Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38725 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. lav., 06/12/2021, (ud. 27/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38725

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – rel. Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6566/2020 proposto da:

A.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEL CASALE

STROZZI N. 31, presso lo studio dell’avvocato LAURA BARBERIO,

rappresentato e difeso dall’avvocato FRANCESCO TARTINI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI VERONA, in persona

del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ex lege

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 3205/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 30/07/2019 R.G.N. 4498/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

27/10/2021 dal Consigliere Dott. CARLA PONTERIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. La Corte d’appello di Venezia ha respinto l’appello proposto da A.L., cittadino nigeriano, avverso l’ordinanza del Tribunale che, confermando il provvedimento emesso dalla competente Commissione Territoriale, aveva negato al richiedente il riconoscimento della protezione internazionale e umanitaria.

2. Il ricorrente aveva narrato di essere fuggito dalla Nigeria perché un gruppo di seguaci della setta degli (OMISSIS) voleva affiliarlo assieme ad un amico. In particolare, alcune persone appartenenti alla setta, a fronte del loro rifiuto di adesione, avevano iniziato a malmenarli cagionando la morte del suo amico. Egli era riuscito a fuggire ed aveva deciso di lasciare il Paese senza neppure denunziare il fatto alla polizia.

3. La Corte di appello ha confermato il giudizio di inattendibilità del giudice di primo grado, alla luce delle dichiarazioni contraddittorie e intrinsecamente illogiche del ricorrente; ha rilevato che correttamente era stato negato lo status di rifugiato in quanto la vicenda narrata non poteva essere ricondotta ad una persecuzione proveniente dallo Stato e da forze governative; ha rilevato che l’appellante non aveva censurato in modo specifico i passaggi motivazionali del provvedimento impugnato che aveva incentrato la valutazione di non credibilità sulla diversa versione resa dal richiedente nell’immediatezza dello sbarco, cioè di essersi affiliato alla setta ma di volerne uscire perché la stessa era tropo violenta.

4. La Corte di merito ha escluso i presupposti della protezione sussidiaria – art. 14, lett. a) e b) – rilevando che il ricorrente non aveva mai fatto cenno alla situazione generale del Paese d’origine, quale fonte di effettivo pericolo per la sua incolumità in caso di rimpatrio; riguardo alla protezione sussidiaria di cui all’art. 14 lett. c), ha accertato la mancanza, nel Paese di provenienza, di una situazione di violenza generalizzata o di conflitto armato, tenuto conto delle fonti internazionali, espressamente indicate e aggiornate al 2018.

5. Ai fini della protezione umanitaria, i giudici di secondo grado hanno evidenziato che nel valutare la vulnerabilità della persona non potevano essere valorizzate le condizioni di instabilità politica del Paese di origine e che, comunque, assumeva rilievo decisivo la valutazione di non credibilità della narrazione ricorrente.

6. La Corte d’appello ha infine revocato l’ammissione del ricorrente al patrocinio a spese dello Stato.

7. Avverso tale sentenza il richiedente la protezione ha proposto ricorso per cassazione affidato a otto motivi.

8. Il Ministero dell’Interno si è costituito ai soli fini dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa ai sensi dell’art. 370 c.p.c., comma 1.

Diritto

CONSIDERATO

che:

9. Col primo motivo di ricorso si censura la sentenza d’appello per motivazione inesistente o apparente in relazione alla non credibilità del ricorrente (art. 360 c.p.c., n. 4).

10. Col secondo motivo è dedotta violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 3, 4 e 5; D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 35 bis n. 9; D.Lgs. n. 251 del 2007. art. 14, lett. b), (art. 360 c.p.c., n. 3);

11. Col terzo motivo è dedotto il vizio di motivazione apparente, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4.

12. Il secondo e terzo motivo censurano il mancato accertamento, tramite fonti COI specifiche ed aggiornate, della corrispondenza del racconto con le informazioni generali disponibili sulla (OMISSIS).

13. Col quarto motivo di ricorso è dedotta violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 35 bis, n. 9 (art. 360 c.p.c., n. 3).

14. Col quinto motivo si censura la sentenza d’appello per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio posto a fondamento della domanda di protezione sussidiaria (art. 360 c.p.c., n. 5).

