Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38789 del 07/12/2021

Cassazione civile sez. II, 07/12/2021, (ud. 08/04/2021, dep. 07/12/2021), n.38789

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 22489/2016 R.G. proposto da:

B.C.M., rappresentato e difeso dall’avv. Massimo

Scardigli, con domicilio eletto in Roma, viale Angelico n. 36/B,

presso lo studio del medesimo difensore;

– ricorrente –

contro

B.E.M., B.M.G., e

B.L., rappresentate e difese dagli avv. Luigi Muratori, e Anselmo

Carlevaro, con domicilio eletto presso lo studio dell’ultimo, in

Roma, via Gian Giacomo Porro n. 8;

– controricorrenti –

avverso la sentenza della Corte di appello di Milano n. 2556

depositata il 22 giugno 2016, notificata il 30 giugno 2016.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio dell’8 aprile

2021 dal Consigliere Dott. Milena Falaschi.

 

Fatto

OSSERVA IN FATTO E IN DIRITTO

Ritenuto che:

– il Tribunale di Milano, con sentenza n. 11994 del 2013, pronunciando sulla domanda proposta da B.C.M. nei confronti delle sorelle, B.L., M.G. e E.M., di condanna al pagamento in suo favore della somma di Euro 84.613,79, in parte a titolo di rimborso per altrettanti esborsi da lui sostenuti e in parte a titolo di compenso per l’attività svolta in qualità di mandatario della defunta madre, R.F., dal 2001 al 2006 ed, in subordine, sulla domanda di condanna al pagamento della stessa somma a titolo di arricchimento senza causa, rilevato preliminarmente che le sorelle R.F. e T. erano comproprietarie dei beni in (OMISSIS), rigettava i capi A) e C) della domanda, relativi alla restituzione delle spese e tasse afferenti alla comproprietà e delle spese di manutenzione straordinaria della casa di Castelvetro, risultando queste effettuate dalla zia R.T. e avendo l’attore agito senza spendere la qualità di erede (unico) della stessa; rigettava altresì il capo B) della domanda, con cui l’attore chiedeva il pagamento del compenso per l’attività di gestione della proprietà comune, desumendo la gratuità del mandato dal rapporto filiale tra mandante e mandatario e dalla circostanza che nei rendiconti annuali approvati dalla mandante non risultava alcunché a titolo di compensi del mandatario; accoglieva, riducendone l’importo da Euro 2.879,55 ad Euro 1.862,68, il capo D) relativo alla restituzione delle spese effettuate successivamente al decesso della madre; dichiarava inammissibile la domanda di arricchimento senza causa, per difetto dei presupposti di residualità; condannava B.C.M. alle spese di lite e al pagamento di un’ulteriore somma equitativamente determinata ex art. 96 c.p.c., comma 3;

– sul gravame interposto da B.C.M., con il quale asseriva di aver azionato in giudizio, in qualità di unico erede, anche i diritti acquistati per successione da R.T., insistendo sull’onerosità del mandato ricevuto dalla madre, la Corte d’appello di Milano, nella resistenza delle appellate B.L., M.G. e E.M., respingeva l’appello, confermando integralmente la pronuncia di primo grado;

– per la cassazione della sentenza della Corte d’appello di Milano ricorre B.C.M. sulla base di quattro motivi, cui resistono le germane B.L., M.G. e E.M. con controricorso;

– in prossimità dell’adunanza camerale parte ricorrente ha anche curato il deposito di memoria ex art. 381 bis.1 c.p.c..

Atteso che:

– il primo motivo di ricorso, relativo al recupero delle spese fatte per la proprietà comune, è articolato in quattro sottocensure: con la prima è dedotta la violazione degli artt. 457,459,470,474,476 e 754 c.c., per avere la corte territoriale affermato che le spese erano state sostenute da R.T. e B.C.M. mentre aveva agito iure proprio senza spendere la qualità di erede unico della zia e del resto – ad avviso del ricorrente – la confusione tra patrimoni non renderebbe necessaria la spendita ulteriore della qualità di erede; con la seconda è dedotta la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1101,1104,1105,936,2031 e 2032 c.c., nonché l’omesso esame di fatto decisivo ex art. 360 c.p.c., n. 5, per non avere la corte territoriale rilevato che le spese sostenute dalla comproprietaria R.T. o alternativamente da B.C.M. a favore della proprietà comune erano ripetibili pro quota nei confronti dell’altra comproprietaria, R.F.; con la terza è dedotta alternativamente la violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4 e l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c., n. 5, con conseguente nullità della sentenza per omessa pronuncia sui capi C) e D) della domanda fatti valere da B.C.M. in qualità di erede unico di R.T.; con la quarta è dedotta la nullità della sentenza per omessa e/o apparente motivazione con riferimento all’art. 111 Cost. e art. 360 c.p.c., n. 4, essendo la motivazione della sentenza d’appello la mera ripetizione acritica della motivazione del tribunale.

