Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38759 del 07/12/2021

Cassazione civile sez. trib., 07/12/2021, (ud. 29/04/2021, dep. 07/12/2021), n.38759

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello Maria – Consigliere –

Dott. CENICCOLA Aldo – est. Consigliere –

Dott. PANDOLFI Catello – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 3269/2015 proposto da:

M.J.P., (CF (OMISSIS)), rapp.to e difeso dagli avv.

Gaetano Ragucci e Marco Squicquero, elettivamente domiciliato presso

lo studio del secondo in Roma alla via Crescenzio n. 20;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, (CF (OMISSIS)), in persona del Direttore p.t.,

rapp.ta e difesa ex lege dall’Avvocatura Generale dello Stato,

elettivamente domiciliata in Roma alla via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3246/6/14, depositata in data 17 giugno 2014,

della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 29 aprile 2021 dal relatore Dott. Aldo Ceniccola.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Con sentenza n. 3246/6/2014 la Commissione tributaria regionale della Lombardia rigettava l’appello proposto dal contribuente avverso la sentenza con la quale la Commissione tributaria provinciale di Como ne aveva respinto i ricorsi riuniti, proposti contro avvisi di accertamento relativi agli anni di imposta dal 2006 al 2009.

Osservava la CTR, per quanto ancora rileva, che dalla documentazione concernente l’attività investigativa eseguita dalla Guardia di finanza su delega della Procura di Como, pienamente utilizzabile nel caso in esame, emergeva chiaramente come il contribuente avesse avuto negli anni in contestazione il centro dei propri interessi economici, patrimoniali e familiari, in Italia e qui avesse raggiunto la soglia minima di giorni di permanenza che costituiva uno, ma non il solo, degli elementi che legittimavano gli avvisi di accertamento.

Infondata era l’obiezione del contribuente riguardo all’omesso coordinamento con l’autorità belga, al fine di stabilire quale fosse la sede principale dei suoi interessi ed affari, in quanto se l’Agenzia aveva assolto il proprio onere probatorio, dimostrando il volume di affari e la durata dei soggiorni in Italia, il contribuente non aveva assolto la prova contraria, riguardo all’esistenza di un centro di interessi differente da quello tenuto presente dall’Ufficio.

Infondata era, poi, l’eccezione concernente la decadenza dal potere di accertamento per l’anno 2006, avendo l’Ufficio beneficiato del raddoppio del termine in presenza dei reati di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000: in proposito, la CTR osservava che l’Amministrazione non aveva prodotto semplicemente un atto di denuncia, ma i risultati di un’attività investigativa, dai risvolti positivi sotto il profilo della rilevanza penale, sicché non era necessaria alcuna attività ulteriore di controllo da parte dell’Ufficio che non poteva certamente sostituirsi alla valutazione “autentica” dell’A.G.O..

Avverso tale sentenza il contribuente propone ricorso per cassazione, affidato a tre motivi. Resiste l’Ufficio mediante controricorso. Il ricorrente ha presentato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Il primo motivo rappresenta la violazione degli artt. 99,101,112 c.p.c. e del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 57 (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), avendo la CTR erroneamente dichiarato utilizzabile il verbale di constatazione redatto dalla Guardia di finanza, dal quale si ricavavano circostanze (riguardanti la presenza del contribuente per un numero significativo di giorni in Italia) non prese in considerazione nella motivazione dell’avviso di accertamento.

1.1. Il motivo è infondato.

1.2. Il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 58 oltre a consentire al giudice di appello, di valutare la possibilità di disporre “nuove prove” (comma 1), fa espressamente salva la possibilità delle parti di produrre nuovi documenti.

1.3. La norma è stata correttamente applicata dalla CTR per ritenere utilizzabile il verbale redatto dalla Guardia di finanza. Il fatto, poi, che da tale verbale sia dato ricavare una precisa indicazione sull’effettivo tempo di permanenza del contribuente sul territorio italiano, non significa che nel processo sia stato introdotto, come afferma il contribuente, un titolo diverso a sostegno della pretesa fiscale, estraneo cioè al nucleo motivazionale dell’avviso di accertamento, ma solo che, attraverso la nuova produzione, è stato documentato un ulteriore fatto idoneo a confermare la fondatezza della stessa pretesa tributaria, basata comunque, fin dall’origine, sulla circostanza che il tempo di permanenza nel territorio fosse superiore a sei mesi.

2. Il secondo motivo lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 43 c.c., comma 1, e D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 2, comma 2, (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), avendo erroneamente la CTR individuato in Italia il domicilio o la residenza del contribuente, senza però aver precisamente collocato il supposto centro di interessi in alcun luogo fisico ricompreso nel territorio dello Stato, e fatto genericamente riferimento all’esistenza di rapporti familiari per desumere l’esistenza di un criterio di collegamento con il territorio italiano.

