Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38685 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. lav., 06/12/2021, (ud. 27/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38685

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – rel. Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6617/2020 proposto da:

H.N., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR, presso LA CANCELLERIA

DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato MASSIMO GOTI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI BARI in persona

del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ex lege

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 2497/2019 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 28/11/2019 R.G.N. 2356/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

27/10/2021 dal Consigliere Dott. CARLA PONTERIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. La Corte d’appello di Bari ha respinto l’appello proposto da H.N., cittadino del Pakistan, avverso l’ordinanza del Tribunale che, confermando il provvedimento emesso dalla competente Commissione Territoriale, aveva negato al richiedente il riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria.

2. Il richiedente aveva allegato di essere fuggito dal Pakistan a causa di un conflitto, legato ad alcune terre, con la famiglia della sua fidanzata e che era sfociato nella uccisione di un suo amico e nella denuncia quali autori di tale omicidio dei parenti del ricorrente; che inoltre, nel (OMISSIS), mentre era in collegio, a causa di una lite tra studenti, era stato ucciso il cugino della sua fidanzata ed anche di tale omicidio erano stati falsamente accusati i parenti del ricorrente.

3. La Corte d’appello ha ritenuto fortemente implausibile il racconto del richiedente, man mano modificato allo scopo di superare le contraddizioni rilevate, senza che ai numerosi profili di incoerenza venisse fornita una giustificazione logica e plausibile; ha escluso i presupposti per la protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), in ragione dei dati emergenti dalle fonti internazionali accreditate. Ha parimenti negato la protezione umanitaria rilevando che il ricorrente aveva dichiarato di aver mantenuto i contatti con la sua famiglia nel Paese d’origine e che non era allegata alcuna effettiva integrazione in Italia; a tal fine non appariva sufficiente la produzione di alcune buste paga relative ad una assunzione del gennaio 2019, con retribuzione mensile di Euro 300.

4. Avverso tale sentenza il richiedente la protezione ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi.

5. Il Ministero dell’Interno si è costituito al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

6. Col primo motivo è dedotta violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8,D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 14, nonché omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio in relazione alla mancata valutazione della situazione esistente in Pakistan. Si assume che la Corte di merito abbia respinto l’appello senza indicare fonti accreditate a livello internazionale sulla situazione di violenza indiscriminata esistente in Pakistan e senza esaminare con attenzione la situazione personale del richiedente, che in caso di rimpatrio rischia di subire concretamente pregiudizi e trattamenti inumani.

7. Col secondo motivo è dedotta violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, per omessa motivazione sulla domanda di riconoscimento della protezione umanitaria. Si afferma che il ricorrente si sia attivato per raggiungere una significativa integrazione nel territorio nazionale, come documentato dalla certificazione unica relativa ai redditi da lavoro subordinato percepiti nel 2018 e dalle buste paga prodotte concernenti i redditi del 2019.

8. Il primo motivo di ricorso è inammissibile, in quanto si limita a contrastare l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alle fonti specificamente consultate in relazione alla domanda di protezione sussidiaria, di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), senza tuttavia evidenziare, mediante riscontri precisi ed univoci, che le informazioni sulla cui base è stata assunta la decisione siano state oggettivamente travisate, ovvero superate da altre più aggiornate e decisive fonti qualificate.

9. Questa Corte (Cass. n. 4037 del 2020; n. 23999 del 2020; n. 26728 del 2019) ha chiarito che, ove si denunci la violazione del dovere di collaborazione istruttoria gravante sul giudice di merito, non può procedersi alla mera prospettazione, in termini generici, di una situazione complessiva del Paese di origine del richiedente diversa da quella ricostruita dal giudice, ma occorre che la censura dia atto in modo specifico degli elementi di fatto idonei a dimostrare che il giudice di merito abbia deciso sulla base di informazioni non più attuali, dovendo la censura contenere precisi richiami, anche testuali, alle fonti alternative o successive proposte, in modo da consentire alla S.C. l’effettiva verifica circa la violazione del dovere di collaborazione istruttoria.

10. Ove manchi tale specifica allegazione, come nel caso di specie, è precluso a questa Corte di procedere ad una revisione della valutazione delle risultanze istruttorie compiuta dal giudice del merito.