Il motivo nel suo complesso è privo di pregio.

In ordine alla prima censura, a prescindere dalla circostanza che vi sia stata o meno spendita della qualità di erede, si osserva che il patrimonio ereditario è quello esistente al momento dell’apertura della successione e che l’erede subentra nelle posizioni di dare e avere facenti capo al(la) de cuius, che questi già in vita poteva azionare. I pagamenti effettuati dalla zia dell’odierno ricorrente a vantaggio della cosa comune non determinano automaticamente l’insorgenza nel patrimonio ereditario di un credito nei confronti della sorella comproprietaria, non risultando dagli atti alcuna volontà della zia di ripetere tali somme e, dunque, di azionare detto credito. La ripetizione pro quota delle somme corrisposte nei confronti della sorella avrebbe potuto essere pretesa solo da R.T., non dall’erede di lei, che non può in sua vece azionare un diritto mai nato nel suo patrimonio, potendo questi pretendere esclusivamente la ripetizione delle spese sostenute successivamente all’apertura della successione, tra cui le spese funerarie.

B.C.M., nel pretendere il rimborso delle somme nei confronti delle germane, adduce la qualità di mandatario della zia e dunque aziona un rapporto che si è estinto in conseguenza del decesso. La validità di un mandato da eseguirsi “post mortem” e’, infatti, subordinata alla circostanza che la natura dell’affare non sia in contrasto con le norme fondamentali che disciplinano la successione “mortis causa” (così Cass. n. 11763 del 2018), contrasto che nel caso di specie si determinerebbe rispetto al principio secondo cui la consistenza del patrimonio ereditario si determina al momento dell’apertura della successione.

In ordine alla seconda censura, va rilevato che nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado il B. chiedeva alle germane il rimborso delle spese da lui sostenute a favore della proprietà comune e il compenso per l’attività svolta quale mandatario della madre, R.F.. Una volta accertato giudizialmente che non vi era prova che gli esborsi fossero stati effettuati con denaro proprio dell’attore e che anzi vi erano indizi gravi, precisi e concordanti nel senso della riferibilità degli stessi al patrimonio di R.T., l’odierno ricorrente invoca la sua qualità di successore universale della zia allo scopo di ottenere la ripetizione pro quota delle spese sostenute dalla de cuius nei confronti della sorella comproprietaria. E’ evidente che il mutamento anche di uno solo dei presupposti della domanda iniziale, nella misura in cui introduce una causa petendi fondata su situazioni giuridiche non prospettate in primo grado, costituisce domanda nuova, non proponibile per la prima volta in appello (così Cass. n. 23415 del 2018 e Cass. n. 30721 del 2018). In ordine alla terza censura, il ricorrente si duole che la corte d’appello non si sia pronunciata sui capi C) e D) della domanda, relativi rispettivamente alle spese di manutenzione straordinaria della casa di (OMISSIS) e ai costi successivi al decesso di R.F.. A ben vedere, i capi in discorso sono stati introdotti con la domanda di primo grado e sono stati specificamente trattati nella sentenza del Tribunale milanese che ha, peraltro, parzialmente accolto il capo D), relativo ai costi successivi al decesso. Alla Corte d’appello è stata devoluta la cognizione esclusiva in ordine alle spese e tasse afferenti alla comproprietà (capo A), al compenso per la gestione degli anni 2001 a 2006, nonché al mancato accoglimento della domanda di arricchimento senza causa (capo B), infine censurata la condanna al pagamento della somma ex art. 96 c.p.c., comma 3.

La doglianza appare inammissibile in base al combinato disposto degli artt. 342 e 346 c.p.c., in quanto parte ricorrente non ha assolto all’onere di specifica riproposizione in appello a mezzo di un apposito motivo di gravame delle questioni non accolte dalla sentenza di primo grado, il che comporta definitiva rinuncia ad esse (così Cass. sent. n. 2855/2016 e Cass. ord. n. 20520/2018).