2.1. Il contribuente, nell’articolare il motivo di ricorso, molto si sofferma, poi, sul concetto di riconoscibilità all’esterno del centro di affari che, ad un’osservazione esterna, dovrebbe manifestare l’accentramento, in un determinato luogo, di affari ed interessi; nessuna delle circostanze indicate dal giudice di appello, secondo il contribuente, consentirebbe però di ricavare la conclusione che la sede principale degli affari fosse riconducibile, nella prospettiva dei terzi, alla residenza della moglie.

2.2. Il motivo è infondato.

2.3. Il giudice di appello ha, infatti, desunto la permanenza in Italia del contribuente, per il periodo minimo indicato dalla norma, condividendo integralmente i rilievi e gli accertamenti risultanti dalle indagini svolte dalla Guardia di finanza, i quali non solo non sono stati efficacemente contrastati dal contribuente, ma dimostrano “indubbiamente (…) come quest’ultimo abbia avuto negli anni in contestazione il centro dei suoi interessi economici, patrimoniali e familiari in Italia e quindi abbia raggiunto la soglia minima di giorni di permanenza”.

2.4. Il ricorrente dunque, al di là delle generiche doglianze concernenti la mancata individuazione della città in cui era posto il domicilio e circa il necessario ancoraggio del concetto di domicilio al requisito della riconoscibilità esterna, avrebbe dovuto, al fine di contrastare il rinvio per relationem operato dalla CTR, far leva sul contenuto della documentazione richiamata dal giudice di appello, evidenziando per quali ragioni gli accertamenti svolti dalla Guardia di finanza, e tenuti presenti dalla sentenza impugnata, non potessero considerarsi attendibili o quali siano stati gli errori compiuti in sede di accertamento.

In definitiva, il contenuto della documentazione richiamata adesivamente dalla CTR non è stato in alcun modo smentito o efficacemente contrastato dal contribuente, restando insuperato quanto osservato dalla CTR circa l’assenza di prove o di valide argomentazioni volte a smentire le risultanze dell’attività investigativa.

3. Il terzo motivo rappresenta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, artt. 42 e 43 (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), in quanto l’avviso di accertamento avrebbe omesso di indicare le violazioni che comportavano l’obbligo di denuncia, ai sensi dell’art. 331 c.p.p., per uno dei reati previsti dal D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, e che giustificavano il raddoppio dei termini per il completamento dell’azione accertatrice, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, comma 3, (nella formulazione applicabile ratione temporis). Inoltre, contrariamente a quanto affermato dalla CTR, il difetto di motivazione sul raddoppio dei termini non risulterebbe sanato dalla produzione in giudizio della copia della denuncia, non potendo l’istruttoria giudiziale porre rimedio al lamentato difetto di motivazione.

3.1. Il motivo è infondato.

Il raddoppio dei termini previsto dall’art. 43, comma 3, cit. presuppone unicamente l’esistenza di seri indizi di reato che facciano insorgere l’obbligo di presentazione di una denuncia penale (cfr. in tal senso, da ultimo, Cass. n. 13481 del 2020), presupposto che, come specificato dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 247 del 2011, va controllato, se richiesto con i motivi di impugnazione, dal giudice tributario, sicché, in presenza di una contestazione da parte del contribuente, l’onere di provare tali presupposti è a carico dell’Amministrazione finanziaria.

3.2. Nel caso in esame, il contribuente, lungi dal contestare l’effettiva sussistenza dell’obbligo di denuncia penale per uno dei reati previsti dal D.Lgs. n. 74 del 2000, si duole esclusivamente della mancata esplicitazione di tale condizione nella motivazione dell’avviso di accertamento, ma il descritto sistema, per come è articolato, non richiede che la sussistenza del presupposto venga esplicitato nella motivazione.

3.3. Quest’ultima, infatti, è pur sempre funzionale al corretto esercizio del diritto di difesa da parte del contribuente, diritto che, nella specie, risulta pienamente garantito dalla possibilità di impugnare l’avviso emesso oltre i termini ordinari e di contestare innanzi all’autorità giudiziaria la decadenza dell’Ufficio dal potere accertativo (a cagione dell’assenza dei presupposti per l’applicazione dell’art. 43, comma 3, cit.).

4. Le ragioni che precedono impongono, pertanto, il rigetto del ricorso. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.

PQM

Rigetta il ricorso. Pone a carico del ricorrente le spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 10.200 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 29 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2021

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