Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38729 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. I, 06/12/2021, (ud. 17/11/2021, dep. 06/12/2021), n.38729

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – rel. Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. CENICCOLA Aldo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20773/2020 proposto da:

C.S., domiciliato in Roma, Piazza Cavour, presso la

Cancelleria civile della Corte di Cassazione e rappresentato e

difeso dall’avvocato Emanuele Amoroso, in forza di procura speciale

in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione

Internazionale Trapani, Ministero dell’Interno;

– intimati –

nonché

Ministero dell’Interno in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in Roma Via dei Portoghesi 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, che la rappresenta e difende ex lege;

– resistente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di PALERMO, depositato il 24.6.2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

17.11.2021 dal Consigliere Dott. UMBERTO LUIGI CESARE GIUSEPPE

SCOTTI.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35, C.S., cittadino del Gambia, ha adito il Tribunale di Palermo – Sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini UE – impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria.

Il ricorrente aveva riferito di essere nato in (OMISSIS); di essere orfano di madre e di aver lasciato il proprio Paese per sfuggire alle minacce della famiglia di un suo amico che lo aveva accusato della sua morte; di essere andato in Libia e colà di essere stato catturato per otto mesi; di essere stato costretto a imbarcarsi per l’Italia.

Con decreto del 24.6.2020 il Tribunale ha respinto il ricorso, ritenendo che non sussistessero i presupposti per il riconoscimento di ogni forma di protezione internazionale e umanitaria.

2. Avverso il predetto decreto ha proposto ricorso C.S., con atto notificato il 17.7.2020, svolgendo quattro motivi.

L’intimata Amministrazione dell’Interno si è costituita solo con memoria dell’1.9.2020 al fine di poter eventualmente partecipare alla discussione orale.

Diritto

RITENUTO

Che:

1. Con il primo motivo il ricorrente deduce nullità del decreto di rigetto e del procedimento per violazione degli artt. 99 e 112 c.p.c..

1.1. In particolare il ricorrente si duole del fatto che il Tribunale, eccedendo in termini quantitativi, si fosse pronunciato su qualcosa di più di quel che gli era stato richiesto, ossia il riconoscimento dello status di rifugiato ai sensi dell’art. 1 della Convenzione di Ginevra, che “assolutamente” esulava dal contenuto della sua domanda, limitata al riconoscimento della protezione sussidiaria e, in subordine, della protezione umanitaria.

1.2. Il motivo è evidentemente inammissibile per difetto di interesse; il fatto che il Tribunale si sia pronunciato anche sullo status di rifugiato, a cui C.S. non ambiva, sia pur dopo aver rilevato che esso non era stato “espressamente domandato dal ricorrente”, non ha determinato per lui alcun pregiudizio, neppure in tema di spese processuali, su cui il Tribunale non si è pronunciato in difetto di costituzione della Commissione territoriale.

2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione di legge in relazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 10 e 11, per non avere il Tribunale proceduto alla sua audizione.

2.1. Il motivo è inammissibile.

In primo luogo, il Tribunale ha espressamente motivato sulla non necessità del rinnovo dell’audizione, per il carattere completo ed esaustivo dell’audizione espletata in sede amministrativa e ha aggiunto che l’incombente era stato comunque disposto senza che il richiedente asilo si fosse presentato all’udienza all’uopo fissata (pag. 4, primo periodo).

Al riguardo, il ricorrente si limita a dichiarare di non comprendere bene quanto statuito dal Tribunale perché dai verbali di udienza non constava la sua mancata comparizione, né tantomeno una sua rinuncia alla richiesta audizione.

Il che, evidentemente, difetta di pertinenza e specificità, perché, per avversare l’affermazione del Tribunale palermitano, il ricorrente avrebbe dovuto dimostrare che non era vero a) che il Tribunale lo avesse convocato o b) che egli non si fosse presentato.

2.2. In ogni caso, secondo i più recenti arresti di questa Corte, nei giudizi in materia di protezione internazionale il giudice, in assenza della videoregistrazione del colloquio svoltosi dinanzi alla Commissione territoriale, ha l’obbligo di fissare l’uditenza di comparizione, ma non anche quello di disporre l’audizione del richiedente; si è precisato ulteriormente, così riprendendo e meglio definendo precedenti spunti giurisprudenziali, che a tale principio occorre derogare in alcune specifiche ipotesi, ovvero: a) allorché nel ricorso vengano dedotti fatti nuovi a sostegno della domanda (sufficientemente distinti da quelli allegati nella fase amministrativa, circostanziati e rilevanti); b) allorché sia il giudice a ritenere necessaria l’acquisizione di chiarimenti in ordine alle incongruenze o alle contraddizioni rilevate nelle dichiarazioni del richiedente; c) allorché il richiedente faccia istanza di audizione nel ricorso, precisando gli aspetti in ordine ai quali intende fornire chiarimenti e sempre che la domanda non venga ritenuta manifestamente infondata o inammissibile (Sez. 1, n. 21584 del 07/10/2020, Rv. 658982 – 01; Sez. 1, n. 22049 del 13/10/2020, Rv. 659115 – 01).

