Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38809 del 07/12/2021

Cassazione civile sez. II, 07/12/2021, (ud. 09/09/2021, dep. 07/12/2021), n.38809

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20628-2019 proposto da:

GIESSE IMPIANTI SRL, rappresentato e difeso dall’avv. NICOLA FABRIZIO

SOLIMINI;

– ricorrente –

contro

LA FERAL DI G.E., elettivamente domiciliato in ROMA VIA

ANICIO GALLO 150, presso lo studio dell’avvocato GABRIELLA TOTA,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIUSEPPE NICOLA TOTA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 910/2019 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 15/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/09/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE TEDESCO;

udito il Procuratore Generale Dott. MISTRI CORRADO, che ha concluso

per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

D.G.E., titolare della ditta individuale “La Feral”, chiedeva e otteneva dal Tribunale di Bari, nei confronti della Giesse Impianti S.r.l., ingiunzione di pagamento della somma di Euro 101.107,15, richiesta per il pagamento di lavori e delle forniture eseguite nel cantiere dell’ingiunta in (OMISSIS).

Proposta opposizione contro il decreto, la stessa era rigettata dal Tribunale di Bari con ordinanza ex art. 186-quater c.p.c. L’ordinanza era confermata dalla Corte d’appello di Bari, la quale, sui motivi di gravame proposti dalla Giesse, così decideva:

A) Sul primo motivo, inerente all’avvenuto disconoscimento delle commissioni d’ordine da parte dell’ingiunta, essa osservava che i documenti erano stati sottoscritti in un periodo nel quale il legale rappresentante era impedito; aggiungeva, però, che nel medesimo atto di opposizione si riconosceva che, in quel periodo di assenza, la delega di firma era stata attribuita all’altro socio, coniuge del legale rappresentante, M.A., la cui sottoscrizione non era stata disconosciuta. In ogni caso – osservava ancora la Corte d’appello – il disconoscimento aveva la finalità di negare l’esistenza del rapporto contrattuale fra le parti; tuttavia, l’assunto era in contrato con lo svolgimento degli eventi, tenuto conto che, relativamente a uno dei due ordini, era stato emesso un assegno corrispondente per importo all’acconto ivi previsto. Inoltre, sempre secondo la corte di merito, l’esistenza del rapporto contrattuale trovava conferma nell’esito delle prove orali assunte, dalle quali risultava l’avvenuta esecuzione dei lavori.

B) Sul secondo motivo la Corte d’appello osservava che l’opponente non aveva superato l’eccezione di decadenza dalla garanzia per i vizi della cosa, formulata dal prestatore. Essa aggiungeva, quanto alle contestazioni della committente per il mancato completamento delle opere, che non constava l’esistenza di richieste di completamento e la stessa contestazione non era accompagnata dalla precisazione di quali opere non sarebbero state completate.

C) Era parimenti infondato il terzo motivo d’appello (riguardante il quantum della pretesa), perché le commissioni recavano l’indicazione dei prezzi unitari e i medesimi erano conformi a quelli poi fatturati, dovendosi ancora tenere conto dell’avvenuta decadenza dalla garanzia e della mancanza di una contestazione specifica riferita alle singole forniture e ai prezzi e quantità indicati. In mancanza di una tale contestazione la richiesta di consulenza tecnica non era accoglibile, caratterizzandosi quale meramente esplorativa.

Per la cassazione della sentenza Giesse S.r.l. ha proposto ricorso, affidato a tre motivi.

D.G.E. ha resistito con controricorso.

La ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il primo motivo di ricorso denuncia violazione degli artt. 214,215 e 216 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c.

La sentenza è oggetto di censura nella parte in cui la Corte d’appello ha ritenuto che non fosse stata disconosciuta anche la firma di M.A., laddove tale disconoscimento risultava univocamente dalle deduzioni di parte, intese a sostenere che gli ordini non furono sottoscritti da alcuno dei soggetti abilitati alla firma in nome e per conto della società, né dal legale rappresentante e nemmeno dalla M.. Si sostiene che nella relativa deduzione “era certamente implicita la negazione che la signora M. avesse firmato i documenti contrattuali”.

