Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38734 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. I, 06/12/2021, (ud. 15/11/2021, dep. 06/12/2021), n.38734

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACIERNO Maria – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3441/2019 proposto da:

C.G., elettivamente domiciliato in Roma, Via del Fontanile

Arenato n. 145, presso lo studio dell’avvocato Morescanti Silvia,

rappresentato e difeso dall’avvocato Tremiterra Pasquale, giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

I.A., domiciliata in Roma, Piazza Cavour, presso la

Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa

dall’avvocato Mascia Giovanni, giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3588/2018 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 16/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/11/2021 dal Cons. Dott. IOFRIDA GIULIA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Napoli, con sentenza n. 3588/2018, depositata in data 16/7/2018, ha parzialmente riformato la decisione di primo grado, che aveva dichiarato la separazione personale dei coniugi C.G. e I.A., con addebito a quest’ultima, disponendo l’affido condiviso del figlio M., nato nel (OMISSIS), con collocamento prevalente del medesimo presso la madre, contributo al mantenimento del figlio a carico del padre nell’importo di Euro 350 mensili, nonché ordine alla madre di iscrivere il figlio in una scuola pubblica in (OMISSIS).

In particolare, i giudici d’appello, nell’accogliere parzialmente il gravame della I., rilevando che il C. non aveva proposto rituale appello incidentale, hanno sostenuto che: a) in punto di addebito della separazione, doveva essere escluso l’addebito alla moglie ma non vi erano elementi sufficienti per l’addebito al marito, atteso che, non rilevando le condotte successive al (OMISSIS), allorché la convivenza tra i coniugi era cessata definitivamente, con l’allontanamento della stessa I. dalla casa coniugale, era emerso, dalle deposizioni testimoniali assunte in primo grado, che la litigiosità dei coniugi e la conseguente rottura della solidarietà morale era sicuramente anteriore al (OMISSIS), attesi gli episodi di litigi tra i coniugi, cosicché l’allontanamento della moglie era del tutto giustificato, considerato sia il clima familiare teso sia la condotta aggressiva (aggressività verbale ma “con un riscontro fisico”, come dimostrato dall’episodio di litigio in cui il marito aveva sferrato pugni contro un tramezzo della casa, danneggiandolo) e profondamente minacciosa ed irrispettosa del marito nei confronti della moglie, mentre non erano stati dimostrati maltrattamenti del marito da parte della moglie; b) doveva essere riformata la decisione di primo grado in ordine al fatto che il minore, durante il periodo in cui lo stesso soggiornava presso il padre nei mesi di luglio e di agosto, non potesse avere alcun contratto con il genitore collocatario, misura questa inutilmente vessatoria, potendo essere consentiti contatti telefonici o via internet; c) doveva anche essere eliminato l’obbligo della madre di iscrivere il figlio in una scuola pubblica in (OMISSIS) così da consentire il monitoraggio da parte dei Servizi Sociali, trattandosi di misura sproporzionata e fonte solo di disagio per la madre ed il figlio, atteso che gli stessi vivono nel centro di (OMISSIS).

Avverso la suddetta pronuncia, C.G. propone ricorso per cassazione, notificato il 28/1/2019, affidato a quattro motivi, nei confronti di I.A. (che resiste con controricorso notificato il 7/3/2019). Entrambe le parti hanno depositato memorie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta: a) con il primo motivo, la nullità della sentenza, ex art. 360 c.p.c., n. 4, per violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., per travisamento della prova in punto di decisione dell’esclusione dell’addebito della separazione alla moglie fondata su una prova inesistente, vale a dire il giustificato motivo di abbandono della casa coniugale a causa della condotta aggressiva del marito; b) con il secondo motivo, la nullità della sentenza, per violazione dell’art. 132 c.p.c., per motivazione contraddittoria ed apparente sempre in relazione all’addebito della separazione; c) con il terzo motivo, la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, dell’art. 2729 c.c., in ordine alla prova dell’addebito anche mediante presunzioni semplici; d) con il quarto motivo, la nullità della sentenza, per violazione dell’art. 132 c.p.c., per motivazione apparente in relazione alla riforma della decisione di primo grado sull’obbligo della madre di iscrivere il figlio presso un istituto scolastico in (OMISSIS) ed il monitoraggio dei Servizi Sociali.

