rimpatrio (oltre che la situazione di stabilità affettiva, perché vivrebbe con il fratello a Livorno), senza riportare quando già dedotto in proposito, nei diversi gradi di merito (nulla in proposito, si evince dalla sentenza impugnata).

La mancata predisposizione di difese scritte da parte dell’amministrazione statale esonera il collegio dal provvedere sulle spese.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, ove dovuto, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello corrisposto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 – bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 28 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2021

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