Da quanto sopra detto risulta superato il quarto profilo del primo motivo, per avere il giudice del gravame adeguatamente illustrato le ragioni del rigetto nei limiti del tema devoluto alla sua cognizione;

– il secondo motivo, col quale è dedotta la violazione dell’art. 1720 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per avere il tribunale respinto la domanda di compenso del mandatario B.C.M. sulla base di considerazioni non precise né concordanti, non essendo idonea a vincere la presunzione di onerosità del mandato la circostanza che il compenso versato all’avv. Cianciaruso sia giustificato dall’attività di amministratore di sostegno, con argomentazioni integralmente riprodotte nella sentenza d’appello, è inammissibile.

La censura, in parte, si rivolge alla sentenza di primo grado, ormai superata da quella d’appello e in parte, involge tipici accertamenti di fatto devoluti al giudice di merito e non sindacabili in sede di legittimità (così Cass. n. 29404 del 2017), avendo la corte d’appello condiviso il ragionamento del giudice di prime cure e osservato che varie circostanze deponevano nel senso della gratuità del mandato, tra cui il rapporto filiale tra mandante e mandatario e la redazione ad opera del mandatario di rendiconti annuali che nulla prevedono a titolo di compensi per sé.

Del resto la circostanza che l’avv. Cianciaruso abbia svolto l’incarico a titolo oneroso non prova alcunché sia in considerazione dell’estraneità dello stesso al nucleo familiare, sia in considerazione del diverso incarico di amministratore di sostegno di R.F. da questi svolto (pag. 9 della sentenza impugnata);

– con il terzo motivo è dedotta la nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4, per violazione dell’art. 96 c.p.c., comma 3, di cui ad avviso del ricorrente non sussisterebbero le condizioni, anche in considerazione del fatto che il rifiuto da parte dell’odierno ricorrente dell’accordo transattivo proposto dalle sorelle è dovuto all’ingiustizia dello stesso, rendendo tale condanna dettata da un animo punitivo. Anche siffatto motivo non può trovare ingresso.

La doglianza si limita in poche righe ad affermare che il rifiuto di aderire all’accordo transattivo non può di per sé solo fondare la responsabilità processuale aggravata ex art. 96 c.p.c., comma 3.

Di converso la pronuncia del tribunale, prima, e quella d’appello, poi, non incentrano tale responsabilità sul rifiuto all’accordo transattivo, ma svolgono diverse considerazioni sul fondamento della norma, ossia sulla necessità dell’elemento soggettivo della mala fede o colpa grave, dell’aver agito o resistito in giudizio nella consapevolezza dell’infondatezza della domanda, che risulterebbero da talune dichiarazioni aventi valenza confessoria rese dall’attore e risultanti agli atti (v. pag. 6 della decisione gravata).

Del resto la condanna ex art. 96 c.p.c., comma 3, è volta a salvaguardare finalità pubblicistiche, correlate all’esigenza di una sollecita ed efficace definizione dei giudizi, nonché a sanzionare la violazione dei doveri di lealtà e probità nell’esercizio della potestas agendi (così Cass. n. 22405 del 2018). L’unico limite che il giudice incontra nel fissare la “somma equitativamente determinata”, ulteriore rispetto alla condanna alla spese della parte soccombente, è il principio di ragionevolezza (così Cass. n. 26435 del 2020);

– con il quarto motivo è dedotta la violazione degli artt. 2041 e 2042 c.c., con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3, per avere la sentenza d’appello, confermando la pronuncia di primo grado, respinto la domanda subordinata di arricchimento, nonostante la prova dei pagamenti effettuati e dell’arricchimento delle comproprietarie, ritenendo mancante il titolo in conseguenza della mancata spendita della qualità di erede. Esso va ugualmente disatteso.

La doglianza, nel contestare il rigetto della domanda di arricchimento ingiustificato per aver erroneamente la corte d’appello ritenuto mancante il titolo in conseguenza della mancata spendita della qualità di erede, travisa del tutto la statuizione del giudice d’appello. La Corte milanese ha ritenuto esistente il titolo posto a fondamento dell’azione, ossia il mandato, rilevandone tuttavia la gratuità e, dunque, escludendo la fondatezza della pretesa restitutoria. L’azione di arricchimento viene rigettata proprio perché proposta in alternativa e in via subordinata rispetto all’azione contrattuale per aggirarne gli esiti sfavorevoli. La natura residuale di questa azione ne consente la proposizione solo allorché risulti carente il titolo contrattuale posto a fondamento dell’azione (così Cass. n. 29988 del 2018 e Cass. n. 29916 del 2011).

Conclusivamente, il ricorso va respinto.

Le spese del giudizio di legittimità – liquidate come in dispositivo seguono la soccombenza.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto del Testo Unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso;

condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità in favore delle controricorrenti liquidate in complessivi Euro 6.000,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte di Cassazione, il 8 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2021

 

 

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