Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38711 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. III, 06/12/2021, (ud. 22/09/2021, dep. 06/12/2021), n.38711

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA INTERLOCUTORIA

sul ricorso iscritto al n. 22455/2019 R.G. proposto da:

O.R., rappresentata e difesa dal Prof. Avv. Ferruccio

Auletta, dal Prof. Avv. Francesco Munari e dal Prof. Avv. Remo

Dominici, con domicilio eletto presso lo studio del primo in Roma,

via Monte Zebio, 43;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Economia e delle Finanze (“MEF”), in persona del

Ministro pro tempore, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, in

persona del Direttore pro tempore, e Commissione dell’Unione

Europea, in persona del Presidente pro tempore, tutti rappresentati

e difesi ed elettivamente domiciliati ex lege presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, con sede in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

– controricorrenti e ricorrenti incidentali –

e nei confronti di:

M.M., Mo.Ma., Ma.Pa. e

P.M.;

– intimati –

nonché sul ricorso proposto da:

M.M., rappresentato e difeso dall’Avv. Pierantonio

Rovatti, con domicilio eletto in Roma, via Sabotino, n. 46, presso

lo studio dell’Avv. Federica D’Angelo;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Economia e delle Finanze (“MEF”), in persona del

Ministro pro tempore, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, in

persona del Direttore pro tempore, e Commissione dell’Unione

Europea, in persona del Presidente pro tempore, tutti rappresentati

e difesi ed elettivamente domiciliati ex lege presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, con sede in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

– controricorrenti e ricorrenti incidentali –

e nei confronti di:

O.R., Mo.Ma., Ma.Pa. e

P.M.;

– intimati –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Venezia, n. 2420/2019

depositata il 13 giugno 2019;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 22 settembre

2021 dal Consigliere Emilio Iannello.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. O.R. e M.M. vennero tratti a giudizio, insieme con altri, avanti il Tribunale di Verona, per rispondere del delitto p. e p. dall’art. 110 c.p., e art. 81 c.p., comma 2; D.P.R. n. 43 del 1973, art. 292, art. 295, comma 2, lett. c), e comma 3, e dall’art. 301, (Testo Unico delle disposizioni legislative in materia doganale), in relazione ai Regolamenti CE 28 ottobre 1998, n. 2362/98 e 12 ottobre 1992, n. 2913/92 per avere – la prima, quale procuratrice e componente del consiglio d’amministrazione della S.I.M.B.A. S.p.a.; il secondo quale amministratore unico della Rico Italia S.r.l., presidente del consiglio d’amministrazione della Nuova Rico Italia S.r.l. e presidente del consiglio d’amministrazione della Cori S.r.l. -sottratto, in concorso con altri, dal 10 maggio 1999 al 30 novembre 2000, al pagamento dei diritti di confine effettivamente dovuti, 5741,76 tonnellate di banane provenienti da paesi terzi rispetto all’Unione Europea; con l’aggravante di cui al D.P.R. n. 43 del 1973, art. 295, comma 3, risultando i diritti di confine dovuti pari a Euro 355.358,41 (capo A d’imputazione).

Secondo l’accusa gli imputati avevano corrisposto diritti di confine nella misura ridotta di Euro 75, o non li avevano corrisposti affatto, violando, attraverso fittizie interposizioni di soggetti giuridici nelle operazioni di importazione poste in essere, il divieto, sancito dall’art. 21, ultimo paragrafo, del Regolamento CE n. 2362/98, di trasferire agli importatori di banane c.d. “tradizionali” i diritti di importazione a dazio agevolato derivanti dall’utilizzo di certificati intestati ad altre aziende ammesse a godere di tale beneficio in quanto “operatori nuovi arrivati”.

Ciò, in particolare, attraverso i seguenti passaggi: a) S.I.M.B.A. S.p.a. acquistava in territorio extracomunitario partite di banane; b) la stessa S.I.M.B.A. S.p.a. successivamente rivendeva le stesse partite di banane, fatturandole all’operatore nuovo arrivato Rico Italia S.r.l.; c) la Rico Italia s.r.l. a sua volta rivendeva formalmente e fatturava ai diversi importatori nuovi arrivati (rappresentati dai soggetti indicati ai nn. 4 e successivi dell’imputazione) le banane al medesimo prezzo d’acquisto praticato dalla S.I.M.B.A. S.p.a.; d) le banane venivano quindi sdoganate a dazio agevolato mediante l’utilizzo di titoli Agrim intestati ai singoli operatori nuovi arrivati, in possesso della S.I.M.B.A. S.p.a.; e) le operazioni di sdoganamento venivano eseguite sempre dallo stesso spedizioniere e i relativi pagamenti venivano sempre effettuati anticipatamente dalla S.I.M.B.A. S.p.a.; f) ciascuno degli importatori nuovi arrivati rivendeva le banane, nazionalizzate, alla Rico Italia S.r.l.; g) la Rico Italia S.r.l., infine, rivendeva a sua volta tutte le banane sistematicamente alla S.I.M.B.A. S.p.a., a un prezzo prestabilito.

Con una seconda imputazione (capo B) ai predetti venne anche contestato il reato p. e p. dall’art. 110 c.p., e art. 81 c.p., comma 2, in combinato disposto con gli artt. 48 e 480 c.p., per avere, in concorso tra loro e con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, mediante la produzione di documentazione falsamente attestante l’esistenza delle condizioni prescritte – e, in particolare la previa esecuzione di operazioni di importazione nell’anno 1999, trattandosi in realtà di operazioni eseguite dalla S.I.M.B.A. S.p.a. – indotto il dirigente del Ministero del commercio con l’estero ad iscrivere falsamente le società Rico Italia S.r.l. e Nuova Rico Italia S.r.l. nell’elenco degli operatori abilitati e a rilasciare i conseguenti certificati Agrim.

Nel procedimento si costituirono parti civili, allo scopo di richiedere il risarcimento dei danni subiti, il Ministero dell’economia e delle finanze, l’Agenzia delle dogane, la Commissione Europea, quale organo esecutivo dell’Unione Europea.

2. Con sentenza del 21 dicembre 2005, il Tribunale di Verona dichiarò M.M. responsabile dei reati a lui ascritti ai capi A

e B della rubrica, limitatamente, quanto al capo A, alle operazioni di contrabbando poste in essere quale legale rappresentante della Nuova Rico Italia S.r.l. e della Cori S.r.l., e lo condannò alla pena di legge e al risarcimento del danno in favore delle parti civili, da liquidarsi in separato giudizio civile, con pagamento di una provvisionale di Euro 286.607,96 in favore del Ministero dell’economia

e delle finanze e dell’Agenzia delle dogane, ma non in favore della Commissione Europea.

Con la stessa sentenza il Tribunale assolse, invece, O.R. dal reato di cui al capo A limitatamente alle operazioni di contrabbando riferibili a Nuova Rico Italia s.r.l. e Cori s.r.l., perché il fatto non costituisce reato, e la assolse altresì dalla imputazione di cui al capo B e da quella di cui al capo A relativa alle altre operazioni, perché il fatto non sussiste.

3. Con sentenza del 24 novembre 2011, la Corte d’appello di Venezia, giudicando sui ricorsi dell’imputato M. e delle parti civili, dichiarò inammissibile l’impugnazione proposta da queste ultime agli effetti penali; dichiarò non doversi procedere nei confronti del M., per essere i reati a lui ascritti estinti per prescrizione; confermò le statuizioni civili a carico dello stesso; confermò nel resto la sentenza di primo grado.

Premesso che, secondo l’accolta interpretazione del Reg. CE n. 2362/98 – il quale introduce la distinzione fra “operatori tradizionali”

e “operatori nuovi arrivati” e stabilisce i requisiti che tali ultimi operatori devono possedere per poter ottenere i certificati Agrim, e, quindi, operare con dazio agevolato – tali requisiti consistono nell’esercizio di un’attività commerciale come importatore nel settore degli ortofrutticoli freschi nei tre anni precedenti, a titolo autonomo, e nella realizzazione, nell’ambito di tale attività, di importazioni per un valore dichiarato in dogana pari o superiore a 400.000 ECU e premesso ancora che, quanto al primo di tali requisiti, non è necessario che le società nuove arrivate possiedano strutture fisiche (celle frigorifere) per la maturazione e la conservazione delle banane, essendo sufficiente che esse possiedano una propria entità economica preesistente, operativa effettivamente da almeno tre anni in settori merceologici analoghi; ciò premesso, la corte lagunare ritenne che, nella specie, le società esaminate – con l’eccezione di quelle del M., in relazione alle quali si era accertata la sua responsabilità penale – erano realmente esistenti ed avevano agito con effettive operazioni commerciali per le quali erano state emesse regolari fatture, acquistando banane estere e utilizzando i certificati Agrim e pagando il relativo dazio agevolato, per poi rivendere alla stessa entità commerciale, nella specie la S.I.M.B.A. S.p.a., la merce, che fisicamente non si spostava mai dal luogo dello stoccaggio.

Ritenne altresì infondato l’assunto accusatorio secondo cui l’oggetto della compravendita non sarebbero state le banane bensì i certificati Agrim, in violazione del divieto di cessione dei certificati stessi dall’operatore nuovo all’operatore tradizionale; tale assunto era basato sul rilievo che le società “nuove arrivate” non avevano in realtà affrontato alcun rischio d’impresa, per essere questo accollato di fatto interamente da Simba S.p.a.: rilievo però che la corte veneta ritenne smentito dalle prove raccolte dalle quali era emerso che l’imprenditore nuovo arrivato, allo scopo di ottenere certificati Agrim, doveva versare, un anno prima, idonea cauzione e dichiarare, con congruo anticipo, il quantitativo di banane che avrebbe avuto intenzione di acquistare, con l’alea effettiva di non riuscire a reperire la merce da importare, perdendo, così, quanto già versato, e che il pagamento del dazio gravava sull’acquirente e il prezzo della merce era legato alle fluttuazioni dei prezzi nel mercato.