La decisione, su questo punto, aveva, di fatto, esonerato la controparte dal fornire la prova che i documenti provenivano da un soggetto abilitato a impegnare la società.

Il motivo è infondato. Il disconoscimento della propria sottoscrizione, ai sensi dell’art. 214 c.p.c., deve avvenire in modo formale e inequivoco essendo, a tal fine, inidonea una contestazione generica oppure implicita, perché frammista ad altre difese o meramente sottintesa in una diversa versione dei fatti (Cass. n. 12448/2012; n. 17313/2021).

La ricorrente, senza trascrivere i passaggi argomentativi che la Corte d’appello avrebbe dovuto intendere quale disconoscimento della firma della M., censura la decisione su questo punto sulla base di una riflessione logica, e cioè l’inutilità del disconoscimento della firma del legale rappresentante disgiunto dal disconoscimento della firma della M., dolendosi del fatto che la Corte d’appello non abbia fatto tale illazione.

Ma è facile rilevare che, in questo modo, si ammette che sul punto fu fatta una contestazione implicita, che è invece inidonea, secondo i principi sopra richiamati, a integrare la specifica impugnazione del documento essenziale perché possa aversi disconoscimento della firma.

Invero, ai sensi dell’art. 214 c.p.c., pur non occorrendo, ai fini del disconoscimento di una scrittura privata, alcuna formula sacramentale o speciale, è necessaria un’impugnazione specifica e determinata, da compiersi con atto processuale immediatamente successivo alla produzione in giudizio della scrittura, tale che si possa desumere con certezza la negazione dell’autenticità della scrittura e/o della relativa sottoscrizione (Cass. n. 15991/2002; n. 13357/2004).

Si deve ancora rilevare che la Corte d’appello, in aggiunta al rilievo sulla mancanza di un atto di disconoscimento, ha posto in luce il fatto che, a distanza di un mese dalla commissione del 14 marzo 2011, fu emesso un assegno a firma della M., corrispondente all’importo previsto nella scrittura.

Nella memoria e poi nella discussione orale la ricorrente ha sostenuto che lo S., quando aveva riconosciuto che il potere di firma spettava anche alla M., si riferiva alle sole operazioni bancarie, aggiungendo che ciò è “chiaramente riferito dalla sentenza impugnata”. Ora, la prima di tali deduzioni costituisce petizione di principio, in assenza della trascrizione dello scritto difensivo dove si assume che fu evidenziata tale limitazione; la seconda è smentita dalla sentenza impugnata, nella quale si riferisce dell’emissione dell’assegno, ma non si assume minimamente che la M. non avrebbe potuto fare altro se non operazioni bancarie. Si legge, infatti, nella sentenza, ancora prima della menzione dell’assegno, essere “nell’ordine normale delle cose che, in quel periodo di assenza del legale rappresentante vi fosse un altro soggetto (o, anche, più di un altro soggetto) che aveva il potere di firma in sostituzione dello S.”.

I rilievi che precedono rendono inammissibile la censura sulla violazione dell’art. 2697 c.c. La Corte di merito non ha sollevato la parte dal proprio onere, ma ha ritenuto raggiunta la prova del rapporto sulla base di una ricostruzione che è andata oltre il dato puramente documentale. Si ricorda che la violazione dell’art. 2697 c.c. si configura soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova a una parte diversa da quella su cui esso avrebbe dovuto gravare (Cass. n. 26769/2018).

Il secondo motivo denuncia la nullità della sentenza per motivazione apparente.

L’opponente aveva sostenuto in appello che l’impresa avrebbe dovuto assolvere il proprio onere di fornire la prova dell’esecuzione delle prestazioni, eccependo che le stesse non erano state ultimate. Il giudice di primo grado aveva ritenuto che il prestatore avesse assolto il proprio onere. In appello la committente, attuale ricorrente, aveva sostenuto che la prova per testimoni, valorizzata dal primo giudice, non giustificava tale conclusione. La Corte d’appello, invece di motivare su quest’aspetto, aveva esaurito la propria analisi nella constatazione che la società non aveva superato l’eccezione di decadenza della garanzia per vizi della cosa.

