Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38671 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 06/12/2021, (ud. 14/09/2021, dep. 06/12/2021), n.38671

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 4298-2019 R.G. proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, rappresentata e difesa dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO, presso la quale è domiciliata in Roma, alla via dei

Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

A.D.M.G., rappresentato e difeso, per procura

speciale in calce al controricorso, dall’avv. Umberto La Commara,

presso il cui studio legale sito in Roma, al Lungotevere della

Vittoria, n. 9, è elettivamente domiciliato;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 4423/17/2018 della Commissione tributaria

regionale del LAZIO, depositata il 25/06/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14/09/2021 dal Consigliere Dott. LUCIOTTI Lucio.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte:

costituito il contraddittorio camerale ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., come integralmente sostituito dal D.L. n. 168 del 2016, art. 1-bis, comma 1, lett. e), del convertito, con modificazioni, dalla L. n. 197 del 2016, osserva quanto segue.

L’Agenzia delle entrate ricorre con due motivi, cui l’intimato A.D.M.G. replica con controricorso e ricorso incidentale, affidato ad otto motivi, e con memoria ex art. 380 bis c.p.c., per la cassazione della sentenza della CTR del Lazio, che, in controversia su impugnazione di avviso di accertamento emesso per rendita catastale di diverse unità immobiliari site in Roma, microzona Prati, della L. n. 311 del 2004, ex art. 1, comma 335, ha dichiarato inammissibile l’appello proposto dall’Ufficio avverso la sfavorevole sentenza della CTP di Roma, depositata il 27/07/2016, in quanto spedito tramite servizio di posta privata.

Con il primo motivo di ricorso la difesa erariale deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 58 del 2011, art. 1, comma 2, lett. o), del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 16, comma 3, e art. 38, comma 3, nonché art. 327 c.p.c., sostenendo che, a seguito della liberalizzazione dei servizi postali, realizzata con il citato D.Lgs. n. 58 del 2011, entrato in vigore il 30 aprile 2011, che aveva modificato il D.Lgs. n. 261 del 1999, art. 4 – successivamente abrogato, con decorrenza dal 2017, dalla L. n. 124 del 2017, art. 1, comma 57, lett. b), che riguardava però le sole notifiche effettuate a mezzo ufficiale giudiziario e non anche, come nella specie, quelle dirette a mezzo posta -, la notifica diretta degli atti impositivi effettuata tramite licenziatario privato, doveva ritenersi legittima e che, in ogni caso, la notifica doveva ritenersi nulla quindi sanabile per raggiungimento dello scopo o, in caso di mancata costituzione dell’intimato, per rinnovazione disposta d’ufficio.

Con il secondo motivo di ricorso la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 156 c.p.c., sostenendo che aveva errato la CTR a rilevare la nullità della notifica dell’appello avendo la stessa raggiunto lo scopo cui era destinata, stante la regolare e tempestiva costituzione in giudizio dell’appellata.

I motivi, che, stante la loro stretta connessione, possono essere esaminati congiuntamente, sono infondati e vanno rigettati alla stregua dei principi affermati in materia da questa Corte.

Al riguardo viene preliminarmente in rilievo quello espresso da Cass., Sez. U., n. 8416 del 2019 che ha riconosciuto, in relazione al regime normativo successivo al D.Lgs. n. 58 del 2011, la legittimità della notificazione a mezzo operatore di posta privata esclusivamente degli atti di natura amministrativa, mantenendo ferma in capo al servizio di posta universale (Ente Poste, poi Poste Italiane s.p.a.) la riserva esclusiva di notificazione a mezzo posta degli atti giudiziari e delle violazioni al Codice della strada, fino alla data di liberalizzazione dei servizi operata con la L. n. 124 del 2017, entrata in vigore il 29 agosto 2017. Ciò in quanto, nel regime nazionale successivo alla direttiva unionale n. 2008/6/CE e anteriore a quello introdotto dalla novella del 2011 – così come nel regime successivo a tale novella e antecedente alla L. n. 124 del 2017 – la riserva in via esclusiva a Poste Italiane s.p.a. del servizio della notificazione a mezzo posta degli atti processuali è correlata all’esclusivo riconoscimento del diritto speciale, in virtù del quale la veridicità dell’apposizione della data mediante proprio timbro è presidiata dal reato di falso ideologico in atto pubblico, giacché la si riferisce all’attestazione di attività compiute da un pubblico agente nell’esercizio delle proprie funzioni (cfr., ex multis, Cass. n. 14163 del 2018 e n. 19547 del 2019).