Osservò infine che:

– non era ravvisabile alcuna anomalia nella prassi consistente nella vendita di banane da sdoganare da parte di un operatore tradizionale a un operatore nuovo arrivato, nella nazionalizzazione di tali banane ad opera del nuovo arrivato mediante propri certificati Agrim e nella successiva rivendita delle banane nazionalizzate allo stesso operatore tradizionale che le aveva vendute, perché ciò costituiva una consuetudine diffusa e consentita dalla normativa comunitaria applicabile;

– essendo stata verificata la reale esistenza delle ditte contraenti e delle transazioni commerciali fra i nuovi arrivati e l’operatore tradizionale S.I.M.B.A. S.p.a., doveva essere esclusa un’interposizione fittizia.

4. Interposti separati ricorsi per cassazione dalle parti civili e dal M., la Corte di cassazione, Sezione Terza Penale, con ordinanza resa all’udienza di discussione del 10 luglio 2013, sollevò ai sensi dell’art. 234, comma 3, del Trattato CE questione pregiudiziale sull’interpretazione del più volte richiamato Regolamento CE n. 2362/1998.

4.1. Chiese in particolare alla Corte di giustizia di chiarire:

i) se l’art. 11 del Regolamento CE n. 2362/98, il quale prevede a carico degli Stati membri l’onere di accertare se gli operatori che esercitano un’attività di importazione per proprio conto come entità economica autonoma quanto alla direzione, al personale e all’esercizio, debba essere interpretato nel senso che sono escluse dai benefici doganali accordati tutte le attività di importazione eseguite per conto di un operatore tradizionale qualora queste siano svolte da soggetti solo formalmente in possesso dei requisiti previsti per i “nuovi operatori” dallo stesso Regolamento;

ii) se il Regolamento CE n. 2362/98 consenta ad un operatore tradizionale di vendere banane che si trovano al di fuori del territorio dell’Unione ad un operatore nuovo arrivato accordandosi con quest’ultimo perché provveda a far entrare nel territorio dell’Unione le banane a dazio agevolato e le rivenda allo stesso operatore tradizionale ad un prezzo concordato prima dell’intera operazione, senza sopportare alcun effettivo rischio d’impresa e senza fornire alcuna organizzazione di mezzi quanto a tale operazione;

iii) se l’accordo di cui al precedente punto 2 integri una violazione del divieto di cessione di diritti dagli operatori nuovi agli operatori tradizionali di cui all’art. 21, paragrafo 2, del Regolamento CE n. 2362/98, con la conseguenza che la cessione effettuata resta priva di effetto e il dazio risulta dovuto nella misura piena e non in quella agevolata, ai sensi dell’art. 4, paragrafo 3, del Regolamento n. 2988/95.

4.2. Con sentenza 9 luglio 2015, in causa C-607/13, la Corte di Giustizia, quarta sezione, si pronunciò sulla questione nei termini seguenti:

I) il combinato disposto dell’art. 7, lett. a), e dell’art. 11 del regolamento (CE) n. 2362/98 della Commissione, del 28 ottobre 1998, recante modalità d’applicazione del regolamento (CEE) n. 404/93 del Consiglio, con riguardo al regime d’importazione delle banane nella Comunità, come modificato dal regolamento (CE) n. 1632/2000 della Commissione, del 25 luglio 2000, dev’essere interpretato nel senso che il requisito secondo cui un agente economico deve esercitare un’attività commerciale come importatore “per proprio conto e a titolo autonomo” è richiesto non solo per la registrazione di tale agente come operatore “nuovo arrivato” ai sensi di tale disposizione, ma anche per consentirgli di mantenere tale qualifica ai fini dell’importazione di banane nell’ambito dei contingenti tariffari previsti dal regolamento (CEE) n. 404/93 del Consiglio, del 13 febbraio 1993, relativo all’organizzazione comune dei mercati nel settore della banana, come modificato dal regolamento (CE) n. 1257/1999 del Consiglio, del 17 maggio 1999, sul sostegno allo sviluppo rurale da parte del Fondo Europeo agricolo di orientamento e di garanzia (FEAOG) e che modifica ed abroga taluni regolamenti;

II) l’art. 21, paragrafo 2, del Regolamento n. 2362/98, come modificato, dev’essere interpretato nel senso che esso osta a operazioni, come quelle di cui al procedimento principale, attraverso le quali un operatore nuovo arrivato acquista, con l’intermediazione di un altro operatore registrato come nuovo arrivato, merce da un operatore tradizionale prima che venga importata nell’Unione, per poi rivenderla a tale operatore tradizionale, per il tramite del medesimo intermediario, dopo averla importata nell’Unione, qualora tali operazioni integrino una pratica abusiva, circostanza che spetta al giudice del rinvio determinare;

III) l’art. 4, paragrafo 3, del Regolamento (CE, Euratom) n. 2988/95 del Consiglio, del 18 dicembre 1995, relativo alla tutela degli interessi finanziari delle Comunità, dev’essere interpretato nel senso che dall’accertamento di una pratica abusiva, in circostanze come quelle di cui al procedimento principale, consegue che l’operatore che si è artificiosamente posto in una situazione che gli consente di beneficiare indebitamente del dazio agevolato per l’importazione di banane è tenuto a pagare i dazi riguardanti i prodotti interessati, ferme restando, se del caso, le sanzioni amministrative, civili o penali previste dalla normativa nazionale.

5. Sulla scorta di tale pronunciamento la S.C., Sezione Terza Penale, emise quindi sentenza (n. 35575 del 29/08/2016) con la quale, in parziale accoglimento dei ricorsi delle parti civili e del M., annullò la sentenza d’appello limitatamente alle statuizioni civili, con rinvio al giudice civile competente per valore in grado d’appello, ai sensi dell’art. 622 c.p.p..

Nella complessa motivazione rilevò anzitutto che, affermando i surricordati principi, “la Corte di giustizia chiarisce l’ambito e la portata del quadro normativo comunitario di riferimento, attribuendo al giudice nazionale la concreta verifica delle condotte tenute dai vari soggetti interessati; verifica che, riguardando profili strettamente fattuali, è preclusa alla Corte di cassazione, perché esula dai limiti della sua cognizione delineati dall’art. 606 c.p.p., e deve dunque essere necessariamente demandata al giudice di merito”, ma reputò nondimeno necessario procedere ad “un’ulteriore analisi, che abbia per oggetto sia la normativa interna rilevante, sia la tenuta logico-giuridica della motivazione della sentenza impugnata, alla luce dei motivi di ricorso”.

5.1. “Quanto al primo aspetto – affermò – non può non tenersi conto della disciplina in materia di abuso del diritto… e oggi rappresentata dalla L. n. 212 del 2000, art. 10 bis, introdotto dal D.Lgs. n. 128 del 2015, art. 1….

“Essa assume particolare rilievo nel caso in esame, perché il suo comma 13, prevede che “Le operazioni abusive non danno luogo a fatti punibili ai sensi delle leggi penali tributarie”, ferma restando l’applicazione delle sanzioni amministrative tributarie…

“Il nucleo essenziale della nuova disciplina è costituito dal comma 1, il quale prevede che “configurano abuso del diritto una o più operazioni prive di sostanza economica che, pur nel rispetto formale delle norme fiscali, realizzano essenzialmente vantaggi indebiti”. Queste operazioni non sono opponibili all’Amministrazione finanziaria, che ne può disconoscere i vantaggi tributari determinando le imposte secondo le regole ordinarie, fermo restando il riconoscimento di quanto già versato dal contribuente…

“La previsione individua, quindi, i tre presupposti per l’esistenza dell’abuso: 1) l’assenza di sostanza economica delle operazioni effettuate; 2) la realizzazione di un vantaggio fiscale indebito; 3) la circostanza che il vantaggio è l’effetto essenziale dell’operazione”.

La S.C. evidenziò però come “l’effettiva portata del nuovo L. n. 212 del 2000, art. 10 bis, comma 13, il quale prevede l’irrilevanza penale delle condotte elusive, deve essere verificata alla luce dei precedenti orientamenti della giurisprudenza di legittimità, che invece ritenevano penalmente rilevanti tali condotte”.

Passati in rassegna precedenti relativi a fattispecie di condotte elusive secondo la previsione, ora abrogata, del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37 bis, la S.C. rammentò in particolare, con specifico riferimento ai diritti doganali, l’indirizzo secondo cui l’aver usufruito illegalmente di dazi in misura ridotta a seguito della cessione vietata dei titoli da parte di un operatore nuovo a favore di un operatore tradizionale comporta la realizzazione di una condotta integratrice del reato di contrabbando ed ha inoltre rimarcato che la previsione del D.P.R. n. 43 del 1973, art. 292, ha inteso creare un’ipotesi residuale e sussidiaria di reato a forma libera in cui soltanto l’evento è precisato, e cioè la sottrazione di merci al pagamento dei diritti di confine; ad integrare il reato sarebbe, dunque, sufficiente qualsiasi condotta idonea a produrre l’evento di cui sopra.

Evidenziò quindi l’importanza ermeneutica che, in tale contesto, aveva assunto la L. n. 212 del 2000, nuovo art. 10 bis, comma 12, il quale prevede che “in sede di accertamento l’abuso del diritto può essere configurato solo se i vantaggi fiscali non possono essere disconosciuti contestando la violazione di specifiche disposizioni tributarie”.

Secondo la S.C. tale principio “permette di escludere che vi sia elusione in presenza di una diretta violazione di norme, anche penali. Il che conferma che la disciplina dell’abuso del diritto ha applicazione solo residuale rispetto alle disposizioni concernenti la simulazione o i reati tributari, in particolare, l’evasione e la frode; con la conseguenza che tali fattispecie vanno perseguite con gli strumenti che l’ordinamento già mette a disposizione”.