15. Col sesto motivo è dedotto il vizio di motivazione apparente, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4.

16. I motivi dal quarto al sesto investono la mancata valutazione della situazione interna del Delta del Niger quale presupposto per il riconoscimento della protezione sussidiaria.

17. Col settimo motivo è dedotta violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 35 bis, n. 9 (art. 360 c.p.c., n. 3).

18. Con l’ottavo motivo si censura la sentenza d’appello per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio posto a fondamento della domanda di protezione umanitaria (art. 360 c.p.c., n. 5).

19. Con il nono motivo è dedotto il vizio di motivazione apparente, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4.

20. Con i motivi dal settimo al nono si censura la mancata valutazione della situazione interna del Delta del Niger quale presupposto per il riconoscimento della protezione umanitaria.

21. Il ricorso merita accoglimento nei limiti di seguito indicati.

22. I primi tre motivi possono essere esaminati congiuntamente in quanto afferenti alla valutazione sulla credibilità del richiedente.

23. Anzitutto, osserva il Collegio come la valutazione di credibilità del racconto del richiedente la protezione internazionale, da condurre nel rispetto dei canoni legalmente previsti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, non integri solo un apprezzamento di fatto rimesso alla valutazione del giudice del merito, ma è censurabile in cassazione anche sotto il profilo della violazione di legge (v. Cass. n. 151 del 2021).

24. Nel caso di specie, la Corte territoriale ha omesso di articolare la valutazione di credibilità in relazione a ciascuno dei parametri di attendibilità rilevanti ai sensi del citato art. 3, comma 5, omettendo di applicare i canoni legali di interpretazione delle dichiarazioni del richiedente e di rispettare la struttura “procedimentale” e “comprensiva” del ragionamento argomentativo imposto ai fini del controllo di quelle dichiarazioni.

25. Si è ulteriormente precisato che del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. e), là dove prevede che, ai fini della valutazione di credibilità, si debba verificare anche se il richiedente sia “in generale attendibile”, va interpretato nel senso che il racconto debba essere considerato credibile “nel suo insieme”, attribuendo all’espressione “in generale” utilizzata dalla norma il valore semantico di “complessivamente” o “globalmente”, benché non si possa escludere, in astratto, che una specifica incongruenza, per il ruolo della circostanza narrata, possa inficiare del tutto la valutazione di credibilità del ricorrente (v. Cass. n. 24183 del 2020).

26. La sentenza impugnata, nello svolgere tale apprezzamento, si è limitata a valorizzare aspetti secondari, come la discrepanza tra quanto riferito dal richiedente nella immediatezza dello sbarco e quanto poi narrato in sede di audizione sulla sua adesione alla setta, senza svolgere una valutazione complessiva e globale delle dichiarazioni raccolte e senza neanche spiegare perché la discrepanza rilevata fosse idonea a inficiare la verosimiglianza dell’intero racconto.

27. Non solo, la valutazione di non credibilità è stata eseguita dalla Corte di merito senza alcuna previa indagine sul modo di operare dei seguaci della setta degli (OMISSIS), sebbene il racconto del richiedente non potesse essere adeguatamente valutato a prescindere dalla ricostruzione del contesto sociale e culturale in cui gli eventi si sarebbero svolti.

28. All’esito della rinnovata valutazione di credibilità dovrà essere vagliata la domanda di protezione sussidiaria di cui dell’art. 14 cit., lett. a) e b), venendo in rilievo comportamenti astrattamente suscettibili di integrare i trattamenti inumani e degradanti posti in essere da soggetti non statuali, rilevanti ai sensi del combinato disposto del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b) e art. 5, lett. c), (Sez. 6 – 1, n. 3758 del 15/02/2018; n. 3717 del 2021).

29. Anche i motivi dal quarto al sesto, concernenti il mancato riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), risultano fondati.