2. I primi tre motivi, da trattare unitariamente in quanto connessi, sono inammissibili.

Anzitutto, la censura, quanto alla violazione di legge oggetto del primo motivo, investe un elemento valutativo riservato al giudice del merito, atteso che questa Corte ha più volte ribadito che il principio del libero convincimento di cui agli artt. 115 e 116 c.p.c., opera interamente sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, sicché la denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice di merito non configura un vizio di violazione o falsa applicazione di norme processuali, sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, bensì un errore di fatto, censurabile nei soli limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo vigente (Cass.n. 23940/2017; Cass. 11892/2016; Cass. 15107/2013; Cass. 19064/2006; Cass. 2707/2004), essendo esclusa in ogni caso una nuova rivalutazione dei fatti da parte della Corte di legittimità (cfr. Cass. S.U. 13045/1997; Cass. 5024/2012; Cass. 91/2014). Sempre questa Corte (Cass. 27000/2016; Cass. 1229/2019) ha chiarito che, in tema di ricorso per cassazione, una censura relativa alla violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, ma solo se si alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione.

La doglianza tende, invece, come dimostrato dal riferimento alla motivazione del giudice di primo grado, ritenuta più rispondente alle risultanze probatorie, ad un’inammissibile nuova ricostruzione fattuale, riservata al giudice di merito e non sindacabile in sede di legittimità, al di fuori dei ristretti limiti dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

Peraltro, il motivo si rivela anche non pertinente al decisum.

Invero, la Corte d’appello ha escluso l’addebitabilità della separazione sia al marito sia alla moglie e quindi il riferimento ai frequenti litigi della I. con il marito ed alla condotta minacciosa ed irrispettosa del marito nei confronti della moglie è stato solo funzionale all’individuazione nel clima familiare ormai teso ed irrimediabilmente compromesso della coppia la causa dell’abbandono da parte della I. nel (OMISSIS) della casa coniugale.

La statuizione del giudice d’appello è conforme ai principi di diritto più volte enunciati da questo giudice di legittimità (Cass. 12373/2005; Cass. 17056/2007: “l’abbandono della casa familiare, di per sé costituisce violazione di un obbligo matrimoniale, non essendo decisiva la prova della asserita esistenza di una relazione extraconiugale in costanza di matrimonio. Ne consegue che il volontario abbandono del domicilio coniugale è causa di per sé sufficiente di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza, salvo che si provi – e l’onere incombe a chi ha posto in essere l’abbandono – che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, ed in conseguenza di tale fatto”; conf. Cass. 10719/2013; Cass. 25663/2014).

In tema poi di prova presuntiva e di applicazione dell’art. 2729 c.c., secondo orientamento di questo giudice di legittimità (Cass. 2944/1978), il giudice di merito, nella valutazione degli elementi indiziari e presuntivi posti a base del suo convincimento, esercita un potere discrezionale consistente nella scelta degli elementi ritenuti più attendibili e nella valutazione della loro gravità e concludenza, cosicché nella formazione di tale suo convincimento egli non incontra altro limite che l’esigenza di applicare i principi operativi nella materia delle presunzioni, deducendo univocamente il fatto ignoto dai fatti noti attraverso un procedimento logico fondato sul criterio dell’id quod plerumque accidit, e tale apprezzamento dei fatti, se correttamente motivato, si sottrae al sindacato di legittimità.

Infine, si è affermato che è censurabile in sede di legittimità la decisione in cui il giudice si sia limitato a negare valore indiziario agli elementi acquisiti in giudizio senza accertare se essi, quand’anche singolarmente sforniti di valenza indiziaria, non fossero in grado di acquisirla ove valutati nella loro sintesi, nel senso che ognuno avrebbe potuto rafforzare e trarre vigore dall’altro in un rapporto di vicendevole completamento (conf. Cass. 9059/2018; Cass. 10973/2017).