5.2. Affermò conclusivamente i seguenti principi:

“a) l’abuso del diritto – che è concetto del tutto equivalente a quello di elusione fiscale – è configurabile qualora vi siano l’assenza di sostanza economica delle operazioni effettuate e la realizzazione di un vantaggio fiscale indebito che rappresenti l’effetto essenziale dell’operazione (L. n. 212 del 2000, art. 10 bis, commi 1 e 2);

“b) le operazioni abusive non danno luogo a reati puniti ai sensi delle disposizioni tributarie (comma 13);

“c) l’abuso del diritto non è configurabile in presenza di una diretta violazione di norme, con la conseguenza che, in tal caso, i fatti posti in essere non perdono la loro eventuale rilevanza penale (comma 12);

“d) l’introduzione della disciplina dell’abuso del diritto ha, per i fatti che risultino riconducibili a tale categoria, gli effetti di una abolitio criminis, con la conseguenza che la stessa opera retroattivamente senza condizioni (comma 13);

“e) la disciplina sostanziale dell’abuso del diritto è applicabile anche ai diritti doganali (D.Lgs. n. 128 del 2015, art. 1, comma 4)”.

5.3. Calando quindi tali principi alla fattispecie concreta all’esame, il Supremo Collegio penale rilevò che “come il quadro normativo comunitario, anche il nuovo quadro normativo interno, così delineato, impone di per sé una rivalutazione della fattispecie concreta, per individuare se vi sia stata violazione diretta o elusione”.

Nell’escludere di poter procedere direttamente a una tale rivalutazione – e ciò “sia perché la stessa ha natura fattuale, sia perché… la motivazione della sentenza impugnata presenta profili di manifesta illogicità che renderebbe comunque necessario il suo annullamento con rinvio” – la S.C. individuò in particolare tali profili di manifesta illogicità con riferimento: a) alla ritenuta infondatezza della tesi dell’accusa in ordine all’inesistenza del rischio d’impresa; b) all’esclusa rilevanza in prospettiva accusatoria del fatto che il pagamento della provvigione da parte di Del Monte in favore di S.I.M.B.A. S.p.a. avvenisse solo nel momento in cui S.I.M.B.A. S.p.a., dopo aver riacquistato il prodotto sdoganato dal nuovo operatore, lo rivendeva a sua volta sul mercato comunitario, cedendolo al maturatore; c) alla mancata valutazione del carattere simulato della vendita allo stato estero con patto di vendita della merce sdoganata a dazio agevolato, non avendo la corte territoriale sufficientemente chiarito le ragioni per cui la merce rimaneva sempre nelle disponibilità del venditore, il quale sosteneva tutti i costi dell’operazione fittizia.

A tali rilievi aggiunse infine quello dell’erronea valutazione parcellizzata dei seguenti elementi indiziari: a) le pratiche di rilascio dei certificati Agrim erano state svolte da un unico soggetto che non li aveva mai inoltrati ai nuovi operatori, che ne erano titolari, ma direttamente alla S.I.M.B.A. S.p.a.; b) i nuovi operatori non si erano avvalsi di un’agenzia per lo svolgimento delle pratiche di importazione, ma si erano rivolti alla società concorrente Rico Italia, la quale deteneva le fotocopie degli Agrim; c) i certificati Agrim non utilizzati erano stati pagati con fondi della S.I.M.B.A. S.p.a. e restituiti alla Rico Italia; d) tutti i nuovi operatori, i quali erano privi di mezzi per la custodia e la conservazione delle banane e non erano mai concretamente entrati sul mercato, avevano rivenduto le banane sempre e soltanto alla S.I.M.B.A. S.p.a. e tutti allo stesso prezzo, inferiore al prezzo di mercato, con ciò escludendo sia il rischio-prezzo sia l’eventuale oscillazione dello stesso a vantaggio dei nuovi operatori.

Anche con riferimento al ricorso proposto dal M. la S.C. affermò infine la “necessità di una rivalutazione di tutte le condotte contestate, alla luce sia dei principi interpretativi affermati dalla sentenza 9 luglio 2015, in causa C-607/13, sia del rilevato mutamento del quadro normativo interno”, evidenziando che “una tale rivalutazione potrebbe anche avere quale esito la constatazione dell’irrilevanza, ai fini civili, dei fatti per i quali la responsabilità di M. è stata riconosciuta, laddove le condotte da lui poste in essere fossero ricostruite in termini di abuso del diritto”.

6. Pronunciando quindi in sede di rinvio, la Corte d’appello di Venezia, con sentenza n. 2420/2019 del 13 giugno 2019, ha così deciso:

“i. accerta la responsabilità di M.M. e O.R. per i fatti loro ascritti e condanna gli stessi, in solido fra loro, al risarcimento del danno in favore delle parti civili stesse, danno da liquidarsi in separato giudizio civile, come richiesto;

“il. condanna M.M. e O.R., in solido fra loro, al pagamento a favore del Ministero dell’Economia e delle Finanze – Agenzia delle Dogane di una provvisionale, pari ad Euro 1.580.950,15, oltre agli interessi legali dal 30/12/2000 al saldo;

“iii. rigetta ogni altra domanda;

“iv. condanna M.M. e O.R., in solido fra loro, alla rifusione delle spese processuali a favore delle parti riassumenti…”.

In motivazione la corte territoriale, al fondamentale quesito ad essa rimesso con la sentenza di annullamento – e cioè: se, in astratto, la fattispecie in esame fosse sussumibile in una determinata norma, anche penale, che potesse dirsi violata o se il comportamento degli agenti costituisse soltanto una condotta abusiva – ha dato risposta nel primo senso.

6.1. I passaggi argomentativi che supportano tale conclusione sono, in motivazione, essenzialmente i seguenti (pagg. 23 ss. della sentenza):

– il D.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43, art. 292, dispone che “chiunque, fuori dei casi preveduti negli articoli precedenti, sottrae merci al pagamento dei diritti di confine dovuti, è punito con la multa non minore di due e non maggiore di dieci volte i diritti medesimi”;

tale ipotesi è stata depenalizzata dal D.Lgs. n. 8 del 2016, art. 1, ma la depenalizzazione non opera per la fattispecie autonoma di cui al D.P.R. n. 43 del 1973, art. 295, commi 2 e 3, secondo cui: “… per gli stessi delitti, alla multa è aggiunta la reclusione da tre a cinque anni… c) quando il fatto sia commesso con altro delitto contro la fede pubblica o contro la pubblica amministrazione;… per gli stessi delitti, alla multa è aggiunta la reclusione fino a tre anni quando l’ammontare dei diritti di confine dovuti è maggiore di lire novantasei milioni e ottocentomila (pari a Euro. 49.993,03)”;

– tale fattispecie sussiste ove sia ravvisabile la violazione di cui all’art. 21 Reg. CE 2362/98 nella parte in cui sancisce il divieto del trasferimento dei diritti da un operatore nuovo arrivato a favore di un operatore tradizionale;

– la responsabilità civile dei resistenti, in astratto, può sussistere in quanto il vantaggio fiscale, conseguito attraverso la concatenazione di più cessioni mediante fittizie interposizioni di soggetti giuridici, è avvenuto in specifica violazione dell’art. 21 del Regolamento CE citato, norma che fa divieto di trasferire i diritti di importazione a dazio agevolato da un operatore nuovo arrivato ad un operatore tradizionale, integrando così la fattispecie del reato di contrabbando nella forma autonoma aggravata di cui al D.P.R. n. 43 del 1973, art. 295, commi 2 e 3, secondo i criteri dettati dalla Corte di Giustizia;

– l’oggetto del divieto non è la cessione di banane allo stato estero, bensì, il trasferimento delle licenze Agrim da nuovo arrivato (importatore a dazio agevolato) all’importatore tradizionale con la conseguenza che il reato di contrabbando di cui si discute può dirsi integrato quando si accerti che la compravendita di banane costituiva un’operazione fittizia, volta a dissimulare la cessione di licenze Agrim al di fuori dei limiti consentiti dall’art. 21 citato.

Al riguardo l’opposto convincimento della Corte d’appello penale di Venezia, che aveva ritenuto la reale esistenza delle operazioni commerciali, l’effettività del pagamento dei dazi da parte dei nuovi operatori e la liceità delle retrovendite della merce nazionalizzata, e’, secondo il giudice a quo, frutto di una erronea valutazione delle risultanze istruttorie.

Queste vengono quindi rivisitate (v. sentenza, pagg. 28 – 37), sulla scorta delle indicazioni fornite dalla Cassazione penale, e sono state ritenute, all’opposto, dimostrative del carattere simulato della operazione nel suo complesso realizzata dalle società predette, volta a dissimulare una compravendita di certificati Agrim in violazione del divieto sancito dall’art. 21 Reg. CE n. 2362/98, integrando così il reato di contrabbando di cui al D.P.R. n. 43 del 1973, art. 292, e art. 295, commi 2 e 3.

6.2. Accertata dunque la responsabilità del M. e dell’ O. “per i fatti loro ascritti”, la Corte d’appello ha ritenuto sussistenti i presupposti per la loro solidale condanna generica al risarcimento del danno in favore delle parti civili, “da liquidarsi in separato giudizio civile, come richiesto”.

Ha al contempo, però, ritenuto meritevole di accoglimento “la domanda di concessione di una provvisionale ex art. 539 c.p.p.”, rispetto a un danno da commisurarsi nella “differenza tra il dazio agevolato pagato e il dazio evaso per il quantitativo di banane importate (5.741,76 t)”, ciò però unicamente a favore del Ministero dell’Economia e delle Finanze – Agenzia delle Dogane, in mancanza di prova del danno subito dalla Comunità Europea.

Ha quindi valutato congruo l’ammontare della provvisionale richiesto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – Agenzia delle Dogane, pari ad Euro 1.580.950,15, considerando che “il dazio evaso corrisponde ad almeno Euro 3.801.045,12 (pari alla differenza tra il dazio agevolato di ECU 75/t e il dazio dovuto pari ad ECU 737/t in relazione alle tonnellate di banane in contestazione, 5.741,76)”.

7. Per la cassazione di tale sentenza propongono separati ricorsi, in ordine cronologico, O.R., con otto mezzi, e M.M., con nove.

