Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38680 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 06/12/2021, (ud. 05/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38680

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRO Massimo – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 79-2021 proposto da:

B.B., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA

della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

MASSIMO PASTORE;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

– resistente –

avverso la sentenza n. 289/2020 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 2/3/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del

5/10/2021 dal Consigliere Relatore Dott. PAZZI ALBERTO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Il Tribunale di Torino, con ordinanza ex art. 702-bis c.p.c. del 18 dicembre 2018, rigettava il ricorso proposto da B.B., cittadino del Senegal, avverso il provvedimento emesso dalla locale Commissione territoriale di diniego di riconoscimento del suo status di rifugiato nonché del suo diritto alla protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007 ex artt. 2 e 14, o a quella umanitaria ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6.

2. La Corte d’appello di Torino, con sentenza pubblicata in data 2 marzo 2020, respingeva l’impugnazione proposta dal richiedente asilo.

In particolare, la Corte di merito riteneva che il racconto del migrante (il quale aveva raccontato di essersi allontanato dal paese di origine dopo aver acceso un fuoco che si era propagato nei campi circostanti, per sfuggire alle ire dei proprietari e non essere arrestato dalla polizia per il reato colposo commesso) non fosse credibile e, di conseguenza, escludeva la possibilità di riconoscere la protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007 ex art. 14, lett. b).

Reputava, inoltre, che non potesse essere riconosciuta la protezione umanitaria, in mancanza di un radicamento sul territorio italiano e non potendosi opinare che un eventuale rimpatrio avrebbe provocato per il migrante la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani.

3. Per la cassazione di tale statuizione ha proposto ricorso B.B. prospettando due motivi di doglianza.

Il Ministero dell’Interno si è costituito al di fuori dei termini di cui all’art. 370 c.p.c. al fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

4. Il primo motivo di ricorso denuncia la falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 3 e 5, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, commi 2 e 3, e art. 27, comma 1-bis, del D.P.R. n. 21 del 2015, art. 6, comma 6, e dell’art. 16 Direttiva 2013/32/UE e la violazione dei criteri legali per la valutazione della credibilità del richiedente: la Corte d’appello, dopo aver rilevato che il migrante non aveva fornito alcuna allegazione o produzione documentale che potesse far ritenere vera ed effettiva la propagazione dell’incendio a causa della sua negligenza, non si è soffermata – in tesi di parte ricorrente – sul circostanziato racconto reso né sulle argomentazioni difensive illustrate all’interno del ricorso in appello, omettendo di approfondire la vicenda personale esposta e le circostanze dedotte a fondamento della domanda di protezione; e ciò senza neppure procedere alla personale audizione del ricorrente al fine di effettuare una compiuta valutazione della credibilità del suo racconto.

5. Il motivo risulta, nel suo complesso, inammissibile.

5.1 Questa Corte, in passato, ha già avuto occasione di spiegare che nel procedimento, in grado d’appello, relativo a una domanda di protezione internazionale, non era ravvisabile una violazione processuale sanzionabile a pena di nullità nell’omessa audizione personale del richiedente, atteso che il rinvio – contenuto nel D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35, comma 13 – al precedente comma 10, che prevedeva l’obbligo di sentire le parti, non si configurava come un incombente automatico e doveroso, ma come un diritto della parte di richiedere l’interrogatorio personale, cui si collegava il potere officioso del giudice d’appello di valutarne la specifica rilevanza (Cass. 24544/2011).

Il principio vale a maggior ragione rispetto alle controversie, come quella in esame, che rimangono regolate dal D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 19, dato che la norma, al pari dell’art. 702-quater c.p.c. al quale la stessa rinvia, non fa cenno ad alcun incombente istruttorio a cui la Corte d’appello sia comunque tenuta.

Il richiedente asilo non aveva, dunque, alcun diritto di essere sentito in interrogatorio personale in sede di appello (anche in considerazione del fatto che l’obbligo di audizione deve essere valutato – come è stato precisato dalla decisione della Corte di giustizia dell’Unione Europea, 26 luglio 2017, Moussa Sacko contro Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Milano – alla stregua dell’intera procedura di esame della domanda di protezione (par. 42) e sulla base del potere del giudice di esaminare la completa documentazione, che a suo giudizio può ritenere esaustiva (par. 44)).

