Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38718 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. I, 06/12/2021, (ud. 11/11/2021, dep. 06/12/2021), n.38718

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco A. – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14245/2019 proposto da:

D.R.L., elettivamente domiciliata in Roma, Via Giuseppe

Ferrari, 4, presso lo studio dell’Avvocato Maurilio Prioreschi, e

rappresentata e difesa, congiuntamente e disgiuntamente, dagli

Avvocati Maria Matilde Cionini, e Silvia Tortorella, per procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Z.F., elettivamente domiciliato in Roma, Via Nomentana n.

257, presso lo studio dell’avvocato Gianfranco Dosi, e rappresentato

e difeso dall’Avvocato Sandra Pantaleone, per procura speciale in

calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello dell’Aquila, n. 2020 del

2018, depositata il 26/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio

dell’11/11/2021 dal Cons. Dott. Laura Scalia;

lette le conclusioni scritte del P.M., in persona del Sostituto

Procuratore Generale Dott.ssa CERONI Francesca, che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Il Tribunale di Pescara in un giudizio introdotto da D.R.L. per la separazione personale dal marito, Z.F., disponeva la corresponsione di un assegno di mantenimento in favore della prima ed a carico del marito nella misura di Euro 750,00 mensili e di un contributo al mantenimento dei figli, P. e C., nati, rispettivamente, il (OMISSIS) ed il (OMISSIS), di Euro milleduecento mensili, complessivi, oltre al rimborso delle spese straordinarie al 50%, rigettando la domanda di addebito.

2. La Corte d’Appello dell’Aquila, con la sentenza in epigrafe indicata, pronunciando su impugnazione di D.R.L. ed in riforma della sentenza di primo grado: ha rideterminato l’assegno per il mantenimento del coniuge in Euro mille mensili; ha dichiarato cessato l’obbligo del padre di mantenimento del figlio P. e di corresponsione del relativo contributo alle spese straordinarie; ha disposto l’aumento in Euro ottocento mensili dell’assegno per il mantenimento della figlia C..

3. D.R.L. ricorre con quattro motivi, per la cassazione della sentenza di appello.

4. Resiste con controricorso, illustrato da memoria, Z.F..

5. Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 380 bis.1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la ricorrente deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’art. 342 c.p.c., comma 1.

La Corte territoriale ha erroneamente dichiarato inammissibile il motivo di appello con cui D.R.L. aveva dedotto la tardività della produzione documentale effettuata da controparte, relativamente a n. 14 documenti allegati all’istanza del 13 ottobre 2016, qualificata come “istanza urgente di revoca e/o modifica delle condizioni della separazione”, dopo che erano spirati i termini per il deposito di memorie istruttorie, al fine di ottenere la riduzione degli assegni fissati in sede presidenziale in favore di coniuge e figli.

La difesa dell’appellante aveva richiesto nel giudizio di primo grado di andare a conclusioni sulla scorta della prova documentale che si era formata prima della scadenza dei termini di legge ed era stato violato il contraddittorio sulle produzioni effettuate oltre tali termini.

Il tribunale avrebbe dovuto espungere quella documentazione dagli atti del giudizio e la Corte d’appello non ritenere la genericità del motivo, perché non indicativo dei documenti e del loro rilievo ai fini della decisione, adottando, in tal modo, una motivazione sull’ammissibilità del motivo in violazione dell’art. 342 c.p.c..

L’appellante aveva infatti segnalato la tardività della produzione di cui non si era avveduto il tribunale e, quindi, che la decisione adottata dal primo giudice, di riduzione degli assegni rispetto alle statuizioni presidenziali (da Euro quattromila ad Euro milleottocento) per il ritenuto progressivo impoverimento di Z., era stata fondata sui documenti contabili allegati ad una istanza incidentale di revoca-modifica dei provvedimenti.