Ad entrambi resistono il Ministero dell’Economia e delle Finanze (“MEF”), in persona del Ministro pro tempore, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, in persona del Direttore pro tempore, e la Commissione dell’Unione Europea, in persona del Presidente pro tempore, depositando altrettanti controricorsi, con i quali propongono anche ricorsi incidentali condizionati, entrambi con unico mezzo.

Gli altri intimati non svolgono difese nella presente sede.

Non sono state depositate conclusioni dal Pubblico Ministero.

La ricorrente O.R. ha depositato memoria ex art. 380 bis.1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. I due ricorsi, ai sensi dell’art. 335 c.p.c., in quanto proposti avverso il medesimo provvedimento, vanno riuniti per essere trattati unitariamente, quello depositato in data successiva dovendo considerarsi, anche se come tale non espressamente denominato, alla stregua di ricorso incidentale (v. Cass. 03/07/1997, n. 5993; 23/06/1999, n. 6400; 01/12/2000, n. 15353; 20/06/2001, n. 8365; 08/03/2006, n. 4980).

2. Tale premessa condurrebbe alla prospettazione di una preliminare questione relativa alla tempestività (e dunque alla ammissibilità) del secondo di esso in quanto proposto in data 11 gennaio 2020 al di là del termine fissato per la proposizione del ricorso incidentale, nella specie venuto a scadere il 26 settembre 2019, essendo stato il primo ricorso notificato in data 17 luglio 2019 (v. su tale questione Cass. Sez. U. 25/06/2002, n. 9232; Id. 20/03/2017, n. 7074; e succ. numerose conff.).

Reputa il Collegio di dovere però in questa sede accantonare detta questione, lasciandola impregiudicata alla valutazione delle Sezioni Unite, per il caso in cui si condivida, da parte del Primo Presidente, l’opportunità qui segnalata di una rimessione ad esse dei ricorsi, per le ragioni che si vanno ad esporre.

Tale preliminare rilievo consente però di soprassedere al vaglio dei motivi dedotti a fondamento del secondo ricorso, peraltro in massima parte sovrapponibili a quelli svolti nel primo, al cui esame, dunque, e a quello del corrispondente ricorso incidentale condizionato proposto dalla Commissione dell’Unione Europea, ci si limiterà in questa sede.

3. Con il primo motivo del proprio ricorso O.R. denuncia, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, nullità della sentenza, per violazione degli artt. 538 e 539 c.p.p., e/o dell’art. 278 c.p.c., nella parte in cui ha assegnato al MEF e all’Agenzia delle Dogane una somma a titolo di provvisionale.

Rileva che: a) a mente dell’art. 538 c.p.p., la provvisionale avrebbe potuto essere concessa dal giudice penale ove lo stesso avesse “pronuncia(to) sentenza di condanna”; b) in presenza di un giudicato penale assolutorio tale pronuncia era invece preclusa al giudice del rinvio ex art. 622 c.p.p.; c) pur riconducendo la provvisionale concessa alla previsione di cui all’art. 278 c.p.c., nella specie ne difettavano i presupposti avendo il M.E.F. e L’Agenzia delle Dogane sempre e soltanto richiesto condanna generica al risarcimento del danno e mai formulato richiesta di determinazione specifica del danno risarcibile.

4. Con il secondo motivo la ricorrente deduce, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5, omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti e/o nullità della sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c..

Lamenta che la corte d’appello ha omesso di esaminare fatti – oggetto di discussione tra le parti – costituenti indici univoci della (in)sussistenza dell’elemento soggettivo del reato contestato e/o, comunque, ha violato l’art. 132 c.p.c. per avere mancato di motivare sul punto o, al limite, per avere al riguardo adottato una motivazione meramente apparente.

Sotto il primo profilo la doglianza è riferita al parere reso con nota del 16 maggio 2000, in risposta a quesito del Ministero per il commercio con l’estero, dal direttore generale pro tempore della D.G. Agricoltura della Commissione Europea, R. Mildon, il quale aveva affermato che il Regolamento CE n. 2362/98 “non comporta alcun limite alla vendita ad un operatore tradizionale di un prodotto già messo in libera pratica o all’esistenza di un contratto ancor prima che il prodotto sia messo in libera pratica”.

Sostiene la ricorrente che, se il giudice di rinvio avesse “valutato effettivamente” il contenuto di tale parere, avrebbe rilevato che essa, agendo nella qualità di legale rappresentante di Simba, non era nelle condizioni di “preved(ere) e vo(ere) (l)’azione od omissione (…) da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto” e che, comunque, poteva nella specie configurarsi, ai sensi dell’art. 47 c.p., un errore incolpevole sulla liceità del fatto.

Rileva che le considerazioni che riguardo a tale parere sono svolte in sentenza – secondo cui correttamente il tribunale aveva evidenziato che esso, in realtà, “non era utile in relazione al contenuto del requisito della autonomia gestionale che i nuovi arrivati dovevano rivestire e non aveva attribuito ad essa alcun valore scriminante nemmeno dal punto di vista soggettivo” – costituiscono un “vistoso fraintendimento del dictum del Tribunale di Verona” dal momento che questo si era semplicemente limitato a riferire la tesi sostenuta dalla Pubblica Accusa, senza tuttavia assumere alcuna specifica posizione sul punto. Da qui la denuncia anche di inesistenza della motivazione, dedotta sul rilievo che la corte territoriale ha basato la propria valutazione circa l’elemento soggettivo del reato su di un mero rinvio per relationem alla sentenza del Tribunale di Verona, che, tuttavia, non aveva espresso alcuna valutazione sul punto ma anzi era giunto ad esito assolutorio proprio in punto di elemento soggettivo.

5. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1227,2056,2059 e 2697 c.c., per avere la corte d’appello pronunciato sentenza di condanna generica in favore del MEF e dell’Agenzia delle Dogane, nonostante le medesime parti, da un lato, non avessero chiarito “cosa domandavano, in favore di chi e in forza di quale titolo” e, dall’altro lato, non avessero nemmeno indicato i temi e i mezzi di prova per la determinazione del danno.

Rileva, inoltre, che la Corte d’appello non avrebbe potuto ravvisare un danno patrimoniale per le amministrazioni finanziarie nell’entità dell’imposta evasa; e ciò per la ragione che, normalmente, la commissione del reato non comporta necessariamente il venir meno o l’inesigibilità del credito tributario nei confronti del contribuente debitore e, quindi, non provoca alcun danno alla Amministrazione (che può sempre agire con i mezzi coattivi previsti dalla normativa tributaria nei confronti del debitore e, in caso di inerzia, non può agire in un secondo momento per ottenere il risarcimento dei danni, in ossequio al disposto degli artt. 1227 e 2056 c.c.), se non quelli derivanti dalle spese di riscossione e dal ritardo nell’adempimento, per i quali, però, le norme tributarie già prevedono la corresponsione di specifici importi a titolo di interessi e di sanzioni tributarle. Nella specie, peraltro, le amministrazioni istanti non avevano nemmeno provato di aver posto in essere le attività finalizzate al recupero dei tributi asseritamente evasi

6. Con il quarto motivo la ricorrente deduce, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., ovvero, in subordine, violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 43 del 1973, art. 295, comma 2, lett. c).

Sotto il primo profilo lamenta che la Corte d’appello ha accolto una domanda diversa da quella proposta dalle parti civili, dal momento che queste avevano dedotto quale titolo della propria pretesa risarcitoria l’indebito utilizzo di licenze AGRIM, mentre il giudice del rinvio ha finito col supporre una compravendita illecita delle medesime licenze.

Sotto il secondo, subordinato, profilo censorio, rileva che, una volta ritenute sussistenti le presunte illecite operazioni di compravendita di certificati Agrim, la corte territoriale non avrebbe poi potuto ravvisare anche l’aggravante di cui al D.P.R. n. 43 del 1973, art. 295, comma 2, lett. c), (fatto connesso con altro delitto contro la fede pubblica o contro la pubblica amministrazione). Quanto poi all’aggravante di cui allo stesso art. 295, comma 3, (ammontare dei diritti di confine dovuti maggiore di Euro 49.993,03), rileva che la stessa è applicabile ratione temporis solo per le operazioni successive al 26 ottobre 2000, come del resto precisato in imputazione, ciò riflettendosi in modo rilevante sull’entità del risarcimento liquidabile.

7. Con il quinto motivo la ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 8, art. 1, comma 2, in relazione all’art. 25 Cost., comma 2, ed all’art. 49, comma 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Lamenta che, in contrasto con le menzionate norme costituzionali e sovranazionali, la corte territoriale ha applicato retroattivamente un trattamento concretamente più sfavorevole all’imputato, a seguito della sopravvenuta trasformazione, in corso di causa, in reato autonomo di una fattispecie aggravata di un reato base oggi depenalizzato.

8. Con il sesto motivo la ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360, comma 1 c.p.c., n. 3, violazione e/o falsa applicazione delle Decisioni CE n. 728/1994 e 597/2000, stabilenti il regime delle risorse proprie dell’Unione, secondo cui i dazi costituiscono risorse proprie dell’Unione e vengono iscritte nel bilancio dell’Unione stessa.

Rileva che la corte veneta, erroneamente richiamando le citate Decisioni, ha attribuito a due amministrazioni nazionali, a titolo di provvisionale e di danno, risorse proprie facenti parte del bilancio dell’Unione, al contempo peraltro affermando che la Comunità Europea non ha offerto alcuna prova del danno subito.

9. Con il settimo motivo la ricorrente denunzia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, nullità della sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c., e dell’art. 112 c.p.c..

Lamenta che la corte d’appello ha quantificato la provvisionale riconosciuta a favore del MEF-Agenzia delle Dogane senza fornire alcuna motivazione sul punto.

Per l’ipotesi che l’importo liquidato di Euro 1.580.950,15 rappresenti la somma delle provvisionali richieste dalle parti civili tutte, compresa la Commissione Europea, esso finirebbe con l’includerebbe anche il risarcimento richiesto da quest’ultima, per il quale la Corte medesima aveva detto mancare la prova del danno.