Successivamente, con la sentenza n. 299 del 2020, le Sezioni unite di questa Corte hanno affermato il principio in base al quale, “In tema di notificazione di atti processuali, posto che nel quadro giuridico novellato dalla direttiva n. 2008/6/CE del Parlamento e del Consiglio del 20 febbraio 2008 è prevista la possibilità per tutti gli operatori postali di notificare atti giudiziari, a meno che lo Stato non evidenzi e dimostri la giustificazione oggettiva ostativa, è nulla e non inesistente la notificazione di atto giudiziario eseguita dall’operatore di posta privata senza relativo titolo abilitativo nel periodo intercorrente fra l’entrata in vigore della suddetta direttiva e il regime introdotto dalla L. n. 124 del 2017”, e ciò in quanto l’astratta compatibilità dell’attività notificatoria col complessivo sistema normativo esclude che si possa parlare d’inesistenza (come in precedenza ritenuto anche dalla giurisprudenza di questa Corte).

Il citato principio si attaglia perfettamente al caso in esame, posto che il ricorso d’appello è stato spedito per la notificazione in data antecedente a quella del 29 agosto 2017, di entrata in vigore della L. n. 124 del 2017, che non ha efficacia retroattiva (cfr. Cass. n. 299/2020, par. 9.1.).

La possibilità di sanatoria, ex art. 156 c.p.c., della nullità della notificazione effettuata a mezzo operatore privato a seguito della costituzione della controparte, non esime però dalla preventiva e necessaria verifica della tempestività dell’impugnazione, che va accertata con riferimento non già alla data di spedizione del plico, ma a quella di ricezione dell’atto, rinvenibile dalla cartolina di ricevimento della raccomandata postale utilizzata dall’Ufficio per la notificazione dell’appello. E ciò perché “La sanatoria della nullità della notificazione di atto giudiziario, eseguita dall’operatore di poste private per raggiungimento dello scopo dovuto alla costituzione della controparte, non rileva ai fini della tempestività del ricorso, a fronte della mancanza di certezza legale della data di consegna del ricorso medesimo all’operatore, dovuta all’assenza di poteri certificativi dell’operatore, perché sprovvisto di titolo abilitativo” (Cass., Sez. u., 299/2020 cit.).

In senso analogo si è recentemente pronunciata anche la Sezione ordinaria che nella sentenza n. 25521 del 2020 ha enunciato il seguente principio di diritto: “In tema di notificazioni a mezzo posta, per effetto del D.Lgs. n. 261 del 1999, art. 4 e succ. modif., se pure è fidefaciente e valida la notifica di atti amministrativi e tributari – nel periodo intercorrente tra la parziale liberalizzazione attuata con il D.Lgs. n. 58 del 2011 e quella portata a compimento dalla L. n. 124 del 2017 – tramite operatore postale privato in possesso del titolo abilitativo minore, costituito dalla “licenza individuale” di cui al D.Lgs. n. 261 del 1999, art. 5, comma 1, non si configura, invece, analoga fidefacienza e validità per la notificazione con la medesima “licenza individuale” di atti giudiziari, ivi compresi i ricorsi introduttivi del processo tributario, là dove, per ragioni di ordine pubblico correlate a peculiari requisiti di rafforzata affidabilità dell’agente notificatore, tale genere di notificazioni postali è riservate al solo gestore del “servizio postale universale”, nel regime del D.Lgs. n. 58 del 2011, così come ai soli titolari di “licenza individuale speciale”, nel successivo regime della L. n. 124 del 2017″.