11. E’ invece fondato il secondo motivo di ricorso.

12. Nel respingere la domanda di protezione umanitaria, i giudici di appello hanno rilevato che il richiedente ha prodotto “alcune buste paga relative ad un’assunzione recente (gennaio 2019) in cui è riportata una retribuzione tutt’altro che utile ad assicurare una vita dignitosa (circa 300 Euro mensili)”. Hanno ritenuto che la mancata prova di una effettiva integrazione in Italia (unita al mantenimento di contatti con la famiglia tuttora in Pakistan) precludesse in radice ogni comparazione con le condizioni di vita nel Paese di provenienza.

13. La motivazione adottata dai giudici di appello non appare conforme ai principi enunciati da questa S.C. e recentemente ribaditi dalle Sezioni Unite, con la sentenza n. 24413 del 2021.

14. Quest’ultima pronuncia ha tratteggiato il fondamento della protezione umanitaria richiamando la tutela offerta dall’art. 8 Cedu alla vita privata, intesa come l’insieme di relazioni che il richiedente si è costruito in Italia (relazioni familiari, ma anche affettive e sociali e naturalmente relazioni lavorative) e il disposto degli artt. 2 e 3 Cost., là dove quest’ultima tutela la persona “nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” e predica la “pari dignità sociale” di ogni persona (anche straniera, come chiarito dalla Corte costituzionale fin dagli anni ‘60, cfr., fra le tante, C. Cost. n. 120/1967); ha chiarito che “alla luce di tali disposizioni costituzionali…va individuato il senso e la tecnica della comparazione da effettuare tra ciò che il richiedente lascia in Italia e ciò che egli troverà nel suo Paese di origine, dovendo cioè valutarsi, nel giudizio sulla vulnerabilità, non solo il rischio di danni futuri – legati alle condizioni oggettive e soggettive che il migrante (ri)troverà nel Paese di origine – ma anche il rischio di un danno attuale da perdita di relazioni affettive, di professionalità maturate, di osmosi culturale riuscita”.

15. La medesima sentenza nell’individuare, tra gli indici socialmente rilevanti del livello di integrazione effettiva del richiedente nel nostro Paese, la titolarità di un rapporto di lavoro, ha fatto esplicito riferimento ai rapporti a tempo determinato, secondo la ragione pratica della maggiore diffusione di tale forma di accesso al mercato del lavoro.

16. Da tali premesse, di principi e di metodo, discende che il giudizio di valutazione comparativa demandato al giudice, di fronte ad una domanda di protezione umanitaria, esige una analisi ricostruttiva complessa della condizione di eventuale vulnerabilità esistente nel Paese di provenienza e di ciò che il richiedente ha realizzato, nel tempo di permanenza in Italia, creando relazioni di vita privata, di carattere sociale e lavorativo, secondo quello che il concreto meccanismo del mercato del lavoro, così come delle locazioni abitative e dei rapporti sociali, consente di ottenere in un determinato momento storico.

17. Con la conseguenza che non risponde al percorso tracciato dalle pronunce di questa S.C. la pretesa di misurare il livello di integrazione in base all’entità delle retribuzioni percepite dal richiedente, a prescindere dallo sforzo ricostruttivo delle condizioni che il medesimo troverebbe nel Paese di origine comparate con l’intera tessitura di relazioni create nel Paese ospitante; senza peraltro alcuna indagine sulle ragioni di una retribuzione modesta, come quella percepita dal richiedente, non in linea col tenore dell’art. 36 Cost., astrattamente riferibile a forme di lavoro part time o a rapporti di cd. lavoro povero (poor work) e senza alcuna valorizzazione della continuità dell’attività lavorativa, iniziata nel 2018 (come da certificazione unica 2019 allegata al ricorso in esame) e proseguita nel 2019.

18. Per le considerazioni svolte, in accoglimento del secondo motivo di ricorso la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio alla medesima Corte d’appello, in diversa composizione, che procederà ad un nuovo esame della fattispecie alla luce dei principi richiamati, oltre che alla regolazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso, dichiara inammissibile il primo, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte d’appello di Bari, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 27 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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