La Corte di merito aveva da un canto ritenuto generiche le contestazioni e dall’altro motivato, nel merito, sulle deduzioni dell’appellante in ordine all’efficacia probatoria dei documenti allegati – nella loro capacità di confortare il dato della contrazione dei redditi dello Z. – sia quanto all’esposizione debitoria della farmacia con le banche che all’assegno vitalizio disposto dal coniuge in favore del proprio padre.

La ricorrente contesta il giudizio di inammissibilità sul motivo di appello formulato dalla Corte di merito, deducendo che ai fini della specificità del mezzo proposto non è necessario far valere la capacità di ogni documento – illegittimamente transitato nel giudizio di primo grado in violazione della regola del contraddittorio e delle connesse esigenze di difesa – di orientare il convincimento del giudice in ragione della motivazione da questi adottata e che, quindi, resti estraneo al giudizio di “non specificità” quello di “rilevanza” del mezzo.

1.1. Il motivo è infondato.

Se pure, all’evidenza, il principio di diritto di cui questa Corte si è fatta portatrice a far data da SU n. 27199 cit., nel rimarcare le differenze tra l’appello quale revisio prioris instantiae e l’impugnazione a critica vincolata, esclude che ai fini dell’ammissibilità del motivo ex art. 342 c.p.c., sia necessaria la prospettazione di un alternativo progetto di decisione e quindi l’analitica indicazione delle emergenze di causa rilevanti, investite non equivocamente dalla censura, ciò non toglie che in una fattispecie in cui si censuri la sentenza di primo grado per avere deciso in ragione di una prova tardivamente introdotta in giudizio, in violazione dei termini processuali entro i quali le parti definiscono il tema di prova (art. 183 c.p.c., comma 6), la questione in contestazione non è solo quella della tardività della produzione, ma anche quella della rilevanza della prova ai sensi dell’art. 342 c.p.c., comma 1, n. 2.

La Corte d’appello ha infatti ritenuto generico il motivo per la mancata indicazione dei documenti su cui la censurata decisione avrebbe poggiato e, comunque, per l’indimostrata circostanza che il tribunale avesse deciso proprio sulle prove documentali illegittimamente acquisite e rilevanti.

La ricorrente, d’altra parte, non riesce a vincere siffatto giudizio nella parte in cui deduce davanti a questa Corte che i quattordici documenti allegati all’istanza di revoca-modifica avanzata da Z. del 13 ottobre 2016 dimostrerebbero il carattere fittizio della esposizione debitoria della farmacia su cui pure il primo avrebbe ottenuto la riduzione degli assegni da versarsi a coniuge e figli.

I documenti non sono infatti indicati, limitandosi, piuttosto, la ricorrente ad affermare che si tratterebbe di documenti “inerenti situazioni riepilogative contabili della Farmacia Zenobi del 2011, 2012, 2013 2014” (p. 23 ricorso) e nella parte in cui la prima ne contesta la portata, ciò fa deducendone una generica incapacità a sostenere la “riduzione degli utili” della farmacia (p. 21 ricorso) e non, più puntualmente, il carattere fittizio dell’incremento della esposizione debitoria” di quell’esercizio.

Nessun puntuale contrasto è neppure con il rilievo operato dalla Corte d’appello circa la correttezza del giudizio formulato dal tribunale sulla “notevole esposizione debitoria della farmacia con le banche”; il motivo dedotto non è concludente lasciando impregiudicato il tema che fosse proprio il carattere fittizio dell’esposizione debitoria verso i creditori ad integrare l’estremo contestato e rilevante.

1.2. Ai fini della specificità del motivo di appello l’odierna ricorrente, appellante, non può limitarsi a far valere la violazione del contraddittorio e dei termini processuali di definizione del tema di prova nel giudizio di merito, ma è chiamata a rappresentare a questa Corte di avere dedotto dinanzi al giudice di secondo grado come quella prova, illegittimamente transitata in giudizio, abbia orientato l’impugnata decisione di primo grado, incidendo, con carattere di decisività, sulla stessa.