Il motivo è infondato. La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass. n. 8053/2014; n. 23940/2017; n. 22598/2018).

La Corte d’appello, dopo avere esaminato la questione dei vizi e della decadenza dalla garanzia, ha considerato separatamente l’eccezione sull’incompletezza delle opere e ha posto in luce la genericità della contestazione, rilevando non essere “neppure mai intervenuta una qualsiasi richiesta di completamento delle opere; l’opponente, pur avendo lamentato che le opere erano incomplete, non ha mai sollecitato il loro completamento, né ha mai precisato quali parti sarebbero non completate”.

La motivazione della decisione su questo punto, pertanto, esiste non solo quale parte grafica del documento, ma rende percepibili le ragioni del decisum, che non risiedono nel mancato superamento, da parte dell’attuale ricorrente, dell’eccezione di decadenza dalla garanzia, ma nel rilievo della genericità della contestazione.

Il terzo motivo denuncia ancora nullità della sentenza per motivazione perplessa e obiettivamente incomprensibile.

La sentenza è oggetto di censura laddove la Corte d’appello ha riconosciuto che il prestatore aveva dato la prova del quantum della pretesa. Il rilievo che le commissioni recavano l’indicazione dei prezzi unitari non bastava certamente a provare la quantità di merce effettivamente fornita. La Corte d’appello, ancora una volta, ha fatto riferimento alla decadenza della garanzia, che alludeva a una questione del tutto diversa. Era inoltre fuori luogo l’affermazione che non c’era stata una specifica contestazione. La società, infatti, avendo eccepito che l’impresa non aveva completato le opere, aveva preso compiutamente posizione sui fatti dedotti, non essendo pertanto configurabile l’onere di una specifica contestazione del contenuto delle fatture, trattandosi di documenti privi di valore probatorio.

Il motivo è infondato. La Corte d’appello, dopo avere posto in luce che “nelle fatture i prezzi unitari corrispondono ai prezzi indicati nelle commissioni”, così si esprime: “(…) ne consegue che, essendo provato l’adempimento delle obbligazioni di fornitura e di installazione da parte della ditta dell’opposto, anche a seguito della decadenza dalla facoltà di eccepire la garanzia ex art. 2226 c.c., che non era sufficiente da parte della committente una generica contestazione del quantum, ma che tale contestazione doveva essere specifica in relazione alle singole forniture riportate nelle fatture e ai prezzi e alle quantità indicate (…)”.

Si capisce che il rilievo sulla decadenza costituisce un semplice passaggio argomentativo della sentenza, privo d’incidenza sulla decisione, che è fondata ancora una volta sul rilievo delle genericità della contestazione.

E’ stato chiarito che “l’accertamento della sussistenza di una contestazione ovvero di una non contestazione, rientrando nel quadro dell’interpretazione del contenuto e dell’ampiezza dell’atto della parte, è funzione del giudice di merito, sindacabile in cassazione solo per vizio di motivazione” (Cass. n 27490/2019).

Non è neanche vero che la Corte di merito abbia ritenuto raggiunta la prova del quantum sulla base delle fatture; essa ha considerato le fatture nell’ambito di una ricostruzione complessiva del rapporto, avendo ritenuto raggiunta la prova “dell’adempimento dell’obbligazione di fornitura e di installazione”; inoltre essa ha posto l’accento sulla corrispondenza dei prezzi fatturati rispetto a quelli indicati negli ordini. In questo quadro la considerazione, che si legge nella sentenza impugnata, fondata sulla non contestazione delle quantità indicate nelle fatture, non solo non evidenzia alcuna anomalia motivazionale rilevante, ma non si pone neanche in violazione con le norme e principi in materia di prova. Si ricorda che le fatture, pur non potendo assurgere a piena prova del credito, possono essere utilizzate alla stregua di un indizio (Cass. n. 299/2016; n. 15383/2010).

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

Ci sono le condizioni per dare atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della “sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto”

P.Q.M.

rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in 200,00 e agli accessori di legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Seconda civile della Corte suprema di cassazione, il 9 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2021

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