Rileva che anche l’importo di Euro 3.801.045,12 (supposto come ammontare del dazio evaso) e la quantificazione di 5.741,76 tonnellate di banane è frutto di un grave travisamento, non avendo considerato il giudice a quo che il verbale della GdF dal quale quei dati sono ricavati contestava non solo operazioni degli anni 1999 e 2000 di cui è causa, ma anche operazioni riferite agli anni 1997 e 1998 che esulano dal presente contenzioso e che riguardavano anche altri soggetti.

10. Con l’ottavo motivo la ricorrente denuncia, infine, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, “nullità della sentenza per violazione dell’art. 115 c.p.c.”, per avere la corte d’appello ritenuto che tutte e tre le società facenti capo all’altro imputato M.M. fossero “scatole vuote” mentre fin dall’inizio, lo stesso Pubblico Ministero aveva escluso che Rico Italia S.r.l. fosse una società fittizia, tale errore riflettendosi nella parametrazione del danno e nella quantificazione della provvisionale.

Lamenta ancora che erroneamente ha ritenuto non contestato che “tutti i nuovi operatori, acquistate le banane da Simba allo stato estero, le avevano poi rivendute sempre a Simba stessa sulla base di prezzo predeterminato da questa”.

11. La Commissione Europea propone ricorso incidentale condizionato affidato ad un unico motivo con il quale, per l’ipotesi di accoglimento del sesto motivo del ricorso principale, denuncia, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto (Decisioni CE n. 728/1994 e 597/2000) sul regime delle risorse proprie dell’Unione, per avere la Corte d’appello respinto la domanda di concessione di una provvisionale avanzata anche dalla Commissione Europea “in mancanza di prova del danno subito”.

Lamenta l’erroneità di tale statuizione per la ragione che sostiene – il dazio evaso dal M. e dalla O. costituisce una risorsa propria dell’Unione che, infatti, viene iscritta nel bilancio dell’Unione stessa.

12. Del secondo, del quarto e del quinto motivo del ricorso principale della O. – che, se fondati, sarebbero dirimenti, in quanto attinenti all’an della pretesa risarcitoria azionata dalle amministrazioni resistenti – si omette in questa sede l’esame (lasciando dunque anch’essi impregiudicati alla valutazione delle Sezioni Unite), per scorrere invece allo scrutinio degli altri motivi in relazione ai quali si prospettano, come s’e’ già anticipato, questioni di massima di particolare importanza.

13. Detti motivi investono, sotto vari profili, la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto la sussistenza di un danno risarcibile ai fini della pronunciata condanna generica e nella parte in cui ha altresì ritenuto la sussistenza dei presupposti per la concessione di una provvisionale, provvedendo alla relativa quantificazione.

Sono due di essi in particolare – il terzo e il sesto (di rilievo preliminare e assorbente rispetto al settimo e all’ottavo) – ad involgere questioni di massima di particolare importanza, peraltro a confine con la materia tributaria, con riferimento alle quali non si rinvengono precedenti specifici della giurisprudenza civile di questa Corte.

In relazione a tali questioni reputa il Collegio che ricorrano le condizioni per rimettere gli atti al Primo Presidente, affinché valuti l’opportunità di assegnare la trattazione del ricorso alle Sezioni Unite ai sensi dell’art. 374 c.p.c., comma 2.

14. Occorre però cominciare dal primo motivo di ricorso il quale, con specifico riferimento alla concessa provvisionale, pone questione processuale bensì di carattere preliminare ma tale tuttavia da non rendere comunque ultroneo l’esame dei restanti motivi, dal momento che: da un lato, il suo eventuale accoglimento non esaurirebbe il tema devoluto dal giudizio di legittimità con i restanti motivi (perché afferenti anche alla legittimità della pronunciata condanna generica); dall’altro, il motivo sembra potersi valutare come infondato alla luce di principio affermato da recente pronuncia di questa Sezione (Cass. 15/10/2019, n. 25918), restando ovviamente impregiudicata, anche per esso, ogni valutazione delle Sezioni Unite.

Secondo il principio affermato nel menzionato arresto, invero, “qualora la parte civile abbia infruttuosamente esercitato l’azione civile in sede penale, nel giudizio di rinvio disposto dal giudice di

legittimità ex art. 622 c.p.p., in seguito ad annullamento della

sentenza penale per i soli effetti civili, il contenuto della domanda della parte civile non può essere né compresso né ampliato; né il giudice del rinvio può ammettere domande nuove orientate a ottenere la liquidazione del danno, ove in sede penale la parte civile abbia chiesto solamente una condanna generica, al di fuori dell’ipotesi di cui all’art. 539 c.p.p., riflettente l’ipotesi di pronuncia non definitiva di cui all’art. 278 c.p.c., con riserva al prosieguo per la liquidazione dei danni”.

E’ stato in particolare precisato che, “… esercitando l’azione civile nell’ambito del giudizio penale, il danneggiato persegue la completa tutela del suo diritto esattamente come l’avrebbe potuta ottenere in sede civile, con l’unica eccezione – giustificata dalla insufficienza probatoria – della fattispecie di cui all’art. 539 c.p.p., (specchio che riflette l’ipotesi dell’art. 278 c.p.c., con la differenza che il giudice penale deferisce ad altro giudice, quello civile, la seconda fase di accertamento già sottoposta al suo esame), tuttavia non applicabile nel giudizio di legittimità, dove sussiste una norma specifica, che è appunto l’art. 622 c.p.c., che restituisce l’azione civile al giudice d’appello.

“In quest’ultimo caso, in effetti, il giudice di merito può limitare ex art. 539 c.p.p., il giudizio sul quantum debeatur, già pienamente formulato, a una sentenza non definitiva di condanna che riserva l’accertamento del definitivo importo di quantum debeatur a un successivo giudizio; pertanto, in tale situazione il giudice di rinvio deve scrutinare se la richiesta ricada in tale ipotesi particolare, che assegna al giudice penale di merito il potere di riservare a un successivo giudizio la decisione definitiva sul quantum già indicato nel suo preciso ammontare dalle parti, oppure in una richiesta di condanna generica tout court, con riserva ad altro giudizio la quantificazione dei danni”.

Nella specie la verifica compiuta dal giudice di rinvio ha condotto evidentemente al primo dei due possibili esiti; egli cioè ha ritenuto che la richiesta traslata nel giudizio civile, con la riassunzione ex art. 622 c.p.p., fosse proprio quella di una condanna bensì solo generica al risarcimento del danno ma accompagnata però da una provvisionale per i danni che potessero ritenersi accertati, secondo l’espressa indicazione offerta dalle parti civili.

Il richiamo in sentenza all’art. 539 c.p.p., esprime null’altro che tale valutazione e non sembra dunque potersi ritenere motivo di nullità per erronea applicazione di norma propria del processo penale.

15. Il terzo motivo prospetta al suo interno tre distinte censure ed è la terza di essa che pone la prima delle questioni di massima di particolare importanza che sembrano, a questo Collegio, giustificare la rimessione alle Sezioni Unite.

15.1. La prima censura – che sembra in realtà prospettare un error in procedendo per avere la corte, in tesi, pronunciato in assenza di una chiara ed univoca domanda risarcitoria – è invero smentita dalla stessa premessa anteposta alla illustrazione delle ragioni di doglianza (v. ricorso, pag. 16, ptt. 42 e 43), là dove si dà atto espressamente che le amministrazioni avversarie, quali parti civili nell’ambito del procedimento penale svoltosi dinanzi al Tribunale di Verona, avevano richiesto il risarcimento:

i) dei danni patrimoniali da “sviamento” e “turbamento” della “normale attività di verifica e riscossione fiscale”;

ii) dei danni patrimoniali rapportati al tributo evaso…;

iii) dei danni patrimoniali rapportati ai “costi e agli oneri che banno fortemente gravato su tutta l’attività amministrativa svolta extra ordinem in dipendenza dell’accertamento dei fatti di reato contestati”;

iv) dei danni non patrimoniali “da sviamento di funzione” sulla base della lesione alla pubblica fede conseguente alla produzione di documenti falsi;

v) infine, ancora di un preteso danno patrimoniale da “lesione dell’immagine”;

domande tutte riproposte pedissequamente – è ancora la stessa ricorrente a darne atto – in sede di rinvio ex art. 622 c.p.p..

15.2. Una seconda doglianza sembra invece diretta a censurare la sentenza impugnata sulla base dell’assunto che non avrebbe potuto pronunciarsi condanna generica ex art. 278 c.p.c., in assenza della indicazione dei temi e mezzi di prova per la determinazione del danno.

Tale doglianza appare inammissibile e comunque priva di pregio per le seguenti ragioni:

– l’affermazione secondo cui nell’atto di costituzione di parte civile non vi era l’indicazione dei temi e mezzi di prova per la determinazione del danno risulta del tutto aspecifica in mancanza di alcuna indicazione circa il contenuto di tali atti e la loro collocazione nel fascicolo processuale che, nel rispetto dell’onere imposto dall’art. 366 c.p.c., n. 6, consenta alla S.C. di verificarne la fondatezza;

– nel contesto delle regole processuali civili, da osservarsi a seguito del rinvio ex art. 622 c.p.c. (v. Cass., 12/06/2019, n. 15859; 25/06/2019, n. 16916; 10/09/2019, n. 22525 e n. 22516; 15/01/2020, n. 517), l’indicazione dei mezzi di prova non costituisce requisito formale di ammissibilità della domanda, ma costituisce piuttosto esplicazione degli oneri probatori della parte ed attiene, dunque, alla valutazione nel merito della fondatezza della domanda;

– è ben vero che “nel caso di condanna generica ex art. 278 c.p.c., ciò che viene rinviato al separato giudizio è soltanto l’accertamento in concreto del danno nella sua determinazione quantitativa, mentre l’esistenza del fatto illecito e della sua potenzialità dannosa devono essere accertati nel giudizio relativo all’an debeatur e di essi va data la prova sia pure sommaria e generica, in quanto ne costituiscono il presupposto” (v. ex multis Cass. 18/01/2019, n. 1281; 29/08/2018, n. 21326; 14/03/2018, n. 6235) ma nella specie la corte non ha affatto deciso in difformità a tale principio, avendo ritenuto dimostrata la potenzialità dannosa della condotta illecita quanto meno sotto il profilo della evasione del dazio che sarebbe stato altrimenti dovuto, tanto da ritenere sussistenti i presupposti per la concessione di una provvisionale nell’importo suindicato.

