Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38678 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. trib., 06/12/2021, (ud. 24/11/2021, dep. 06/12/2021), n.38678

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – rel. Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Angelo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 13816/2012 R.G. proposto da:

B.A., rappresentato e difeso dall’avvocato Angelo Vola e

dall’avvocato Giuseppe Merlino, elettivamente domiciliato in Roma,

Piazza della Libertà n. 13, presso lo studio dell’avvocato Giuseppe

Merlino;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del direttore pro tempore,

rappresentata dall’Avvocatura Generale dello Stato, con domicilio

legale in Roma, via dei Portoghesi, n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato;

– controricorrente –

Avverso la sentenza della COMM. TRIB. CENTR. sezione MILANO n.

1561/06/11, depositata il 21/04/2011;

Udita la relazione svolta nella Camera di Consiglio del 24 novembre

2021 dal Consigliere Guida Riccardo.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. B.A., esercente l’attività di commercio all’ingrosso di articoli per parrucchieri, impugnò dinanzi alla Commissione tributaria (“C.T.”) di primo grado l’avviso di accertamento, emesso ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 2, che recuperava a tassazione IRPEF e ILOR, per l’anno d’imposta 1984, maggiori redditi non dichiarati.

2. La C.T. di primo grado, con sentenza n. 1763/1987, rigettò il ricorso ritenendo esente da censure l’atto impositivo in quanto l’omessa presentazione della dichiarazione IVA e la mancata esibizione dei documenti contabili legittimavano l’Ufficio a procedere alla ricostruzione indiretta dei ricavi.

3. La decisione fu riformata dalla C.T. di secondo grado che, con sentenza n. 237/1992, accolse l’appello del contribuente.

4. L’Ufficio ha impugnato la sentenza d’appello e la Commissione tributaria centrale (“C.T.C.”) (sezione di Milano), con la decisione in epigrafe, ha accolto parzialmente il gravame. In particolare, la Commissione centrale ha riconosciuto la facoltà dell’Agenzia delle entrate di accertare induttivamente il reddito del contribuente, in base ai dati e alle notizie comunque raccolti, prescindendo dalle risultanze del bilancio e delle scritture contabili, nella specie inesistenti. Indi, ha avallato l’operato dell’Ufficio che aveva ricostruito il reddito di impresa, per l’annualità 1984, sulla scorta di questi dati: (a) prendendo come termine di paragone il reddito di impresa conseguito nel 1983; (b) considerando l’acquisto di un appartamento, al prezzo di Lire 65.000.000, in relazione al quale era stato accertato un reddito per locazione di Lire 2.625.000; (c) tenendo conto dell’acquisto di un brevetto al prezzo di Lire 25.000.000. Tuttavia, il giudice tributario ha rettificato la base imponibile, che l’Amministrazione aveva quantificato in Lire 112.547.000 (pari al reddito di impresa del 1983), riducendola a Lire 73.078.000, in ragione della più breve durata dell’attività commerciale rispetto all’esercizio precedente, in quanto l’impresa era cessata il 28/08/1984.

5. Il contribuente ricorre con tre motivi e l’Agenzia resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo di ricorso (“Violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36 e dell’art. 132 c.p.c. in quanto la sentenza impugnata contiene una motivazione apparente del tutto insufficiente (con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5).”), il contribuente censura la sentenza della C.T.C. che, laddove ha stabilito che “l’ammontare del reddito accertato per l’anno precedente (1983) costituisce un dato comunque raccolto, che l’Ufficio poteva prendere in considerazione per rettificare quello del 1984, come lo è il contratto di affitto dell’immobile acquistato nel corso del 1984”, non ha spiegato le ragioni del proprio convincimento, anche in considerazione della circostanza che l’avviso di accertamento emesso per l’annualità precedente (1983) era stato annullato con sentenza di secondo grado.

1.1. Il motivo è inammissibile.

La doglianza consiste nella confusa unificazione e sovrapposizione delle ragioni di ricorso per cassazione – error in procedendo e vizio di motivazione – e demanda impropriamente alla Corte il compito di sostituirsi al contribuente nell’enucleare, dall’insieme delle critiche congiuntamente proposte, autonomi profili di censura (Cass. 18/04/2018, n. 9486; 14/09/2016, n. 18021).

2. Con il secondo motivo, denunciando violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 2, lett. c), il contribuente ascrive alla sentenza impugnata di avere erroneamente stabilito che il reddito accertato per il 1983 potesse essere considerato alla stregua di un “dato comunque raccolto” dall’Ufficio, da utilizzare per l’accertamento induttivo del reddito del 1984, trascurando, per un verso, che il reddito del 1983, accertato con metodo analitico-induttivo, poteva valere al più quale “elemento indiziario” che, ove supportato da altri elementi presuntivi, avrebbe legittimato un accertamento analitico-induttivo, ma non certo un accertamento induttivo puro; per altro verso, che l’accertamento del reddito del 1983 era stato poi annullato da una decisione di secondo grado.