Resta dunque fermo il principio per cui è incensurabile in sede di legittimità l’apprezzamento del giudice del merito circa la valutazione della ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge per valorizzare elementi di fatto come fonti di presunzione, sempre che la motivazione adottata appaia congrua dal punto di vista logico, immune da errori di diritto e rispettosa dei principi che regolano la prova per presunzioni (Cass. 1216/2006; Cass. 15219/2007; Cass. 656/2014; Cass. 1792/2017, che ha affermato come il risultato dell’accertamento in merito alla valida prova presuntiva, se adeguatamente e coerentemente motivato, “si sottrae al sindacato di legittimità, che è invece ammissibile quando nella motivazione siano stati pretermessi, senza darne ragione, uno o più fattori aventi, per condivisibili massime di esperienza, una oggettiva portata indiziante”; Cass. 19987/2018; Cass. 1234/2019, ove si è ribadito che il sindacato del giudice di legittimità circoscritto alla verifica della tenuta della relativa motivazione, nei limiti segnati dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5).

Quanto poi al vizio di motivazione del tutto illogica, contraddittoria o apparente, oggetto del secondo motivo, le Sezioni Unite (Cass. 22232/2016) hanno precisato che “la motivazione è solo apparente, e la sentenza è nulla perché affetta da “error in procedendo”, quando, benché graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perché recante argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento, non potendosi lasciare all’interprete il compito di integrarla con le più varie, ipotetiche congetture”.

In ultimo, giova altresì ribadire che “la conformità della sentenza al modello di cui all’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, non richiede l’esplicita confutazione delle tesi non accolte o la particolareggiata disamina degli elementi di giudizio posti a base della decisione o di quelli non ritenuti significativi, essendo sufficiente, al fine di soddisfare l’esigenza di un’adeguata motivazione, che il raggiunto convincimento risulti da un riferimento logico e coerente a quelle, tra le prospettazioni delle parti e le emergenze istruttorie vagliate nel loro complesso, che siano state ritenute di per sé sole idonee e sufficienti a giustificarlo, in modo da evidenziare l’iter” seguito per pervenire alle assunte conclusioni, disattendendo anche per implicito quelle logicamente incompatibili con la decisione adottata” (Cass. 8294/2011).

Nella specie, la sentenza non risulta affetta da motivazione apparente o contraddittoria, avendo la Corte d’appello ritenuto che l’abbandono della casa coniugale da parte della moglie era dovuto all’anteriore venir meno di ogni solidarietà tra i coniugi, come dimostrato dall’episodio del litigio che aveva preceduto l’allontanamento, le cui precise ragioni peraltro non erano state neppure chiarite nel corso dell’istruttoria.

3. Anche l’ultima censura risulta del tutto inammissibile, ex art. 360 bis c.p.c., n. 1, atteso che la motivazione resa dalla Corte di merito a sostegno della riforma della decisione di primo grado in ordine all’obbligo di iscrivere il minore in una scuola pubblica in (OMISSIS) non può essere in alcun modo definita apparente, avendo la Corte di merito ritenuta tale prescrizione inutilmente gravosa per la madre collocataria e per il figlio, che vivono in (OMISSIS), non potendo in senso assoluto essere così (per effetto della scelta di una scuola in (OMISSIS)) ostacolato un monitoraggio ad opera dei Servizi Sociali. Peraltro, la controricorrente ha dedotto di avere comunque iscritto il figlio presso un Istituto di (OMISSIS). Peraltro, in memoria, vi è espressa rinuncia al motivo.

4. Per tutto quanto sopra esposto, va dichiarato inammissibile il ricorso. Le spese, liquidate come in dispositivo seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali del presente giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 3.000,00, a titolo di compensi, oltre Euro 200,00 per esborsi, nonché al rimborso forfetario delle spese generali, nella misura del 15%, ed agli accessori di legge.

Dispone che, ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi, in caso di diffusione del presente provvedimento.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 15 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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