15.3. Una terza censura investe poi la correttezza in iure di tale ultima valutazione sul rilievo che il danno subito dalle amministrazioni richiedenti non può coincidere con il tributo evaso (vengono qui tralasciate le considerazioni svolte in ordine alla impossibilità di configurare le altre specie di danno evocate in domanda, trattandosi di rilievi non pertinenti all’effettivo contenuto della decisione che ad essi non ha fatto alcun riferimento).

Come si è anticipato, è proprio con riferimento a tale censura che si pone la prima delle questioni di massima di particolare importanza per le quali si ritiene opportuna la rimessione alle Sezioni Unite, sintetizzabile in buona sostanza nel chiedersi se e in qual caso il danno risarcibile conseguente a reato tributario può essere fatto coincidere con l’imposta evasa.

16. Su tale questione non si rinvengono precedenti specifici nella giurisprudenza civile di questa Corte (salvo il remoto precedente, di cui appresso si dirà, di Cass. 12/07/1979, n. 4028), essa risultando invece affrontata da quella penale.

In tema, un primo risalente principio è quello affermato da Cass. sez. 3 pen. 22/04/1991, n. 5554 (imp. Luciani) secondo il quale “il danno subito dalla Pubblica Amministrazione non coincide con il tributo evaso, se non nei casi in cui il fatto reato abbia comportato l’estinzione dell’obbligazione tributaria, quando soggetto attivo del reato e soggetto passivo del tributo non coincidono, quando il fatto reato abbia comportato un ritardo tale nell’accertamento dell’evasione da rendere impossibile il recupero del credito erariale”.

In termini in parte diversi si è invece espresso il più recente arresto di Cass. sez. 3 pen. 19/12/2014, n. 52752 (imp. Vidi e a.).

E’ stato in quella occasione infatti osservato, per quanto nella specie interessa, che la eventuale coincidenza (o meno) dell’autore del reato con il soggetto passivo d’imposta “appare… in realtà non decisiva perché, se l’imputato è il contribuente, allora l’amministrazione ha già un titolo e i mezzi per il recupero, anche coattivo, dell’imposta evasa; mentre se è un soggetto diverso allora possono farsi le seguenti considerazioni.

“Trattandosi di una normale azione civile per il risarcimento del danno, secondo i principi generali ciò che può essere oggetto di risarcimento è esclusivamente il danno patrimoniale che l’Agenzia delle entrate ha subito, in concreto, in conseguenza della condotta illecita dell’autore del reato. Secondo i principi, dunque, l’azione civile di danno non potrebbe invece dar luogo ad una indebita locupletazione del danneggiato, o comunque ad un ingiustificato accrescimento o addirittura ad una duplicazione dell’imposta dovuta, così come non potrebbe portare – in mancanza di una specifica norma di legge – alla creazione di un nuovo soggetto passivo dell’obbligazione tributaria o al sorgere di una nuova obbligazione tributaria, e tanto meno potrebbe risolversi in sostanza in una pena privata non prevista da una norma di legge.

“In via ordinaria… deve (dunque) condividersi il diverso principio,… secondo cui il danno derivante all’amministrazione finanziaria dal reato tributario non coincide, almeno normalmente, col tributo evaso.

“Il reato può invece comportare un danno per l’amministrazione coincidente con il, o parametrato al, tributo evaso esclusivamente nell’ipotesi in cui, a causa della commissione del reato stesso, si sia verificata la conseguenza (legata al reato da nesso eziologico) che l’amministrazione non abbia più la possibilità di riscuotere, nemmeno coattivamente, le somme dovute (a titolo di tributo evaso, di interessi e di sanzioni tributarie) direttamente dal contribuente, come, ad esempio, quando il fatto reato abbia comportato l’estinzione della obbligazione tributaria, o abbia comportato un ritardo tale nell’accertamento dell’evasione da rendere impossibile il recupero del credito erariale, o in altri analoghi casi”.

“Pertanto, perché l’imputato, nel processo penale, possa essere condannato al risarcimento del danno consistente nel tributo evaso, anche mediante una condanna generica che però affermi l’esistenza del danno-conseguenza (l’an) e sia quindi suscettibile di vincolare il giudice civile sul punto, è necessario che l’amministrazione costituitasi parte civile fornisca la concreta, puntuale e specifica prova che tale danno si sia effettivamente verificato, ossia che in conseguenza del reato l’amministrazione stessa non abbia più la possibilità di recuperare, nemmeno coattivamente, il credito erariale dal contribuente.

“Qualora nel giudizio penale l’amministrazione non abbia invece fornito questa specifica prova, il giudice penale potrà sempre applicare il principio… secondo cui, ai sensi dell’art. 539 c.p.p., comma 1, la condanna generica al risarcimento del danno non esige una indagine sulla concreta esistenza di un danno risarcibile, essendo sufficiente, a tal fine, l’accertamento del fatto-reato (c.d. danno evento) potenzialmente produttivo di conseguenze dannose, con la precisazione, però, che, ai sensi dell’art. 651 c.p.p., tale statuizione non ha normalmente efficacia di giudicato in ordine alle conseguenze economiche del fatto illecito commesso dall’imputato. Ed invero, la commissione di un reato tributario costituisce un fatto potenzialmente produttivo di conseguenze dannose per l’amministrazione finanziaria, essendo appunto possibile che in conseguenza del reato l’amministrazione stessa non sia più in grado di recuperare, nemmeno coattivamente, il tributo. Il che è sufficiente per l’accertamento del danno-evento e del nesso di causalità in astratto e per l’emissione da parte del giudice penale – qualora vi sia una domanda in tal senso della parte civile – di una condanna generica al risarcimento del danno, condanna che però, ai sensi dell’art. 651 c.p.p., non ha efficacia di giudicato nel processo civile, nel quale pertanto l’amministrazione, per ottenere la condanna dell’autore del reato al risarcimento di una somma corrispondente al tributo evaso, dovrà appunto provare che in conseguenza del reato stesso, è venuta meno la possibilità di riscuotere il tributo dal contribuente”.

17. Queste essendo le indicazioni in argomento rinvenibili dalla giurisprudenza penale di questa Corte occorre chiedersi, riguardata la questione secondo le regole processuali e sostanziali proprie del giudizio civile, se e in che misura le stesse possano trovare conferma e applicazione.

In tale prospettiva conviene distinguere da un lato le affermazioni che propriamente riguardano il quesito di fondo (del se e in qual caso il danno conseguente a reato tributario può essere fatto coincidere con l’imposta evasa), da quelle svolte con riferimento ai presupposti ed agli effetti per la concessione di una provvisionale.

18. Sotto il primo profilo può osservarsi che i due orientamenti sopra ricordati della giurisprudenza penale di questa Corte muovono entrambi dalla esclusione, in via di principio, di una automatica coincidenza tra danno e imposta evasa, riconosciuta da entrambi solo in via di eccezione alla regola ove ricorrano talune condizioni, differenziandosi poi essenzialmente per il rilievo che, a tal fine, viene dal primo orientamento attribuito, dal secondo invece negato, all’ipotesi in cui autore dell’illecito sia soggetto diverso da quello passivo d’imposta.

Conviene subito osservare, in proposito, che una divaricazione tra autore dell’illecito e soggetto passivo d’imposta non può configurarsi, nel caso in esame, con riferimento ai dazi doganali (l’unico tributo di cui in sentenza risulta accertata l’evasione e l’unico al quale del resto fanno riferimento le statuizioni censurate).

Al riguardo occorre invero considerare che, in virtù del D.P.R. n. 43 del 1973, art. 338, anche il “colpevole del contrabbando” è tenuto al pagamento dei diritti doganali, in solido con il soggetto che realizza il presupposto d’imposta (v. ex aliis Cass. 18/10/2018, n. 26183: “la previsione di cui al D.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43, art. 338, comma 1, implica la volontà del legislatore di configurare il presupposto dell’imposta nei casi specificamente indicati nel D.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43, art. 36, comma 4, anche in relazione all’ipotesi in cui l’immissione in consumo della merce avvenga in modo illecito, aggiungendo, rispetto a quanto previsto nel D.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43, art. 38, una ulteriore soggettività passiva dell’obbligazione tributaria nel caso di condotta illecita”).

19. L’analisi della questione che si è anzi posta (se e in qual caso il danno conseguente a reato tributario può essere fatto coincidere con l’imposta evasa) andrebbe dunque condotta con limitato riferimento all’ipotesi di coincidenza tra autore dell’illecito e soggetto passivo d’imposta.

19.1. Per completezza di indagine pare opportuno, tuttavia, spendere qualche considerazione anche con riferimento all’ipotesi opposta (non coincidenza), ciò anche per i riflessi che ne possono derivare nell’esame dell’altra ipotesi (coincidenza), la sola in questa sede rilevante.

Va detto, dunque, che a favore dell’orientamento espresso da Cass. pen. n. 5554 del 1991 (che, come detto, ritiene che la non coincidenza tra i due soggetti possa di per sé giustificare l’identificazione o la parametrazione del danno con l’imposta evasa) potrebbe invero osservarsi che: l’evasione d’imposta costituisce proprio lo scopo perseguito dall’autore dell’illecito; se l’illecito è consumato vuol dire, di regola, che tale scopo è stato raggiunto ed ha dunque per ciò stesso causato il danno rappresentato dal mancato introito tributario; vi è dunque, per definizione, nesso causale tra condotta ed evento di danno (sottrazione delle merci ai diritti di confine) e tra questo e il danno-conseguenza (mancato introito fiscale), il che basta, secondo la generale clausola aquilana, a imputare tale conseguenza dannosa all’autore dell’illecito, non rilevando che il vantaggio perseguito riguardi principalmente soggetto diverso (la società tenuta al pagamento dei diritti in questione), ma non potendosi del resto nemmeno negare che tale vantaggio si riverberi indirettamente anche a favore dell’autore dell’illecito.

