Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38673 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 06/12/2021, (ud. 14/09/2021, dep. 06/12/2021), n.38673

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 30677-2019 R.G. proposto da:

C.R. COSTRUZIONI s.r.l., in persona del legale rappresentante pro

tempore, Grazia Cavallo, rappresentata e difesa, per procura

speciale a margine del ricorso, dall’avv. Carlo CAFORIO, ed

elettivamente domiciliata in Roma, alla via Laura Mantegazza, n. 24,

presso lo studio dell’avv. Marco GARDIN;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, rappresentata e difesa dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO, presso la quale è domiciliata in Roma, alla via dei

Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 776/23/2019 della Commissione tributaria

regionale della PUGLIA, Sezione staccata di LECCE, depositata in

data 11/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14/09/2021 dal Consigliere Dott. LUCIOTTI Lucio.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Con sentenza depositata in data 11 marzo 2019 la Commissione tributaria regionale della Puglia, sezione staccata di Lecce, accoglieva l’appello dell’Agenzia delle entrate avverso la decisione di primo grado che aveva accolto il ricorso proposto dalla C.R. Costruzioni s.r.l. avverso l’avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle entrate, in relazione all’anno d’imposta 2006, aveva recuperato a tassazione IRES, IRAP ed IVA per l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti relative ad operazioni commerciali intercorse con la ditta individuale L.A.. Rilevava la CTR che dal processo verbale di constatazione, “del tutto trascurato dal primo giudice, emergeva la assoluta mancanza da parte della ditta L. di uomini, mezzi e materiali per poter operare”. Circostanza questa che non era stata “oggetto di concreta contestazione da parte della società in primo grado”.

2. Avverso la suddetta sentenza la società contribuente propone ricorso per cassazione affidato a due motivi, illustrati con memoria, cui l’intimata Agenzia delle entrate replica con controricorso.

3. Sulla proposta del relatore ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c. risulta regolarmente costituito il contraddittorio camerale.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo di ricorso la società ricorrente deduce la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, art. 118 disp. att. c.p.c., comma 1, e art. 111 Cost., censurando al statuizione impugnata per difetto assoluto di motivazione sub specie di motivazione apparente.

2. Con il secondo motivo la ricorrente deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omessa o insufficiente motivazione della sentenza impugnata su un punto decisivo della controversia, “per avere il giudice di merito omesso di esaminare gli elementi di prova offerti dalla ricorrente ed esternare gli elementi di prova offerti dalla ricorrente ed esternare le ragioni per le quali tali elementi non sono stati ritenuti determinanti aì fini del proprio convincimento”.

3. I due motivi, che possono essere esaminati congiuntamente perché tra loro strettamente connessi, sono infondati alla stregua delle considerazioni che seguono.

4. Va preliminarmente ricordato che si è in presenza di una tipica fattispecie di “motivazione apparente” allorquando la motivazione della sentenza impugnata, pur essendo graficamente (e, quindi, materialmente) esistente e, talora, anche contenutisticamente sovrabbondante, risulta, tuttavia, essere stata costruita in modo tale da rendere impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento decisorio, e quindi tale da non attingere la soglia del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6 (tra le altre: Cass., Sez. l”, 30 giugno 2020, n. 13248; v. anche Cass., Sez. U, Sentenza n. 22232 del 2016, Rv. 641526-01; conf. Cass., Sez. 65, Ordinanza n. 14927 del 2017; cfr. anche, con riferimento ad ordinanza pronunciata da questa Corte tra le medesime parti, Cass. n. 8575 del 2021).

5. La motivazione della sentenza impugnata, pur nella su concisione, non può dirsi affetta dalle gravi anomalie argomentative individuate negli arresti giurisprudenziali sopra citati e pertanto, non concretizzando un esempio di “motivazione apparente”, si pone sicuramente al di sopra del “minimo costituzionale”.

