Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3868 del 16/02/2018


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Civile Ord. Sez. L Num. 3868 Anno 2018
Presidente: NAPOLETANO GIUSEPPE
Relatore: TRIA LUCIA

sul ricorso 3577-2012 proposto da:
MINISTERO DELL’INTERNO C.F. 80185690585, in persona
del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso
dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui
Uffici domicilia in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI, 12
ope legis;
– ricorrente contro

2017
4172

DAMIANI

GIOVANNI,

PIERO

ANNA,

elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA EUDO GIULIOLI 47/B/18, presso
il Signor GIUSEPPE MAZZITELLI, rappresentati e difesi
dall’avvocato ANTONIO SORICE, giusta delega in atti;
– controricorrenti –

Data pubblicazione: 16/02/2018

avverso la sentenza n. 305/2011 della CORTE D’APPELLO

di NAPOLI, depositata il 07/02/2011 R.G.N. 840/2008.

Adunanza camerale del 25 ottobre 2017 – n. 8 del ruolo
RG n. 3577/12
Presidente: Napoletano – Relatore: Tria

RILEVATO
che, con sentenza in data 7 febbraio 2011, la Corte d’appello di Napoli ha respinto
l’appello del Ministero dell’Interno avverso la sentenza del Tribunale di Avellino n.
1741/2007 di accoglimento del ricorso proposto da Anna Pierro e Giovanni Damiani,
entrambi in servizio presso la Prefettura – Ufficio Territoriale del Governo di Avellino –

collaboratore amministrativo (posizione economica C1) – al fine di ottenere, previa
disapplicazione della graduatoria di selezione per l’accesso al profilo di direttore
amministrativo contabile (posizione economica C3), il riconoscimento del loro diritto
ad essere ammessi alla procedura di riqualificazione professionale di cui alla suddetta
graduatoria, perché entrambi in possesso del diploma di laurea in giurisprudenza, non
menzionato tra quelli richiesti nel bando della selezione ma ad essi equipollente;
che per la cnsazione di tale sentenz. a il Ministero dell’Interno, rappresentato e difeso
dall’Avvocatura generale dello Stato, propone ricorso affidato ad un motivo, al quale
oppongono difese Anha Pierro e Giovanni Damiani, con controricorso, illustrato da
memoria;
CONSIDERATO
che con l’unico motivo di ricorso il Ministero dell’Interno denuncia violazione e falsa
applicazione . dell’art. 168 del r.d. 31 agosto 1933, n. 1592 e dell’art. 1367 cod. civ.
sostenendo che, anche alla luce dei percorsi di riqualificazione ed aggiornamento
professionale stabiliti dalla contrattazione integrativa per il personale del Ministero,
l’art. 168 cit., richiamato nel bando per i titoli di laurea equipollenti a quelli
espressamente indicati, non può essere inteso – nel rapporto tra laurea in
giurisprudenza e laurea in scienze politiche – in senso bidirezionale ma soltanto in
senso unidirezionale, cioè nel senso di considerare la laurea di scienze politiche
equipollente a quella di giurisprudenza e non viceversa;
che,

come si può notare, le censure proposte risultano dirette a contestare

l’interpretazione offerta dalla Corte territoriale al suindicato art. 168 cit. – quale
richiamato nel bando – assumendo che l’erroneità di tale interpretazione sarebbe
dimostrata in modo inequivocabile dalla normativa sulla progressione in carriera dei

1

rispettivamente in qualità di funzionario amministrativo (posizione economica C2) e di

dipendenti dettata dalla contrattazione integrativa per il personale del Ministero
dell’Interno;
che, peraltro, nel presente giudizio non sono stati prodotti né il bando citato né la genericamente menzionata e non trascritta in ricorso nelle parti pertinenti “contrattazione integrativa” e neppure sono stati forniti a questa Corte elementi sicuri
e puntuali per consentirne l’individuazione e il reperimento negli atti processuali;