La successiva pronuncia della Sez. 1 n. 25312 dell’11.11.2020, muovendosi nello stesso solco interpretativo, ha puntualizzato che il corredo esplicativo dell’istanza di audizione deve risultare anche dal ricorso per cassazione, in prospettiva di autosufficienza; in particolare il ricorso, col quale si assuma violata l’istanza di audizione, implica che venga soddisfatto da parte del ricorrente l’onere di specificità della censura, con indicazione puntuale dei fatti a suo tempo dedotti a fondamento dell’istanza di audizione.

2.3. Il motivo, nel dar conto del contenuto del ricorso di primo grado, riferisce che la richiesta di audizione è stata invocata in modo del tutto generico, semplicemente al fine di garantire “quel minimum di fisiologia dialettica tra il richiedente e il suo giudice”, quindi senza prospettare fatti nuovi a sostegno della domanda (sufficientemente distinti da quelli allegati nella fase amministrativa, circostanziati e rilevanti) o precisare gli aspetti in ordine ai quali il ricorrente intendeva fornire chiarimenti per colmare lacune o dissipare incongruenze o contraddizioni del racconto reso in sede amministrativa.

3. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione di legge in relazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, per non avere il Tribunale riconosciuto la protezione sussidiaria.

3.1. Nella prima parte della doglianza il ricorrente si concentra sulla valutazione della situazione sociopolitica del Gambia effettuata dal Tribunale e a suo giudizio “errata”.

Il ricorrente contrasta tale valutazione, invadendo la discrezionalità del giudice del merito nell’accertamento del fatto e nella valutazione delle prove e chiedendo a questa Corte di legittimità una inammissibile ingerenza in tale giudizio, fuor dai casi, assai circoscrittiche consentono la censura del vizio motivazionale ex art. 360 c.p.c., n. 5.

3.2. Non giova al ricorrente neppure la deduzione (sorretta da riferimenti ad una nota della Farnesina dell’11.6.2020) di recenti scontri in occasione di una manifestazione di protesta contro il Presidente B..

3.2.1. In primo luogo si tratta di un documento nuovo, mai prodotto nel giudizio di merito e addirittura coevo alla decisione del Tribunale.

3.2.2. Inoltre, secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di protezione sussidiaria, del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), il conflitto armato interno, tale da comportare minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona di un civile, ricorre in situazioni in cui le forze armate governative di uno Stato si scontrino con uno o più gruppi armati antagonisti, o nelle quali due o più gruppi armati si contendano tra loro il controllo militare di un dato territorio, purché il conflitto ascenda ad un grado di violenza indiscriminata talmente intenso ed imperversante da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile rinviato nella regione di provenienza corra il rischio descritto nella norma per la sua sola presenza sul territorio, tenuto conto dell’impiego di metodi e tattiche di combattimento che incrementano il rischio per i civili, o direttamente mirano ai civili; della diffusione, tra le parti in conflitto, di tali metodi o tattiche; della generalizzazione o, invece, localizzazione del combattimento; del numero di civili uccisi, feriti, sfollati a causa del combattimento (Sez. 1, n. 5675 del 2.3.2021, Rv. 660734 – 01).

A tale arresto, fondato su di una approfondita disamina della giurisprudenza della Corte di Giustizia UE, deve essere apprestata continuità (cfr CGUE, Grande sezione, 17 febbraio 2009, causa C465/07, Elgafaji; CGUE 30 gennaio 2014, causa C-285/12, Diakite’; da ultimo CGUE, 3 Sezione del 10.6.2021 in causa C-901/19).

3.2.3. Nella specie le stesse fonti invocate dal ricorrente non riferiscono affatto di un conflitto armato interno corrispondente alla situazione così delineata dalla giurisprudenza Europea e da quella di questa Corte quale presupposto applicativo della norma invocata.

Tali fonti infatti danno conto semplicemente di una violenta manifestazione di piazza per protestare contro il Presidente eletto, con intervento della polizia per disperdere i manifestanti, con uso di lacrimogeni e proiettili di gomma e della messa al bando di un movimento politico sovversivo e violento, e descrivono pertanto una situazione non riconducibile alla nozione di conflitto armato interno sopra delineata.

3.3. Con ulteriore profilo di censura il ricorrente lamenta che non sia stato tenuto conto ai fini della protezione sussidiaria delle torture subite in Libia durante il viaggio per raggiungere l’Italia.

3.3.1. Secondo la giurisprudenza di questa Corte (Sez. 1, n. 31676 del 06.12.2018, Rv. 651895-01; Sez. 6 1, n. 29875 del 20.11.2018, Rv. 651868-01) nella domanda di protezione internazionale, l’allegazione da parte del richiedente che in un Paese di transito (nella specie la Libia) si consumi un’ampia violazione dei diritti umani, senza evidenziare quale connessione vi sia tra il transito attraverso quel Paese ed il contenuto della domanda, costituisce circostanza irrilevante ai fini della decisione, perché l’indagine del rischio persecutorio o del danno grave in caso di rimpatrio va effettuata con riferimento al Paese di origine o alla dimora abituale ove si tratti di un apolide. Il paese di transito potrà tuttavia rilevare (dir. UE n. 115 del 2008, art. 3) nel caso di accordi comunitari o bilaterali di riammissione, o altra intesa, che prevedano il ritorno del richiedente in tale paese.