Per l’ammissibilità, ai sensi dell’art. 342 c.p.c., comma 1, n. 2 del motivo di appello, il ricorrente deve confutare, pur senza adozione di forme solenni, nella natura di giudizio di “revisio prioris instantiae” dell’appello, la decisione impugnata per quei contenuti che consentano di qualificare come rilevanti le censure proposte.

Il ricorrente in cassazione, per far valere l’errato giudizio di inammissibilità sul motivo di impugnazione formulato dal giudice di appello, deve riportare davanti questa Corte quella parte della motivazione che, adottata dal giudice di primo grado, dia conto della decisività avuta, nell’economia della sentenza appellata, dalle produzioni documentali, di cui pure si contesti l’illegittimità per contrasto con i principi del contraddittorio e l’inosservanza dei termini processuali di decadenza nella formazione della prova.

Tanto non è dato riscontrare in ricorso là dove, nella inosservanza del canone dell’autosufficienza, vengono riportati i soli contenuti dell’atto di appello (p. 20 e ss.), segnalandosi che, sulla scorta dei documenti indebitamente transitati in giudizio, sarebbe “scaturita la notevole quanto iniqua contrazione degli assegni di mantenimento in sentenza (quella di primo grado) rispetto alla ben più equa previsione presidenziale” senza, però, ulteriore precisazione sui contenuti di questi ultimi.

Anche nella parte in cui la ricorrente ritiene di poter argomentare sull’illegittimità del giudizio di inammissibilità dalle conclusioni raggiunte dalla Corte d’appello – che, nel dare conferma della veridicità della esposizione debitoria della farmacia verso le banche e del vitalizio disposto dallo Z. in favore del proprio genitore, si sarebbe avvalsa proprio della documentazione illegittimamente acquisita agli atti del giudizio di primo grado – ciò fa limitandosi a dare atto di un esito, senza una puntuale allegazione della ricomprensione dei due eventi (esposizione debitoria; vitalizio al padre) nella documentazione prodotta.

1.3. L’art. 342 c.p.c., comma 1, n. 2, contiene allora sia la regola a cui deve attenersi il giudice di appello nel formulare il giudizio di inammissibilità del motivo dinanzi a sé proposto sia il modello di censura ai cui contenuti deve conformarsi l’appellante nella formulazione del motivo stesso.

La Corte di appello si è attenuta all’indicato canone interpretativo nel segnalare la genericità e mancanza di rilevanza del motivo dinanzi a lei proposto e la censura condotta nel ricorso per cassazione, che di quel canone non riesce a definire la violazione, e’, come tale, infondata.

2. Con il secondo motivo la ricorrente fa valere, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame di un fatto decisivo integrato dalla determinazione dei redditi delle parti e della loro capacità patrimoniale.

La ricorrente deduce di aver richiesto in appello la riforma della sentenza di primo grado che aveva ridotto l’assegno di mantenimento da Euro millequattrocento disposti in sede presidenziale ad Euro settecentocinquanta mensili.

La parte aveva richiesto che venisse posto a carico dello Z. l’obbligo di corrispondere a titolo di contributo per il mantenimento dei figli la complessiva somma di Euro duemilaseicento e denuncia la fittizietà della posta passiva portata dalla nelle scritture contabili della farmacia per Euro 838.525,00 presente nel bilancio 2014 e l’omesso esame del fatto decisivo integrato dalla reale entità degli utili della farmacia Z. da ricostruirsi, anche ufficiosamente, ex art. 337-ter c.c., comma 6.

La Corte aquilana, nel ritenere “incomprensibili” e “meramente congetturali” le critiche mosse dall’appellante alla ricostruzione delpatrimonio e dei redditi dello Z. operata in primo grado, aveva omesso di esaminare la reale entità degli utili della farmacia Z. negli anni di riferimento e quindi la reale entità dei redditi dell’onerato, titolare dell’esercizio.