2.1. Il motivo è infondato.

Il D.P.R. n. 600 nel 1973, art. 39, comma 2, lett. c), ratione temporis vigente (l’avviso di accertamento risale al 1987) dispone che “(…) l’ufficio delle imposte determina il reddito d’impresa sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza, con facoltà di prescindere in tutto o in parte dalle risultanze del bilancio e dalle scritture contabili in quanto esistenti e di avvalersi anche di presunzioni prive dei requisiti di cui alla lettera d) del precedente comma: c) quando dal verbale di ispezione redatto ai sensi dell’art. 33 risulta che il contribuente non ha tenuto o ha comunque sottratto all’ispezione una o più delle scritture contabili prescritte dall’art. 14 ovvero quando le scritture medesime non sono disponibili per causa di forza maggiore;”. L’affermazione della C.T.C., secondo cui l’accertamento induttivo era legittimo nonostante la denuncia del furto delle scritture, quale causa di forza maggiore ostativa alla loro esibizione in sede di verifica, è conforme al consueto orientamento di questa Corte, per il quale “In tema di accertamento del reddito d’impresa, il D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 39, comma 2, lett. c), ne autorizza l’accertamento – e dunque la determinazione sulla scorta di presunzioni “supersemplici” (dati e notizie comunque raccolti e conosciuti), anche nel caso in cui sia stato acclarato che la mancanza delle scritture contabili sia ascrivibile ad un comportamento incolpevole del contribuente. (In applicazione del principio, la S.C. ha cassato la sentenza della Commissione tributaria regionale che aveva ritenuto illegittimo un accertamento induttivo, in quanto la mancata esibizione della contabilità era stata giustificata dal contribuente con il furto solo denunciato delle scritture).”. Fatta questa precisazione, il giudizio della Commissione centrare circa la rilevanza, ai fini della ricostruzione induttiva del reddito del 1984, dell’elemento presuntivo rappresentato non soltanto – come laconicamente adombra il contribuente – dal reddito di impresa del 1983, ma anche dall’acquisto, nell’annualità 1984 in verifica, di un appartamento (fonte di reddito da locazione) e di un brevetto industriale -, integra una valutazione di fatto, rimessa al giudice di merito, censurabile in sede di legittimità esclusivamente dal punto di vista del vizio motivazionale (cfr., in termini, Cass. 08/01/2015, n. 101, per la quale “In tema di contenzioso tributario, spetta al giudice di merito valutare l’opportunità di fare ricorso a presunzioni, individuare i fatti da porre a fondamento del relativo processo logico e valutarne la rispondenza ai requisiti di legge, con apprezzamento di fatto che, ove adeguatamente motivato, sfugge al sindacato di legittimità.”).

3. Con il terzo motivo di ricorso, denunciando violazione e/o falsa applicazione del principio della capacità contributiva sancito dall’art. 53 Cost., il contribuente censura la sentenza impugnata che, in sostanza, avrebbe condiviso l’accertamento induttivo del reddito del 1984, quantificato dall’Ufficio nella misura di Lire 115.172.000, senza considerare che un simile reddito, per l’annualità in verifica, era inverosimile, visto che il ricorrente aveva iniziato la propria attività di piccolo imprenditore nel 1981, ma l’aveva cessata nel 1984, sicché la C.T.C. non si era attenuta alla disposizione di rango costituzionale per la quale il reddito accertato, da sottoporre a tassazione, deve comunque rispecchiare l’effettiva capacità contributiva dell’obbligato.

3.1. Il motivo è inammissibile per due distinte ragioni.

Innanzitutto, non risulta che la doglianza sia stata prospettata nei giudizi di merito; a tale proposito, è sufficiente rammentare che i motivi del ricorso per cassazione debbano investire, a pena di inammissibilità, questioni che siano già comprese nel tema del decidere del giudizio di appello, non essendo prospettabili per la prima volta in cassazione questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase del merito e non rilevabili d’ufficio (Cass. 26/03/2012, n. 4787). Il contribuente, per evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice del merito, ma anche di indicare in quale atto del precedente giudizio lo abbia fatto, onde consentire alla Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione, prima di esaminarne il merito (Cass. 16/06/2017, n. 15029; 31/01/2006, n. 2140). E’ vero, inoltre, che l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta, mediante le risultanze di causa, inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, attraverso il vizio di motivazione (Cass. 30/12/2015, n. 26110). Nel caso in esame è chiaro che la critica si appunta contro la ricostruzione degli aspetti fattuali della vicenda tributaria operata dal giudice di merito, la quale è censurabile esclusivamente come vizio dello sviluppo argomentativo della decisione e non assumendo a parametro la violazione di legge.

4. Le spese del giudizio di legittimità sono liquidate in dispositivo in base al principio della soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il contribuente a corrispondere all’Agenzia delle entrate le spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.100,00, a titolo di compenso, oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 24 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA