Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38765 del 07/12/2021

Cassazione civile sez. trib., 07/12/2021, (ud. 15/09/2021, dep. 07/12/2021), n.38765

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – rel. Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. r.g. 10175/2015 proposto da:

AGENZIA delle ENTRATE, in persona del Direttore, pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12 presso

gli uffici dell’Avvocatura Generale dello Stati che la rappresenta e

difende.

– ricorrente –

contro

CPF s.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, e

B.M., quali ex soci e successori nel giudizio della estinta

ITS s.r.l., rappresentati e difesi, giusta procura a margine del

controricorso dall’Avv. Paolo Giustozzi.

– controricorrenti –

per la cassazione della sentenza n. 60/4/14 della Commissione

tributaria regionale delle Marche, depositata il 26 febbraio 2014.

Al quale è stato riunito il ricorso iscritto al n. r.g.10177/2015

proposto da:

AGENZIA delle ENTRATE, in persona del Direttore, pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12 presso

gli uffici dell’Avvocatura Generale dello Stati che la rappresenta e

difende.

– ricorrente –

contro

CPF s.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, e

B.M., quali ex soci e successori nel giudizio della estinta

ITS s.r.l., rappresentati e difesi, giusta procura a margine del

controricorso dall’Avv.Paolo Giustozzi.

– controricorrenti –

per la cassazione della sentenza n. 61/4/14 della Commissione

tributaria regionale delle Marche, depositata il 26 febbraio 2014.

Udita la relazione delle cause svolta nella camera di consiglio del

15 settembre 2021 dal relatore Cons. Roberta Crucitti.

 

Fatto

RILEVATO

che:

a seguito di verifica fiscale nei riguardi della Italian Trading Star s.r.l. scaturirono delle discordanze nella ricostruzione degli acquisti di capi di abbigliamento dalla società controllante Confezioni Patrizia s.r.l. e delle successive rivendite ai clienti finali;

in particolare, con il processo verbale vennero rilevate: la vendita senza fattura per n. 12.473 capi, la sottofatturazione della vendita di n. 4997 capi e la sottofatturazione della vendita di n. 5621 capi ad un soggetto privato per un prezzo irrisorio.

Furono, quindi, emessi due distinti avvisi di accertamento con i quali furono recuperate, per l’annualità 1999, separatamente maggiore IRPEG e IRAP e l’IVA.

I ricorsi proposti avverso gli atti impositivi dalla Società furono accolti, con distinte sentenze, dall’adita Commissione tributaria provinciale e le decisioni, appellate dall’Agenzia delle entrate, sono state confermate dalla Commissione tributaria regionale delle Marche, con le sentenze indicate in epigrafe.

In entrambe le decisioni, il Giudice di appello riteneva che, nel caso di specie, fosse inapplicabile la presunzione di cessione di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 53. Riteneva, ancora, totalmente irrilevanti gli argomenti addotti dall’Ufficio dai quali dedurre la sottofatturazione rispetto alle considerazioni del primo Giudice che aveva riscontrato errori nella quantificazione delle cessioni, mentre il motivo di appello riguardante l’accertamento da parte della C.T.P. di detti errori, sempre secondo la C.T.R., era talmente generico da non consentire di riscontrare le pecche del percorso logico seguito dal giudice di prime cure.

Avverso le sentenze l’Agenzia delle entrate ha proposto autonomi ricorsi, affidati a due motivi, che ha provveduto a notificare, essendo stata la Società cancellata dal Registro delle imprese in data 28.10.2014, anche ai due soci della stessa CPF s.r.l. e B.M. i quali ultimi resistono a entrambi i ricorsi con controricorso.

I ricorsi sono stati avviati, ai sensi dell’art. 380 bis-1 c.p.c., alla trattazione in camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. preliminarmente il Collegio ritiene opportuno disporre la riunione del ricorso iscritto al n. r.g. 10177/2015 a quello iscritto al n. r.g. 10175/2015. I ricorsi, infatti, hanno ad oggetto due sentenze, di identico contenuto, rese dalla C.T.R. in controversie, tra le stesse parti, attinenti all’impugnazione di due distinti avvisi di accertamento (uno relativo alle imposte dirette, l’altro all’IVA della stessa annualità di imposta) scaturiti dalla stessa verifica fiscale e sulla base di identici rilievi.

2. Con il primo motivo (identico per entrambi i ricorsi), l’Agenzia delle entrate deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 53, laddove la C.T.R. ne aveva affermato, per vero con formulazione non pianamente intellegibile, l’inapplicabilità al caso in specie. In particolare, la ricorrente, riportato il contenuto del processo verbale di constatazione e le prove offerte dalla contribuente, censura la decisione impugnata per non avere il Giudice di appello riscontrato il mancato assolvimento da parte della Società dell’onere probatorio sulla stessa incombente in materia di presunzione di cessione.

3. Con il secondo motivo dei ricorsi (anche essi identici nella formulazione) si denunzia la sentenza impugnata di nullità, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, laddove la C.T.R. aveva ritenuto, con riguardo al rilievo avente a oggetto la sottofatturazione di alcune vendite, il relativo motivo di appello generico.

3.1 Tale ultima censura è fondata. Dall’esame dell’atto di impugnazione, riprodotto integralmente in ricorso in ossequio al principio di autosufficienza, si evince come, con lo stesso, l’Agenzia delle entrate avesse censurato integralmente l’apparato argomentativo della sentenza di primo grado, contestando, sulla base di deduzioni e di allegazioni in fatto, la sussistenza (per contro affermata dalla C.T.P.) di errori nel calcolo delle merci vendute come “fallate”, assolvendo così al dettato di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, in punto di specificità dei motivi.

Costituisce, infatti, punto fermo nella giurisprudenza di questa Corte che, in tema di contenzioso tributario, la mancanza o l’assoluta incertezza dei motivi specifici dell’impugnazione, le quali, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, comma 1, determinano l’inammissibilità del ricorso in appello, non sono ravvisabili qualora il gravame, benché formulato in modo sintetico, contenga una motivazione interpretabile in modo inequivoco, potendo gli elementi di specificità dei motivi essere ricavati, anche per implicito, dall’intero atto di impugnazione considerato nel suo complesso, comprese le premesse in fatto, la parte espositiva e le conclusioni. (cfr. Cass. n. 20379 del 24/08/2017; id. n. 707 del 15/01/2019; id. n. 15519 del 21/07/2020).

4. La fondatezza della censura si riverbera anche sul primo motivo dei ricorsi determinandone l’accoglimento.

4.1 La Commissione tributaria regionale, nel capo delle sentenze, specificamente impugnato con tale mezzo di impugnazione, ha così statuito: In primo luogo è opportuno precisare che la pretesa dell’ufficio riguardava:1) vendita senza fattura per 12.473 capi; 2) vendita a prezzo minore di quello abitualmente praticato per 4997 capi; 3) vendita a soggetto privato per 5.621 capi a prezzo inferiore a quello abitualmente praticato. A fronte di tali prospettati referenti fattuali, va rilevata la inapplicabilità della presunzione di cessione di cui all’art. 53 citato, poiché nel caso di specie è pacifico che nei casi di cui sopra si sia trattato di vendite alle ipotesi di cui ai punti e 2 e 3.

Il giudice di appello parrebbe avere ritenuto che, nel caso in esame, la presunzione di cessione di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, invocato art. 53, (applicabile anche alle imposte dirette in virtù del principio di unitarietà dell’ordinamento) fosse stata vinta dalla prova contraria fornita dalla contribuente di avere venduto la merce, sia pure sottocosto. L’Ufficio, infatti, avrebbe errato nella quantificazione della merce, assertivamente rimasta invenduta e non reperita in magazzino, non avendo ricompreso nel conteggio dei capi venduti quelli globalmente definiti come “fallati”.

4.2 L’accertamento in punto di fatto di tale errore, reiteratamente contestato dall’Agenzia delle entrate, in virtù dell’accoglimento del secondo motivo, non solo non può ritenersi, per ciò, un dato intangibile ormai acquisito al giudizio ma appalesa, altresì, l’errore in iudicando commesso dalla C.T.R. nel ritenere inapplicabile la presunzione di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 53.

4.3. Costituisce, invero, principio fermo nella giurisprudenza di questa Corte (v. Cass. n. 31273 del 04/12/2018; n. 27549 del 30/10/2018;) che “in tema di accertamento dell’IVA e delle imposte sui redditi, in base al D.P.R. n. 441 del 1997, art. 4, comma 2, le eventuali differenze quantitative derivanti dal raffronto tra le risultanze delle scritture ausiliarie di magazzino di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 14, comma 1, lett. d) o della documentazione obbligatoria emessa e ricevuta, e le consistenze delle rimanenze registrate, costituiscono presunzione di cessione o di acquisto per il periodo d’imposta oggetto del controllo, presunzione che è relativa e superabile non con qualunque mezzo di prova, ma solo con le prove tassativamente indicate dal cit. D.P.R. n. 441 del 1997, artt. 1 e 2. Il contribuente sarà tenuto a provare, quindi, che la contrazione registratasi nella consistenza del magazzino è frutto dell’impiego produttivo dei beni e non di cessioni o acquisizioni non contabilizzate”.

5. Ne consegue, in accoglimento dei ricorsi riuniti, la cassazione delle sentenze impugnate e il rinvio al Giudice di merito il quale provvederà ad esaminare, il motivo di appello pretermesso e, quindi, alla trattazione del merito, in applicazione dei superiori principi, oltre a regolare le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Riunito il ricorso iscritto al n. r.g. 10177/2015 a quello portante il n. r.g. 10175/2015, li accoglie;

cassa le sentenze impugnate e rinvia alla Commissione tributaria regionale delle Marche-Ancona, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 15 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2021

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