Per altro verso è stato anche riconosciuto (Sez. 1,n. 13096 del 15.05.2019, Rv. 653885-01; Sez. 1, n. 1104 del 20.01.2020, Rv. 656791-01) che il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari (nella disciplina previgente al D.L. n. 113 del 2018, conv., con modif., in L. n. 132 del 2018) costituisce una misura atipica e residuale, volta ad abbracciare situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento di una tutela tipica (status di rifugiato o protezione sussidiaria), non può disporsi l’espulsione e deve provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in condizioni di vulnerabilità, da valutare caso per caso, anche considerando le violenze subite nel Paese di transito e di temporanea permanenza del richiedente asilo, potenzialmente idonee, quali eventi in grado di ingenerare un forte grado di traumaticità, ad incidere sulla condizione di vulnerabilità della persona.

Nella specie il ricorrente non ha alcuna ragione di essere rimpatriato in Libia, né adduce in modo specifico e puntuale l’esistenza di una specifica conseguenza psico-fisica traumatica rilevante ai fini della richiesta protezione umanitaria.

In particolare il ricorrente non ha indicato quando e come nel corso del giudizio avrebbe dedotto di aver subito torture in Libia e tantomeno di aver riportato specifiche conseguenze traumatiche.

4. Con il quarto motivo il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione di legge in relazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6.

4.1. In particolare, lamenta che il Tribunale non abbia riconosciuto la protezione umanitaria, trascurando di considerare che la condizione di vulnerabilità presuppone un giudizio di bilanciamento fra il grado di inserimento sociale raggiunto dal richiedente asilo e la sua condizione di provenienza.

4.2. Dal decreto impugnato risulta che il richiedente ha conseguito il livello A2 nella lingua italiana e ha instaurato un rapporto di apprendistato della durata di 24 mesi dal 10.4.2019 al 9.4.2021 comecommis di cucina.

Secondo il Tribunale, tali elementi, in difetto di una situazione di vulnerabilità personale o della accertata deprivazione dei diritti fondamentali nel Paese di origine, non configuravano un radicamento nel tessuto economico-sociale dello Stato italiano tale da essere meritevole di protezione.

4.3. La valutazione non può essere sovvertita neppure tenendo conto dei più recenti sviluppi giurisprudenziali nella nuova prospettiva ermeneutica disegnata dalla recente sentenza delle Sezioni Unite del 9.9.2021 n. 24413.

Tale sentenza ha affermato che ai fini del riconoscimento del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, deve instaurarsi una relazione di proporzionalità inversa tra fatti giuridicamente rilevanti, che impone un peculiare bilanciamento tra la condizione soggettiva del richiedente asilo e la situazione oggettiva del Paese di eventuale rimpatrio;il principio va ricondotto in termini generali al paradigma del modello di comparazione, c.d. “attenuata”, da svolgere per verificare la sussistenza dei presupposti della protezione umanitaria, che postula pur sempre, proprio per l’atipicità dei relativi fatti costitutivi, l’esigenza di procedere a valutazioni soggettive ed individuali, da svolgere caso per caso.

Pertanto ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, senza che abbia rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto in Italia, isolatamente ed astrattamente considerato; tuttavia tale valutazione comparativa deve essere compiuta attribuendo alle condizioni soggettive e oggettive del richiedente nel Paese di origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano; in presenza di un apprezzabile livello di integrazione del richiedente in Italia, se il ritorno nel Paese d’origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, per riconoscere il permesso di soggiorno.

4.4. Anche secondo il criterio della “comparazione attenuata” e anche considerando il relativo (modesto) radicamento in Italia del ricorrente, rappresentato da una conoscenza elementare della lingua italiana e da un rapporto di lavoro con finalità formative, è pur sempre necessario un raffronto tra le condizioni personali di vita in caso di rimpatrio e quelle raggiunte in Italia.

Quanto al primo termine della comparazione il ricorrente non fornisce alcun elemento, non surrogabile dalle condizioni generali del Paese di origine, ove peraltro non è stata accertata alcuna situazione di deprivazione dei diritti fondamentali.

5. Il ricorso deve quindi essere rigettato.

Nulla sulle spese in difetto di rituale costituzione dell’Amministrazione, tardivamente effettuata con un atto denominato “atto di costituzione”, non qualificabile come controricorso, in difetto diesposizione dei motivi di diritto su cui si fonda, costituendone requisito essenziale (cfr. Sez. 5, n. 17030 del 16.06.2021, Rv. 661609 – 01; Sez. 3, n. 10813 del 18.04.2019, Rv. 653584 – 01; Sez. U, n. 10019 del 10.04.2019, Rv. 653596 01; Sez. 6 – 3, n. 24835 del 20.10.2017, Rv. 645928 – 01Sez. 6 3, n. 16921 del 07.07.2017, Rv. 644947 – 01).

PQM

La Corte;

rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 17 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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