30. Questa Corte ha chiarito che, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), è dovere del giudice verificare, avvalendosi dei poteri officiosi di indagine e di informazione di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, se la situazione di esposizione a pericolo per l’incolumità fisica indicata dal ricorrente, astrattamente riconducibile ad una situazione tipizzata di rischio, sia effettivamente sussistente nel Paese nel quale dovrebbe essere disposto il rimpatrio, sulla base ad un accertamento che deve essere aggiornato al momento della decisione (Sez. 6 – 1, n. 17075 del 28/06/2018, Rv. 649790 – 01), e specifico, nel senso che deve dar conto delle fonti di informazione consultate (Sez. 6 – 1, n. 11312 5 del 26/04/2019, Rv. 653608 – 01): infatti “Il riferimento operato dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, alle “fonti informative privilegiate” deve essere interpretato nel senso che è onere del giudice specificare la fonte in concreto utilizzata e il contenuto dell’informazione da essa tratta e ritenuta rilevante ai fini della decisione, così da consentire alle parti la verifica della pertinenza e della specificità di tale informazione rispetto alla situazione concreta del Paese di provenienza del richiedente la protezione” (Sez. 1 -, n. 13449 del 17/05/2019, Rv. 653887 – 01). Inoltre, il requisito della individualità della minaccia grave alla vita o alla persona di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), non è subordinato, in conformità alle indicazioni della Corte di Giustizia UE (sentenza 17 febbraio 2009, in C-465/07), vincolante per il giudice di merito, alla condizione che il richiedente “fornisca la prova che egli è interessato in modo specifico a motivo di elementi peculiari della sua situazione personale”, in quanto la sua esistenza può desumersi anche dal grado di violenza indiscriminata che caratterizza il conflitto armato in corso, da cui dedurre che il rientro nel Paese d’origine determinerebbe un rischio concreto per la vita del richiedente (Sez. 6 – 1, n. 16202 del 30/07/2015, Rv. 636614 – 01).

31. In base a tali condivisibili principi, incorre nella violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, oltre che nel vizio di motivazione apparente, la pronuncia che, nel prendere in considerazione la situazione generale esistente nel paese di origine del richiedente, si basi su fonti informative non aggiornate o comunque si limiti a valutazioni generiche e parziali, senza indicare i dati esaminati per giungere alle conclusioni assunte, eludendo la necessaria complessità dell’indagine richiesta.

32. Ciò è quanto avvenuto nel caso di specie, in cui il Collegio di merito, attraverso un generico richiamo a fonti risalenti al 2016, confermate nel 2018, ha ritenuto che “l’occupazione, grazie all’azione coordinata di forze militari di più Stati, è ora limitata nella zona nord est del paese, mentre l’attuale ricorrente proviene dall’Edo State, ovvero dalla zona posta a sud del paese, nell’area del delta del Niger” e che “la circostanza che il paese sia stato teatro di attentati terroristici…non configura una condizione di guerriglia diffusa, senza alcun controllo delle autorità statali, non sussistendo, d’altro canto, paesi che possano dirsi immuni dalla minaccia terroristica”, in tal modo non adempiendo in maniera esaustiva e completa al dovere di cooperazione istruttoria. Nel ricorso per cassazione (pagg. 25-28) sono riportati alcuni paragrafi del Rapporto Easo 2018, richiamato nella stessa sentenza impugnata, che descrivono in termini di conflitto di lunga durata la situazione interna del Delta del Niger.

33. Anche i motivi dal settimo al nono, con cui si censura il mancato riconoscimento della protezione umanitaria, sono fondati.

34. La Corte d’appello ha in proposito osservato che “nel valutare la vulnerabilità della persona non possono essere valorizzate le condizioni di instabilità politica del paese e comunque il riconoscimento della protezione umanitaria incontra un ostacolo insuperabile nella valutazione di non credibilità della narrazione, che questa Corte condivide”.

35. Il percorso motivazionale della sentenza impugnata si pone in antitesi con quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità, e recentemente precisato dalle Sezioni Unite (sentenza n. 24413 del 2021), secondo cui “In base alla normativa del T.U. Imm. anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia. Tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese di origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano. Situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese di origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia…”.

36. Nel caso di specie, la valutazione comparativa, secondo il descritto il criterio inversamente proporzionale, è stata del tutto omessa sulla base di motivazioni errate in diritto, in quanto fondate sull’assunto di irrilevanza delle condizioni del Paese di origine e del ruolo ostativo della non credibilità del racconto del richiedente, peraltro oggetto di statuizione ora cassata.

37. Per le ragioni esposte il ricorso deve essere accolto nei limiti di quanto specificato e, cassata la sentenza impugnata, la causa va rinviata alla medesima Corte d’appello, in diversa composizione, che procederà ad un nuovo esame della fattispecie alla luce dei principi sopra richiamati, oltre che alla regolazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’appello di Venezia, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza, il 27 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

 

 

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