L’appellante invece, preso atto della valutazione di non credibilità soggettiva espressa dal giudice di primo grado, avrebbe potuto sollecitare il proprio interrogatorio personale all’interno dell’impugnazione al fine di offrire i chiarimenti che avesse ritenuto opportuni e la Corte territoriale, a fronte di una simile richiesta, avrebbe avuto l’onere di valutare se l’incombente fosse indispensabile ai fini della decisione, come previsto dall’art. 702-quater c.p.c..

Sul punto, tuttavia, il ricorrente non assume che la propria richiesta di audizione sia rimasta inascoltata, né tanto meno indica, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, dove e in quali termini una simile domanda fosse stata presentata, risultando così la critica, sotto questo profilo, inammissibile.

5.2 In materia di protezione internazionale il richiedente è tenuto ad allegare i fatti costitutivi del diritto alla protezione richiesta e, ove non impossibilitato, a fornirne la prova, trovando deroga il principio dispositivo, soltanto a fronte di un’esaustiva allegazione, attraverso l’esercizio del dovere di cooperazione istruttoria e di quello di tenere per veri i fatti che lo stesso richiedente non è in grado di provare nel caso in cui questi, oltre ad essersi attivato tempestivamente alla proposizione della domanda e ad aver compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziarla, superi positivamente il vaglio di credibilità soggettiva condotto alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, (Cass. 15794/2019).

Questa valutazione di affidabilità del dichiarante è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione, che deve essere svolta alla luce dei criteri specifici indicati all’interno del citato art. 3, oltre che di criteri generali di ordine presuntivo idonei a illuminare il giudice circa la veridicità delle dichiarazioni rese (Cass. 20580/2019).

La Corte di merito si è ispirata a questi criteri laddove, all’esito dell’esame delle dichiarazioni rese dal migrante, ha rilevato – come previsto dall’art. 3, comma 5, lett. c, appena citato e in assonanza con i rilievi del primo giudice – che il racconto offerto dal richiedente asilo, oltre a non essere suffragato da alcuna produzione documentale, era di contenuto generico e risultava inverosimile in diversi punti sotto il profilo della credibilità razionale della concreta vicenda narrata.

Una volta constatato come la valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente asilo sia il risultato di una decisione compiuta alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, è sufficiente aggiungere che la stessa costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, censurabile in questa sede solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile.

Si deve, invece, escludere l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura e interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, nel senso proposto in ricorso, trattandosi di censura attinente al merito; censure di questo tipo si riducono, infatti, all’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, che però è estranea all’esatta interpretazione della norma e inerisce invece alla tipica valutazione del giudice di merito, la quale è sottratta al sindacato di legittimità (Cass. 3340/2019).

6. Il secondo motivo di ricorso lamenta la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, e del T.U.I., art. 5, comma 6, e art. 19, in quanto la Corte distrettuale, nel disattendere la richiesta di riconoscimento della protezione umanitaria, è venuta meno – in tesi di parte ricorrente – al proprio dovere di considerare in una prospettiva comparativa il processo di inserimento del B. in Italia e le condizioni socio-politiche e di sicurezza del paese di origine, all’esito della consultazione delle informazioni internazionali sulle prospettive di vita in caso di rimpatrio.

7. Il motivo è inammissibile.

La Corte distrettuale, all’esito del giudizio di non credibilità, ha ritenuto che il richiedente asilo non fosse meritevole neppure della protezione umanitaria in quanto, da una parte, nessuna considerazione era stata svolta in merito ad una situazione di vulnerabilità in cui si sarebbe trovato il B. in caso di rimpatrio (se non tramite la rappresentazione giudicata inveritiera – dei rischi correlati al procurato incendio), dall’altra la documentazione prodotta non dimostrava che il migrante avesse realizzato un adeguato grado di integrazione in Italia.

Il giudice di merito si è così fatto carico di una valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese di accoglienza e a quello di origine, al fine di verificare se il rimpatrio potesse determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel paese d’accoglienza (Cass. 4455/2018).

A fronte di un simile accertamento – che rientra nel giudizio di fatto demandato al giudice di merito – la doglianza intende nella sostanza proporre una diversa lettura dei fatti di causa, traducendosi in un’inammissibile richiesta di rivisitazione del merito (Cass. 8758/2017). 8. In virtù delle ragioni sopra illustrate il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

La costituzione dell’amministrazione intimata al di fuori dei termini previsti dall’art. 370 c.p.c. ed al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione, non celebrata, esime il collegio dal provvedere alla regolazione delle spese di lite.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 5 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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