6. Ricordato il principio giurisprudenziale, cui si è attenuto la CTR, secondo cui “L’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv. in L. n. 134 del 2012, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia); pertanto, l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie” (Cass. n. 27415 del 2018), rileva il Collegio che la CTR ha fondato la propria decisione sulla circostanza, emergente dal processo verbale di constatazione redatto dalla G.d.F. e non concretamente contestata dalla società contribuente, che la ditta emittente le fatture ritenute afferenti ad operazioni inesistenti non aveva la disponibilità di uomini, mezzi e materiali per poter operare. Circostanza, questa, che secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità (cfr, ex multis, Cass. n. 30148 del 2017) costituisce elemento probatorio sufficiente a fondare la contestazione dell’inesistenza delle operazioni commerciali e che è stata correttamente ritenuta decisiva dal giudice di merito ai fini dell’accoglimento del gravame anche alla stregua del rilievo che la contestazione di controparte non era basata su concreti elementi. La ricorrente non ha invece dimostrato – come richiesto dalla nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 che l’esame dei fatti dedotti (contratti di sub appalto e relativi permessi di costruire, motivazione della sentenza penale di assoluzione del suo legale rappresentante dal “reato di dichiarazione fraudolenta per utilizzo di fatture false”) avrebbe determinato un esito diverso della controversia, né ha riprodotto nel ricorso il contenuto degli altri documenti (indicati a pag. 7 del ricorso) che a dire della stessa il giudice di merito avrebbe erroneamente ritenuto non decisive ai fini della prova dell’effettività delle prestazioni fatturate. In particolare, quanto alla sentenza penale di cui si è detto, dalla motivazione della sentenza impugnata emerge con evidenza che i giudici di appello hanno valorizzato e dato prevalenza, ai fini della decisione, secondo una valutazione incensurabile in questa sede (cfr., ex multis, Cass. n. 331 del 2020 e n. 19547 del 2017), all’affermazione, contenuta nella motivazione della sentenza penale, secondo cui “il mancato reperimento di attrezzature ovvero di una sede operativa delle ditte individuali facenti capo al L.” potevano “costituire indici rilevatori della inesistenza delle operazioni commerciali sottostanti l’emissione di fatture”, ritenendo chiaramente inidonei a provare l’effettiva operatività della ditta L. le circostanze invece valorizzate dal giudice penale, quali il rinvenimento di “cartellini identificativi degli operai”, l'”esistenza di contratti di appalto”, l'”attivazione di procedimenti civili relativi a questioni insorte nella fase di esecuzione dei contratti medesimi”.

7. A tal riguardo deve ricordarsi il principio giurisprudenziale secondo cui ” In materia di contenzioso tributario, nessuna automatica autorità di cosa giudicata può attribuirsi alla sentenza penale irrevocabile, di condanna o di assoluzione, emessa in materia di reati fiscali, ancorché i fatti esaminati in sede penale siano gli stessi che fondano l’accertamento degli Uffici finanziari, dal momento che nel processo tributario vigono i limiti in tema di prova posti dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, comma 4, e trovano ingresso, invece, anche presunzioni semplici, di per sé inidonee a supportare una pronuncia penale di condanna. Ne consegue che l’imputato assolto in sede penale, anche con formula piena, per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, può essere ritenuto responsabile fiscalmente qualora l’atto impositivo risulti fondato su validi indizi, insufficienti per un giudizio di responsabilità penale, ma adeguati, fino a prova contraria, nel giudizio tributario” (Cass. n. 16262 del 2017; in termini già Cass. n. 8129 del 2012 e Cass. n. 2938 del 2015).

8. Peraltro, è noto che “Con la proposizione del ricorso per cassazione, il ricorrente non può”, come invece ha fatto con il secondo motivo di ricorso, “rimettere in discussione, contrapponendone uno difforme, l’apprezzamento in fatto dei giudici del merito, tratto dall’analisi degli elementi di valutazione disponibili ed in sé coerente, atteso che l’apprezzamento dei fatti e delle prove è sottratto al sindacato di legittimità, dal momento che, nell’ambito di quest’ultimo, non è conferito il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice di merito, cui resta riservato di individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, di valutare le prove, controllarne attendibilità e concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione” (Cass. 9097 del 2017).

9. Sulla base di tali considerazioni, idonee a superare i rilievi difensivi svolti dalla ricorrente anche in memoria, il ricorso deve essere rigettato.

10. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.100,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 14 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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