2.1. Il motivo è inammissibile perché là dove denuncia l’omessa valutazione di un fatto che si vorrebbe integrato dalla reale entità dei redditi delle parti, esso contesta invece le valutazioni di merito condotte nell’impugnata sentenza rispetto alle quali propone una alternativa lettura sul carattere fittizio delle poste negative di debito della farmacia dell’obbligato all’assegno.

2.2. A fronte della identità di ratio delle decisioni adottate in primo e secondo grado, vero è poi che una critica sulla motivazione resta, in ogni caso, preclusa ai sensi dell’art. 348-ter c.p.c., commi 4 e 5.

3. Con il terzo motivo la ricorrente deduce la violazione dell’art. 337-ter c.c., comma 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

La Corte d’appello aveva disposto, nel riconosciuto sopravvenire del fatto nuovo in appello, integrato dal raggiungimento dell’autosufficienza economica del figlio assunto da Luxottica, con uno stipendio di Euro milleseicentosettanta mensili a far data dall'(OMISSIS), la revoca del contributo al mantenimento di P., onere già posto a carico del padre nella misura di Euro seicento mensili ed aveva, nel contempo, incrementato quello per la figlia C. di soli Euro duecento, con conseguente sua complessiva determinazione in Euro ottocento, in violazione del principio proporzionalità ex art. 337-ter c.c., comma 4.

La Corte di merito aveva mancato di dare ricostruzione al reddito della farmacia su cui poi determinare la misura del contributo.

3.1. Il motivo si espone alle ragioni di inammissibilità indicate sub n. 2.

3.2. Il motivo è inoltre generico perché deduce la violazione del criterio di proporzionalità senza indicare come, e su quali basi, la Corte di merito avrebbe dovuto decidere diversamente, essendo connaturato al richiamato giudizio di proporzionalità il riferimento ai redditi dell’altro genitore tenuto a concorrere al mantenimento e di cui non è menzione nella proposta critica.

La regola di cui si fa portatore il motivo, secondo la quale il venir meno del contributo al mantenimento di un figlio per sopravvenuta autosufficienza deve tradursi in un pari incremento del contributo da versarsi per l’altro, è autoreferenziale ed infondata.

La norma (art. 337-quater c.c.) chiama i genitori a contribuire al mantenimento dei figli con riferimento a parametri in cui non si coglie il richiamo alle capacità espansive di reddito del genitore onerato fino alla misura espressa dal pari contributo nel passato versato per altro figlio e venuto meno per causa sopravvenuta.

4. Con il quarto motivo la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 156 c.c., commi 1 e 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

L’assegno stabilito a carico del marito per il mantenimento della moglie era stato quantificato erroneamente, in violazione dell’art. 156 c.c., comma 1, per omesso esame dei redditi effettivi del coniuge obbligato.

4.1. Il motivo è inammissibile non potendo la mancata valutazione dei reali redditi del coniuge obbligato integrate il fatto storico decisivo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ai fini della decisione e, ancora, nel combinato tra l’art. 348-ter c.p.c., comma 5 e l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

4.2. Il motivo è inoltre infondato là dove la ricorrente si duole nella determinazione dell’assegno del fatto che siano stati ignorati i possibili incrementi futuri della situazione economico-patrimoniale del soggetto obbligato là dove la prima ben potrà dimostrare siffatti incrementi accedendo ad istanza di modifica delle condizioni di separazione.

5. In via conclusiva il ricorso è infondato e come tale va rigettato e la ricorrente condannata al pagamento delle spese processuali, secondo soccombenza, come in dispositivo indicato.

Si dà atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Si dispone che ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento.

PQM

La Corte, rigetta il ricorso e condanna la ricorrente D.R.L. a rifondere a Z.F. le spese di lite che liquida in Euro 5.000,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi oltre spese generali al 15% forfettario sul compenso ed accessori di legge.

Si dà atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Si dispone che ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 11 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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