Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38700 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 06/12/2021, (ud. 16/09/2021, dep. 06/12/2021), n.38700

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LEONE Margerita Maria – Presidente –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – Consigliere –

Dott. BUFFA Francesco – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28460-2019 proposto da:

B.G., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato LORENZO IANNONE;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

Direttore pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE

BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE DELL’ISTITUTO,

rappresentato e difeso dagli avvocati EMANUELE DE ROSE, ANTONINO

SGROI, CARLA D’ALOISIO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 216/2019 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata l’11/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 16/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. ALFONSINA

DE FELICE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

la Corte d’appello di Salerno, in riforma della sentenza del Tribunale della stessa città, ha accolto il ricorso proposto dall’Inps, affermando la legittimità della cancellazione dagli elenchi anagrafici di B.G., operaio agricolo a tempo determinato presso alcune aziende del territorio, ciò sulla base delle risultanze del verbale ispettivo nonché di altri elementi idonei ad infirmare l’attendibilità delle prospettazioni del lavoratore;

la Corte territoriale ha rilevato il difetto di motivazione del primo giudice, là dove questi, nell’ordinare la reiscrizione del lavoratore negli elenchi anagrafici sul presupposto che la prova testimoniale – ritenuta attendibile – avesse definitivamente chiarito l’esistenza del vincolo di subordinazione, aveva tuttavia omesso di coordinare le dichiarazioni rese da soggetti che avevano lavorato nelle medesime aziende, con quanto accertato nel verbale ispettivo dell’Inps (e confermato dai due ispettori escussi nel giudizio quali testimoni);

la cassazione della sentenza è domandata da B.G. sulla base di cinque motivi;

l’Inps ha depositato controricorso;

e’ stata depositata proposta ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., ritualmente comunicata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO

che:

col primo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, parte ricorrente deduce “Nullità della sentenza in relazione agli artt. 112 e 360 c.p.c. e all’art. 132 c.p.c., comma 2”; prospetta la nullità della sentenza per non avere la Corte d’appello, valutato le risultanze probatorie fornite dal ricorrente;

col secondo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, si duole della “Violazione e falsa applicazione di norma di diritto e in particolare dell’art. 116 c.p.c. e dell’art. 2094 c.c.”;

al fine di evidenziare l’inattendibilità dei testi escussi, la Corte d’appello avrebbe distorto il significato delle loro dichiarazioni (ad es. in materia di orario di lavoro) facendone conseguire un’erronea ricostruzione del fatto;

col terzo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, contesta “Violazione e falsa applicazione di norma di diritto e in particolare dell’art. 116 c.p.c. e degli artt. 2697, 2699 e 2094 c.c.”; sostiene che la diversa qualificazione del B. come lavoratore autonomo/collaboratore familiare della coltivatrice diretta I.M., sarebbe stata ricavata dal contenuto del verbale di accertamento dell’Inps, in modalità, quindi, totalmente priva di contraddittorio e, pertanto, insufficiente ai fini probatori;

col quarto motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, denuncia “”Violazione e falsa applicazione di norma di diritto e in particolare dell’art. 2697 c.c., dell’art. 230 bis c.c. e della L. n. 203 del 1982, art. 48, in tema di ripartizione dell’onere della prova”; afferma che non sussiste nessun elemento probatorio che possa confermare la natura dell’odierno ricorrente quale collaboratore familiare di I.M.; sostiene che tutta una serie di elementi di fatto militano per una ricostruzione della natura del rapporto quale lavoro subordinato, posto che la coltivazione dei campi di sua proprietà costituiva un’attività secondaria rispetto alla prestazione alle dipendenze, stante l’assenza di un obbligo di doppia contribuzione all’Inps; lo stesso varrebbe anche per il lavoro prestato in favore dell’azienda di G.M., per cui non erano emerse prove della non sussistenza di un lavoro dipendente;

col quinto e ultimo motivo, sempre formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, il ricorrente denuncia “Violazione dell’art. 116 c.p.c., dell’art. 2697 c.c., dell’art. 230 bis c.c. e della L. n. 203 del 1982, art. 48, per travisamento della prova”, chiede in via subordinata che sia dichiarato l’errore di ricostruzione del fatto che ha condotto a un’erronea applicazione della norma di diritto in merito all’accertamento della fittizietà dei rapporti di lavoro subordinato intercorsi con le aziende agricole I. e G.;

il primo motivo è inammissibile;

la Corte di cassazione, allorquando debba accertare se il giudice di merito sia incorso in “error in procedendo”, è anche giudice del fatto ed ha il potere di esaminare direttamente gli atti di causa; tuttavia, non essendo il predetto vizio rilevabile “ex officio”, né potendo, la Corte, ricercare e verificare autonomamente i documenti interessati dall’accertamento, è necessario che la parte ricorrente non solo indichi gli elementi individuanti e caratterizzanti il “fatto processuale” di cui richiede il riesame, ma anche che illustri la corretta soluzione rispetto a quella erronea praticata dai giudici di merito, in modo da consentire alla Corte investita della questione, secondo la prospettazione alternativa del ricorrente, la verifica della sua esistenza e l’emenda dell’errore denunciato. (Sez. Un. 20181 del 2019)

tali essendo, secondo l’insegnamento della Suprema Corte, i limiti del giudizio di fatto nell’ambito del giudizio di legittimità, va rilevato come nel caso in esame le critiche mosse dal ricorrente al provvedimento gravato rimangano del tutto generiche;

e’ evidente come espressioni quali “…la sentenza impugnata, ignorando tutte le risultanze probatorie…” oppure “La Corte d’appello di Salerno è andata ben oltre le risultanze dei verbali ispettivi innanzi indicati…” o ancora “…in conclusione si deduce che appare lapalissiano il dato della mancata indicazione delle motivazioni sulla base delle quali…” non possano far ritenere sussistenti i presupposti affinché si possa procedere ad un riesame del merito in questa sede, atteso che il motivo, così come proposto, è del tutto privo delle allegazioni idonee a fondare una prospettazione alternativa rispetto al decisum i cui effetti il ricorrente intende qui contestare;

gli altri quattro motivi, che possono esaminarsi congiuntamente per la loro logica connessione, sono parimenti inammissibili;

essi chiedono la rivalutazione del merito e una diversa valutazione del materiale probatorio, sia in ordine all’esistenza della subordinazione che alle modalità di svolgimento della prestazione e ai periodi di riferimento;

va, pertanto, nel caso in esame, data attuazione al costante orientamento di questa Corte, che reputa “…inammissibile il ricorso per cassazione con cui si deduca, apparentemente, una violazione di norme di legge mirando, in realtà, alla rivalutazione dei fatti operata dal giudice di merito, così da realizzare una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito.” (Cass. n. 18721 del 2018; Cass. n. 8758 del 2017);

in definitiva, il ricorso va dichiarato inammissibile; le spese, come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza;

in considerazione dell’inammissibilità del ricorso, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di legittimità nei confronti del controricorrente, che liquida in Euro 200,00 per esborsi, Euro 1.500,00 a titolo di compensi professionali oltre spese generali nella misura forfetaria del 15 per cento ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 16 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

 

 

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