cassazione (c.d. autosufficienza);
che, per “diritto vivente”, in base al suindicato principio – da intendere alla luce del
canone generale “della strumentalità delle forme processuali” – il ricorrente che
denunci il difetto o l’erroneità nella valutazione di un documento o di risultanze
probatorie o processuali, ha il duplice onere di: 1) indicare nel ricorso specificamente
le circostanze oggetto della prova o il contenuto del documento trascurato od
erroneamente interpretato dal giudice di merito (trascrivendone il contenuto
essenziale); 2) di fornire al contempo alla Corte elementi sicuri e puntuali per
consentirne l’individuazione e il reperimento negli atti processuali, potendosi così
ritenere assolto il duplice onere, rispettivamente previsto dall’art. 366, primo comma,
n. 6, cod. proc. civ. (a pena di inammissibilità) e dall’art. 369, secondo comma, n. 4
cod. proc. civ. (a pena di improcedibilità del ricorso), nel rispetto del relativo scopo,
che è quello di porre il Giudice di legittimità in condizione di verificare la sussistenza
del vizio denunciato senza compiere generali verifiche degli atti e soprattutto sulla
base di un ricorso che sia chiaro e sintetico (vedi, per tutte: Cass. SU 11 aprile 2012,
n. 5698; Cass. SU 3 novembre 2011, n. 22726; Cass. 14 settembre 2012, n. 15477;
Cass. 8 aprile 2013, n. 8569);
che, del resto, non va dimenticato che, una specifica parte del Protocollo d’intesa tra
la Corte di Cassazione e il Consiglio Nazionale Forense in merito alle regole redazionali
dei motivi di ricorso in materia civile e tributaria del 17 dicembre 2015 – che essendo
sopravvenuto rispetto alla formulazione del presente ricorso, non è direttamente
utilizzabile nella specie, ma è comunque da considerare significativo, secondo il
canone dell’interpretazione evolutiva – è stata espressamente dedicata al rispetto del
suindicato principio (detto anche di autosufficienza), stabilendosi al riguardo, fra l’altro
che tale rispetto, pur non comportando “un onere di trascrizione integrale nel ricorso e
nel controricorso di atti o documenti ai quali negli stessi venga fatto riferimento”,
2

che ciò si traduce nella violazione del principio di specificità dei motivi di ricorso per

tuttavia presuppone che: “1) ciascun motivo articolato nel ricorso risponda ai criteri di
specificità imposti dal codice di rito; 2) nel testo di ciascun motivo che lo richieda sia
indicato l’atto, il documento, il contratto o l’accordo collettivo su cui si fonda il motivo
stesso (art. 366, c. 1, n. 6), cod. proc. civ.), con la specifica indicazione del luogo
(punto) dell’atto, del documento, del contratto o dell’accordo collettivo al quale ci si
riferisce; 3) nel testo di ciascun motivo che lo richieda siano indicati il tempo (atto di
citazione o ricorso originario, costituzione in giudizio, memorie difensive, ecc.) del
fase

(primo grado, secondo grado, ecc.) in cui esso è avvenuto; 4) siano allegati al ricorso
(in apposito fascicoletto, che va pertanto ad aggiungersi all’allegazione del fascicolo di
parte relativo ai precedenti gradi del giudizio) ai sensi dell’art. 369, secondo comma,
n. 4, cod. proc. civ., gli atti, i documenti, il contratto o l’accordo collettivo ai quali si
sia fatto riferimento nel ricorso e nel controricorso”;
che tali principi si applicano anche ai contratti integrativi del settore pubblico per i
quali operano gli ordinari criteri di autosufficienza del ricorso, il quale risulta
improcedibile in caso del mancato rispetto dell’onere del deposito e inammissibile ove
il ricorrente non riporti il contenuto della normativa collettiva integrativa di cui censuri
l’illogica o contraddittoria interpretazione;
che, infatti, l’esenzione dal suddetto duplice onere deve intendersi limitata ai contratti
collettivi nazionali, con esclusione di quelli integrativi, atteso che questi ultimi sono
attivati dalle amministrazioni sulle singole materie e nei limiti stabiliti dai contratti
collettivi nazionali, tra i soggetti e con le procedure negoziali che questi ultimi
prevedono, sicché se pure parametrati al territorio nazionale in ragione
dell’amministrazione interessata, hanno comunque una dimensione di carattere
decentrato rispetto al Comparto, e inoltre per essi non è previsto, a differenza dei
contratti collettivi nazionali, il particolare regime di pubblicità di cui all’art. 47, ottavo
comma, del d.lgs. n. 165 del 2001 (vedi, per tutte: Cass. 11 aprile 2011, n. 8231;
Cass. 11 ottobre 2013, n. 23177; Cass. 9 giugno 2017, n. 14449);
che, nella specie, non solo non sono trascritte nel corpo del ricorso le parti salienti dei
documenti sui quali le censure si fondano (bando di concorso e contrattazione
collettiva), ma ne risulta omesso proprio il deposito unitamente con il ricorso e tale
incombente, come si è detto, è previsto dall’art. 369, n. 4, cod. proc. civ. a pena di
improcedibilità;
3

deposito dell’atto, del documento, del contratto o dell’accordo collettivo e la

che, quindi il ricorso va dichiarato improcedibile;
che le spese del presente giudizio di cassazione – liquidate nella misura indicata in
dispositivo – seguono la soccombenza.
P.Q.M.
La Corte dichiara il ricorso improcedibile e condanna il Ministero ricorrente al

(duecento/00) per esborsi, euro 4000,00 (quattromila/00) per compensi professionali,
oltre spese forfetarie nella misura del 15% e accessori come per legge.
Così deciso nella Adunanza camerale del 25 ottobre 2017.
Il Presidente
Giuseppe Napoletano

Il Funzionario Giudiziario

Dott.ssa

pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione, liquidate in euro 200,00

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