S’impone dunque preliminarmente, a prescindere dalla circostanza che la parte appellata si sia costituita o meno in appello (giacché, secondo costante insegnamento della giurisprudenza di legittimità, l’inammissibilità dell’impugnazione derivante dall’inosservanza dei termini stabiliti a pena di decadenza è correlata alla tutela d’interessi indisponibili e, come tale, è rilevabile d’ufficio e non sanabile per effetto della costituzione dell’appellato – cfr. Cass., Sez. U., n. 6983 del 2005; Cass. n. 23907 del 2009; Cass. n. 11666 del 2015; Cass. n. 4206 del 2020), la verifica relativa alla tempestività o meno dell’appello (che va proposto, in mancanza di notifica della sentenza di primo grado, entro sei mesi dal deposito della stessa: cfr. art. 327 c.p.c. nonché Cass. n. 33168 del 2018 e n. 30850 del 2019) che prenda naturalmente in considerazione come termine a quo il giorno del deposito della sentenza della Commissione tributaria provinciale (Cass., Sez. U., n. 18569 del 2016; Cass. n. 4206 del 2020), ma che consideri quale termine ad quem non già – in ossequio al principio affermato dalle citate pronunce giurisprudenziali – il momento della spedizione da parte dell’appellante (ossia quello della consegna del plico da notificare all’operatore della posta privata) bensì il momento in cui si abbia la certezza legale che l’appello sia stato ricevuto dall’appellato.

Tale accertamento, verificabile anche d’ufficio (cfr. ex plurimis, da ultimo Cass., Sez. U., n. 19769 del 2019 e Cass. n. 1654 del 2020, secondo cui la mancata prospettazione, nel giudizio di secondo grado, della questione della tempestività o meno dell’appello incidentale, non determina una preclusione processuale nella deduzione della stessa con il ricorso per cassazione, potendo essere eccepita o rilevata d’ufficio per la prima volta anche in sede di legittimità), ha consentito nel caso di specie di accertare il mancato raggiungimento della prova della tempestività dell’appello, con conseguente declaratoria di inammissibilità dello stesso sotto il profilo della tardività, del D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 51, spettando l’onere della prova della tempestività della notifica a chi propone l’azione, secondo gli ordinari e generali criteri di distribuzione dell’onere probatorio (Cass., Sez. U., n. 22438 del 2018; Cass. n. 27722 del 2019).

Nella specie, quindi, manca la prova della tempestività della notifica dell’appello.

Il ricorso principale va pertanto rigettato.

Con il ricorso incidentale il controricorrente ha dedotto nove motivi.

Con i primi otto ha dedotto diversi errores in procedendo, ovvero, l’omessa pronuncia sull’eccezione di inammissibilità dell’appello per difetto di specificità dei motivi (primo motivo di ricorso incidentale); sulla domanda di infondatezza dei motivi di appello (secondo motivo); sulla mancata allegazione dell’atto di revisione dei parametri relativi alla microzona in cui si inserivano gli immobili del contribuente (terzo motivo); sul motivo con cui l’appellato aveva dedotto l’indebita inversione dell’onere della prova (quarto motivo); sulla dedotta errata procedura di revisione del classamento degli immobili (quinto motivo); sull’errata applicazione dei principi di estimo comparativo per omesso raffronto con le “unità tipo” (sesto motivo); sull’eccezione di insussistenza delle condizioni per procedere al riclassamento (settimo motivo); ed infine sulla “eccezione di significatività delle risultanze delle 8 perizie tecniche giurate” prodotte in giudizio (ottavo motivo).

I predetti otto motivi devono ritenersi assorbiti dal rigetto del ricorso principale, con conferma della statuizione di appello di annullamento dell’atto impositivo impugnato.