Il fatto che il tributo evaso possa (eventualmente) ancora essere recuperato coattivamente dal soggetto passivo d’imposta non sembra poter escludere in via di principio che con tale sottostante obbligazione tributaria possa concorrere quella civilistica risarcitoria a carico dell’autore dell’illecito. Non sembra improprio al riguardo richiamare i noti principi in tema di concorso tra responsabilità contrattuale e responsabilità extracontrattuale in cui un determinato danno di cui si chiede il risarcimento sia imputabile a due diversi soggetti, di cui uno solo si trova in rapporto obbligatorio con il danneggiato (eventualmente avendo, in virtù di tale rapporto, uno specifico obbligo di impedire l’evento dannoso), mentre l’altro non si trova in tale relazione e risponde del medesimo danno solo in base al generale precetto del neminem laedere (cfr. Cass. n. 4028 del 12/07/1979 che, nell’escludere che la pretesa di un comune per il pagamento di una somma corrispondente ad imposta di consumo evasa, che venga avanzata nei confronti di un soggetto diverso dal contribuente, in forza di una dedotta responsabilità per fatto illecito extracontrattuale – nella specie, concorso nella fraudolenta evasione di detta imposta -, possa essere tutelata attraverso il ricorso al procedimento ingiunzionale di cui al R.D. 14 aprile 1910, n. 639, ammette tuttavia implicitamente che tale pretesa possa coesistere con quella ad oggetto di tale procedimento nei confronti del soggetto passivo d’imposta, salva la necessità che la stessa sia azionata nelle forme prescritte innanzi al giudice ordinario).

Non si tratterebbe dunque di “indebita locupletazione” dal momento che la coincidenza tra la res oggetto della obbligazione tributaria ed il pregiudizio patrimoniale arrecato dall’illecito civile fa sì che, ove dall’uno responsabile essa venga in tutto o in parte recuperata, nella stessa misura ne verrebbe sollevato anche l’altro.

19.2. A favore del secondo orientamento (che, come detto, invece esclude che la non coincidenza tra i due soggetti possa di per sé giustificare l’identificazione o la parametrazione del danno con l’imposta evasa) militano considerazioni di natura diversa, legate essenzialmente alla natura ed ai principi propri dell’obbligazione tributaria.

A fondamento di quell’indirizzo sembra, invero, esservi il rifiuto dell’idea che l’obbligazione tributaria – governata dal principio di capacità contributiva (art. 53 Cost.), che implica che essa sia posta a carico di chi ha realizzato il presupposto del tributo – possa, di fatto, venire a ricadere su soggetto diverso, sia pure in ragione di diversa causa obligandi.

Vi è poi certamente anche l’implicito richiamo al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 Cost., di cui deve ritenersi ovviamente onerata anche e in massimo grado l’amministrazione titolare del credito tributario, in relazione al quale si muove dalla premessa implicita che all’evasione può, di regola, rispondere l’azione accertativa e recuperatoria. Con la conseguenza che il mancato recupero dell’imposta evasa deve in via di principio ritenersi conseguenza di colpevole inerzia dell’amministrazione medesima, salva la dimostrazione – di cui essa rimane onerata – che “non abbia più la possibilità di riscuotere, nemmeno coattivamente, le somme dovute (a titolo di tributo evaso, di interessi e di sanzioni tributarie) direttamente dal contribuente, come, ad esempio, quando il fatto reato abbia comportato l’estinzione della obbligazione tributaria, o abbia comportato un ritardo tale nell’accertamento dell’evasione da rendere impossibile il recupero del credito erariale, o in altri analoghi casi” (Cass. pen. 52752 del 2014, cit.).

19.3. Anche sul punto si pone però un problema di compatibilità con le regole proprie del giudizio civile e, segnatamente, con quella, di diritto sostanziale, che governa l’onere della prova in tema di concorso del fatto colposo del creditore (artt. 1227 e 2056 c.c.).

E’ ben noto al riguardo che, secondo indirizzo pacifico nella giurisprudenza di questa Corte, in tema di risarcimento del danno, l’ipotesi del fatto colposo del creditore che abbia concorso al verificarsi dell’evento dannoso (di cui all’art. 1227 c.c., comma 1) va distinta da quella (disciplinata dal comma 2, della medesima norma) riferibile ad un contegno dello stesso danneggiato che abbia prodotto il solo aggravamento del danno senza contribuire alla sua causazione, giacché – mentre nel primo caso il giudice deve procedere d’ufficio all’indagine in ordine al concorso di colpa del danneggiato, sempre che risultino prospettati gli elementi di fatto dai quali sia ricavabile la colpa concorrente, sul piano causale, dello stesso (e ciò nella considerazione che tale indagine sia intrinseca alla ricostruzione del fatto storico: v. ex multis Cass. 12/03/2004, n. 5127; 10/11/2009, n. 23734; 22/03/2011, n. 6529; 30/09/2014, n. 20619; 02/04/2021, n. 9200) – la seconda di tali situazioni forma oggetto di un’eccezione in senso stretto, in quanto il dedotto comportamento del creditore costituisce un autonomo dovere giuridico, posto a suo carico dalla legge quale espressione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede (Cass. 19/07/2018, n. 19218; 25/05/2010, n. 12714; 02/03/2012, n. 3240).

Si tratta dunque di stabilire se, nell’ipotesi qui in esame, la condotta dell’amministrazione finanziaria che colpevolmente ometta di attivarsi per l’accertamento e il recupero dell’imposta evasa si collochi sul piano della relazione causale tra fatto illecito ed evento di danno o se non piuttosto sul secondo segmento causale che correla l’evento di danno al danno-conseguenza, dall’una e dall’altra ipotesi qualificatoria discendendone, per quanto detto, opposte conseguenze in punto di riparto degli oneri di allegazione e prova.

In particolare, ove si acceda alla seconda delle dette ipotesi qualificatorie – che riconduce l’eventuale condotta inerte dell’amministrazione all’ipotesi di cui all’art. 1227 c.c., comma 2, e che, a ben vedere, appare più appropriata, dal momento che l’accertamento e il recupero intervengono in un momento in cui l’evasione di imposta si è già perfezionata e sono volti solo a rimediare alle conseguenze dannose già verificatesi e suscettibili di ulteriore consolidamento oltre che ad irrogare le previste sanzioni -non sembra potersi condividere l’affermazione del richiamato precedente di Cass. pen. 52752 del 2014 che pone a carico dell’amministrazione finanziaria l’onere di “fornire la concreta, puntuale e specifica prova” che il danno si sia effettivamente verificato, “ossia che in conseguenza del reato l’amministrazione stessa non abbia più la possibilità di recuperare, nemmeno coattivamente, il credito erariale dal contribuente”.

19.4. Per l’ipotesi di autore dell’illecito coincidente con il soggetto passivo d’imposta (o con uno dei soggetti passivi) – ipotesi, come detto, prospettabile con riferimento ai dazi doganali e, dunque, la sola rilevante in questa sede – entrambi i precedenti penali sembrano escludere tout court che la pretesa risarcitoria possa essere parametrata all’imposta evasa (chiara in tal senso Cass. pen. 52752 del 2014, sul rilievo che “se l’imputato è il contribuente, allora l’amministrazione ha già un titolo e i mezzi per il recupero, anche coattivo, dell’imposta evasa”), ammettendo che tanto possa accadere “esclusivamente nell’ipotesi in cui, a causa della commissione del reato stesso, si sia verificata la conseguenza (legata al reato da nesso eziologico) che l’amministrazione non abbia più la possibilità di riscuotere, nemmeno coattivamente, le somme dovute (a titolo di tributo evaso, di interessi e di sanzioni tributarie) direttamente dal contribuente, come, ad esempio, quando il fatto reato abbia comportato l’estinzione della obbligazione tributaria, o abbia comportato un ritardo tale nell’accertamento dell’evasione da rendere impossibile il recupero del credito erariale, o in altri analoghi casi” (così ancora, testualmente, Cass. pen. 52752 del 2014, cit.).

Anche tale affermazione di principio merita, però, di essere ponderata nel massimo consesso nomofilattico, onde verificare: a) se e quali ragioni ostino ad una eventuale concorso dell’azione accertativa tributaria volta al recupero dell’imposta evasa con l’ordinaria azione civile di danno; b) in quali ipotesi possa ritenersi che l’amministrazione non abbia più la possibilità di riscuotere, nemmeno coattivamente, le somme dovute (e se, in particolare, in tali ipotesi possa farsi rientrare anche la necessità di attendere il tempo occorrente per l’accertamento in sede penale del reato); c) su chi debba gravare l’onere di allegare e provare l’esistenza di siffatti impedimenti all’attività di recupero in sede amministrativa-tributaria (sul punto potendosi rimandare alle considerazioni già sopra svolte al par. 19.3).

20. Il secondo dei segnalati profili di criticità riguarda, come detto (v. par. 17), i presupposti e gli effetti per la concessione di una provvisionale.

Il precedente di Cass. pen. 52752 del 2014, se da un lato appare per le ragioni esposte assai rigoroso nel fissare i presupposti perché le liquidazione del danno da illecito tributario possa essere parametrato all’ammontare dell’imposta evasa, dall’altro sembra voler compensare tale rigore riconoscendo comunque ampio margine di manovra al giudice penale nella liquidazione della provvisionale, sul rilievo che “ai sensi dell’art. 539 c.p.p., comma 1, la condanna generica al risarcimento del danno non esige una indagine sulla concreta esistenza di un danno risarcibile, essendo sufficiente, a tal fine, l’accertamento del fatto-reato (c.d. danno evento) potenzialmente produttivo di conseguenze dannose, con la precisazione, però, che, ai sensi dell’art. 651 c.p.p., tale statuizione non ha normalmente efficacia di giudicato in ordine alle conseguenze economiche del fatto illecito commesso dall’imputato”.