Con il nono motivo il controricorrente ha dedotto la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 15, comma 2, censurando la statuizione d’appello di compensazione delle spese processuali, per avere la CTR omesso di specificare le gravi ed eccezionali ragioni che la giustificavano.

Il motivo è infondato e va rigettato.

Al riguardo va preliminarmente premesso che nella specie, poiché la sentenza impugnata è stata pronunciata in data 21/02/2018 e pubblicata il successivo 25/06/2018, deve farsi applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 15, comma 2, come modificato dal D.Lgs. n. 156 del 2015, art. 9, comma 1, con decorrenza dal 01/01/2016, che prevede che le spese processuali possono essere compensate in presenza di “gravi ed eccezionali ragioni che devono essere espressamente motivate”.

Al riguardo le Sezioni unite di questa Corte hanno affermato che “L’art. 92 c.p.c., comma 2, nella parte in cui permette la compensazione delle spese di lite allorché concorrano “gravi ed eccezionali ragioni”, costituisce una norma elastica, quale clausola generale che il legislatore ha previsto per adeguarla ad un dato contesto storico-sociale o a speciali situazioni, non esattamente ed efficacemente determinabili “a priori”, ma da specificare in via interpretativa da parte del giudice del merito, con un giudizio censurabile in sede di legittimità, in quanto fondato su norme giuridiche. In particolare, anche la novità delle questioni affrontate integra la suddetta nozione, se ed in quanto sia sintomo di un atteggiamento soggettivo del soccombente, ricollegabile alla considerazione delle ragioni che lo hanno indotto ad agire o resistere in giudizio e, quindi, da valutare con riferimento al momento in cui la lite è stata introdotta o è stata posta in essere l’attività che ha dato origine alle spese, sempre che si tratti di questioni sulle quali si sia determinata effettivamente la soccombenza, ossia di questioni decise” (Cass., Sez. U, Sentenza n. 2572 del 22/02/2012; conf. Cass. n. 1222/2016; n. 2883/2014).

Si è quindi precisato che “Ai sensi dell’art. 92 c.p.c., come risultante dalle modifiche introdotte dal D.L. n. 132 del 2014 e dalla sentenza n. 77 del 2018 della Corte costituzionale, la compensazione delle spese di lite può essere disposta (oltre che nel caso della soccombenza reciproca), soltanto nell’eventualità di assoluta novità della questione trattata o di mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti o nelle ipotesi di sopravvenienze relative a tali questioni e di assoluta incertezza che presentino la stessa, o maggiore, gravità ed eccezionalità delle situazioni tipiche espressamente previste dall’art. 92 c.p.c., comma 2, ” (Cass. n. 3977 del 2020).

Inoltre, “ove il giudice abbia esplicitato in motivazione la ragioni della propria statuizione, è comunque necessario che non siano addotte ragioni illogiche o erronee, dovendosi ritenere in caso contrario sussistente una violazione di legge (cfr. Cass. n. 12893/2011)” (così, in motivazione, Cass. n. 18010/2019).

Orbene, nella fattispecie la CTR si è attenuta ai suddetti principi là dove ha disposto la compensazione delle spese processuali sulla base della “particolarità dell’argomento trattato” che, avuto riguardo alla questione rilevata d’ufficio e trattata in sentenza (notifica di atto giudiziario a mezzo di operatore di posta privata), è motivazione che, tenuto conto dei coevi interventi legislativi e giurisprudenziali, anche di origine unionale, in materia, non può ritenersi né illogica né erronea.

Conclusivamente, quindi, vanno rigettati il ricorso principale e quello incidentale e, stante la reciproca soccombenza, le spese processuali interamente compensate tra le parti.

Rilevato che risulta soccombente una parte ammessa alla prenotazione a debito del contributo unificato per essere amministrazione pubblica difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, non si applica alla ricorrente principale il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, (Cass., Sez. 6 – L, Ordinanza n. 1778 del 29/01/2016, Rv. 638714).

P.Q.M.

rigetta il ricorso e compensa le spese processuali.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente incidentale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 14 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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