Anche tale affermazione merita di essere riconsiderata alla luce dei principi da osservare, a seguito della transiatio ex art. 622 c.p.p., nel giudizio civile di rinvio.

Essa, infatti, non appare compatibile con la diversa ricostruzione di presupposti ed effetti dello speculare istituto della provvisionale nel processo civile, ex art. 278 c.p.c..

Per essa, infatti, costituisce principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte che il suo contenuto sia quello di un provvedimento di condanna vero e proprio, che presuppone la valutazione positiva del giudice di merito circa il raggiungimento della prova su una certa quantità del danno, nei cui limiti essa costituisce titolo esecutivo, nonché titolo per iscrivere ipoteca giudiziale (v. Cass. 24/05/2004, n. 9996; 15/04/1998, n. 3800).

Una volta traslata dunque, ex art. 622 c.p.p., l’azione di danno nel giudizio civile, la stessa dovendo obbedire alle regole ed ai principi propri di questo, intanto la provvisionale può essere accordata in quanto possa dirsi raggiunta prova del danno, il che, nel caso di danno da reato di contrabbando ex art. 292, D.P.R. cit., richiede, per quanto detto, la dimostrazione dei presupposti di tale danno, da individuare in relazione alla risposta che si intenderà dare al primo quesito di cui sopra.

21. Rilievo subordinato al rigetto del terzo motivo (ed alla soluzione, dunque, che si riterrà di dare alle sopra esposte questioni che esso pone) assume poi il sesto motivo, il quale pure pone questione di massima di particolare importanza, oltre che inedita nel panorama giurisprudenziale noto.

Ammesso che, nella specie, il danno risarcibile possa essere identificato con (o comunque parametrato a) l’imposta evasa, si tratta di stabilire se esso e la conseguente pretesa risarcitoria debbano essere riconosciuti in capo all’amministrazione finanziaria nazionale o alla Commissione Europea quale organo esecutivo dell’Unione Europea.

La tesi censoria è nel secondo senso, sul rilievo che, secondo le Decisioni CE n. 728/1994 e 597/2000, stabilenti il regime delle risorse proprie dell’Unione, i dazi costituiscono risorse proprie dell’Unione e vengono iscritte nel bilancio dell’Unione stessa.

La stessa questione è peraltro specularmente proposta anche dall’unico motivo di ricorso incidentale condizionato che l’Avvocatura Generale dello Stato, nel proprio controricorso, propone nell’interesse della Commissione Europea.

Sul tema, nell’assenza di precedenti pronunciamenti al riguardo, pare opportuno rimarcare che la Decisione del Consiglio del 31/10/1994 n. 728 relativa al sistema delle risorse proprie delle Comunità Europee (abrogata dalla Decisione del 29/09/2000 n. 597 Articolo 10, ma vigente fino al 1 gennaio 2002 e dunque applicabile alla specie ratione temporis), così testualmente dispone agli artt. 1, 2 e 8 (peraltro pienamente sovrapponibili ai corrispondenti artt. della successiva Decisione n. 597 del 2000):

“Articolo 1:

Le risorse proprie sono attribuite alle Comunità per garantire il finanziamento del loro bilancio secondo le modalità fissate agli articoli che seguono.

Salve restando altre entrate, il bilancio delle Comunità è integralmente finanziato da risorse proprie delle Comunità.

Articolo 2:

l. Costituiscono risorse proprie iscritte nel bilancio dell’Unione Europea le entrate provenienti:

a) dai prelievi, premi, importi supplementari o compensativi, importi o elementi aggiuntivi ed altri dazi fissati o da fissare da parte delle istituzioni delle Comunità sugli scambi con paesi non membri nel quadro della politica agricola comune, nonché contributi ed altri dazi previsti nel quadro dell’organizzazione comune dei mercati nel settore dello zucchero;

b) dai dazi della tariffa doganale comune e da altri dazi fissati o da fissare da parte delle istituzioni delle Comunità sugli scambi con i paesi non membri e dazi doganali sui prodotti rientranti nel trattato che istituisce la Comunità Europea del carbone e dell’acciaio;

Articolo 8:

1. Le risorse proprie delle Comunità di cui all’art. 2, paragrafo 1, lettere a) e b) sono riscosse dagli Stati membri ai sensi delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative nazionali, eventualmente adattate alle esigenze della normativa comunitaria.

La Commissione procede, ad intervalli regolari, all’esame delle disposizioni nazionali che le sono comunicate dagli Stati membri, comunica agli Stati membri gli adattamenti che ritiene necessari per garantire che esse siano conformi alle normative comunitarie e riferisce all’autorità di bilancio.

Gli Stati membri mettono a disposizione della Commissione le risorse di cui all’art. 2, paragrafo 1, lettere da a) a d)”.

Alla luce di tali disposizioni pare possa osservarsi che, se il dazio è risorsa propria dell’Unione Europea – com’e’ chiaramente affermato dalle citate fonti comunitarie -, il danno dovrebbe essere apprezzabile in capo alla stessa e solo di riflesso in capo allo Stato membro, ma nei limiti in cui quelle risorse possano ritenersi prevedibilmente impiegate in politiche dell’unione che avvantaggino direttamente il singolo Stato membro.

In argomento non offre pertinenti elementi di valutazione il remoto precedente di Cass. 19/10/1981, n. 5441, secondo il quale “qualora i certificati “DD/3″, che accompagnano merci presentate per l’importazione alla dogana italiana con l’attestazione della provenienza delle merci stesse dalla Svizzera, paese terzo, e della ammissione di esse alla libera pratica all’interno del territorio della Cee per essere stati assolti i dazi di importazione in Francia, dove i certificati in parola risultano apparentemente rilasciati, siano falsi, sì da far ritenere che le merci siano in realtà provenute direttamente da un paese extra-comunitario e non abbiano pagato i dazi comunitari, è legittimo che l’amministrazione finanziaria italiana richieda il pagamento dei dazi comunitari evasi alla ditta importatrice italiana, in quanto, mancando la prova che le merci abbiano varcato la frontiera esterna della comunità in un paese diverso da quello italiano, deve ritenersi che le stesse siano state presentate per la prima volta alle autorità doganali italiane per essere immesse nell’area della comunità economica Europea”.

Non si discute, infatti, in questa sede, della legittimazione del singolo Stato membro a riscuotere i dazi doganali (attività, del resto, come detto espressamente demandata ai singoli Stati membri anche dalle Decisioni menzionate, art. 8), ma della titolarità del relativo diritto e, correlativamente, della succedanea pretesa risarcitoria (se e in quanto riconoscibile e parametrabile al tributo) in caso di evasione. 22. In conclusione, per decidere la controversia, occorre dare risposta ai seguenti quesiti:

– se, ed eventualmente a quali condizioni, il danno risarcibile conseguente a illecito tributario (penale o amministrativo che sia) possa essere fatto coincidere con l’imposta evasa;

– ove si ritenga che a tal fine non basti la sola non coincidenza tra autore dell’illecito e soggetto passivo d’imposta e, comunque, in caso, quale quello di specie, di coincidenza delle due qualità nella stessa persona, quali siano le condizioni in presenza delle quali il danno risarcibile possa essere identificato o comunque parametrato all’imposta evasa;

– se, in particolare, la perdurante possibilità per l’amministrazione titolare della pretesa tributaria di esercitare i poteri di accertamento e recupero coattivo ad essa attribuiti osti di per sé a proporre ordinaria azione civile per il risarcimento del danno commisurato all’imposta o se, invece, le due tutele possano coesistere e con quali effetti;

– ove si ritenga che l’azione civile possa essere proposta, per il risarcimento del danno commisurato all’imposta evasa, nel solo caso in cui l’amministrazione non abbia più la possibilità di riscuotere, nemmeno coattivamente, le somme dovute direttamente dal contribuente, occorrerà in tal caso ulteriormente chiarire: se e in quali casi tale impossibilità possa configurarsi; se in particolare possano a tal fine rilevare le difficoltà dell’accertamento in sede penale o amministrativa dell’illecito e il tempo per esso occorrente; su chi gravi l’onere di dimostrare la sussistenza (o, al contrario, l’insussistenza) di tale condizione;

– in ipotesi in cui si dia risposta in tutto o in parte affermativa al quesito circa la possibilità di commisurare il danno risarcibile all’imposta evasa se, trattandosi, come nella specie, di dazi doganali, il danno debba apprezzarsi – e la succedanea pretesa risarcitoria riconoscersi – in capo all’Unione Europea e, per essa, alla Commissione che ne è organo esecutivo, ovvero in capo allo Stato membro cui è attribuito il compito della relativa riscossione;

– in presenza di quali presupposti, infine, in caso di transiatio al giudice civile ex art. 622 c.p.p., possa accordarsi la provvisionale richiesta dalle amministrazioni danneggiate al momento della costituzione di parte civile nel processo penale.

23. Stima il Collegio che si tratti di questioni di massima di particolare importanza, sia per la mancanza di precedenti univoci o pienamente convincenti, sia perché le questioni stesse sotto più aspetti abbracciano anche la materia tributaria, sia ancora per la sentita esigenza nomofilattica connessa al coinvolgimento di interessi anche dell’Unione Europea e delle Istituzioni di essa rappresentative.

Ricorrono perciò le condizioni per rimettere gli atti al Primo Presidente, affinché valuti l’opportunità di assegnare la trattazione del ricorso alle Sezioni Unite ai sensi dell’art. 374 c.p.c., comma 2, seconda ipotesi, sulle questioni suesposte, riassunte al punto 22 delle ragioni della decisione.

P.Q.M.

La Corte rimette gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione del ricorso alle Sezioni Unite ai sensi dell’art. 374 c.p.c., comma 2.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 22 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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