Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38660 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. lav., 06/12/2021, (ud. 27/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38660

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – rel. Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6673-2020 proposto da:

S.M.I., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato GIOVANBATTISTA SCORDAMAGLIA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, – Commissione Territoriale per il

Riconoscimento della Protezione Internazionale presso la Prefettura

– Ufficio Territoriale del Governo di Crotone, in persona del

Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 1366/2019 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 25/06/2019 R.G.N. 151/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

27/10/2021 dal Consigliere Dott. ADRIANO PIERGIOVANNI PATTI.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. con sentenza 25 giugno 2019, la Corte d’appello di Catanzaro rigettava il gravame di S.M.I., cittadino (OMISSIS), avverso la sentenza di primo grado, di reiezione delle sue domande di protezione internazionale e umanitaria;

2. essa riteneva il racconto del richiedente (che aveva riferito “di essere entrato nella polizia penitenziaria e di essere stato oggetto di minacce non meglio specificate che lo hanno portato a dover lasciare il paese”) “non… attendibile, perché generico, illogico e non circostanziato”, tale da precludergli (anche in riferimento all’accertamento delle condizionì generali, politiche, economiche e sociali del (OMISSIS), con particolare attenzione agli attentati terroristici segnatamente nella zona del (OMISSIS), di sua provenienza, non integranti una condizione di violenza indiscriminata) l’accoglibilità delle domande di riconoscimento dello status di rifugiato, né di ognuna delle ipotesi di protezione sussidiaria;

3. la Corte territoriale negava pure al predetto la protezione umanitaria, nell’insufficienza del solo suo inserimento sociale e lavorativo (dapprima come bracciante agricolo, poi come lavapiatti), in difetto di allegazione di alcuna concreta condizione di vulnerabilità;

4. con atto notificato il 27 gennaio 2020, lo straniero ricorreva per cassazione con tre motivi; il Ministero dell’Interno intimato non resisteva con controricorso, ma depositava atto di costituzione ai fini della eventuale partecipazione all’udienza di discussione ai sensi dell’art. 370 c.p.c., comma 1, ult. alinea, cui non faceva seguito alcuna attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. il ricorrente deduce violazione D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3,D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, artt. 8,10 e 27, per l’inosservanza dei criteri dii esame della propria credibilità, contestata genericamente senza neppure un adeguato esame della vicenda, circostanziata e documentata in sede di audizione davanti alla Commissione Territoriale e ulteriormente specificata in risposta alle domande dalla stessa rivoltegli, avendo la Corte d’appello rifiutata la nuova audizione richiesta sul presupposto dell’avere egli avuto la possibilità di riferire alla Commissione “ogni circostanza utile, illustrando… con chiarezza le ragioni del suo espatrio”, salvo poi con contraddittoria espressione qualificare il racconto “non… attendibile, perché generico, illogico e non circostanziato”, omettendo ogni approfondimento (non seriamente svolto in base alla generica illustrazione delle condizioni generali, politiche, economiche e sociali del (OMISSIS)) specificamente mirato sulle obiettive condizioni del (OMISSIS) a riguardo della vicenda narrata (primo motivo);

2. esso è fondato;

3. in tema di protezione internazionale, la valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente non è affidata alla mera opinione del giudice ma è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione, da compiere non sulla base della mera mancanza di riscontri oggettivi ma alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5 tenendo conto “della situazione individuale e delle circostanze personali del richiedente” di cui al comma 3 dello stesso articolo, senza dare rilievo esclusivo e determinante a mere discordanze o contraddizioni su aspetti secondari o isolati del racconto (Cass. 9 luglio 2020, n. 14674); non potendo la prognosi negativa in ordine alla credibilità del richiedente essere motivata soltanto con riferimento ad elementi isolati e secondari o addirittura insussistenti quando, invece, sia trascurato un profilo decisivo e centrale del racconto (Cass. 8 giugno 2020, n. 10908); né le lacune probatorie del racconto del richiedente asilo comportano necessariamente, ai sensi del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, inottemperanza al regime dell’onere della prova, potendo essere superate dalla valutazione che il giudice del merito è tenuto a compiere delle circostanze indicate alle lettere da a) ad e) della citata norma (Cass. 2014, n. 15782; Cass. 29 gennaio 2019, n. 2458; Cass. 21 giugno 2021, n. 17599); senza che tale attenuazione dell’onere probatorio escluda, tuttavia, che il richiedente debba pfuggr ogni ragionevole sforzo per circostanziare il proprio racconto, atteso che, in caso contrario, la genericità della narrazione esclude la necessità e la possibilità di ulteriori accertamenti da parte del giudice di merito (Cass. 3 agosto 2021, n. 22196);

3.1. nel caso di specie, la Corte territoriale, limitatasi a ridurre il racconto all’essere il richiedente “entrato nella polizia penitenziaria e di essere stato oggetto di minacce non meglio specificate che lo hanno portato a dover lasciare il paese” (penultimo capoverso di pg. 5 della sentenza), lo ha sostanzialmente ignorato nella sua articolata e circostanziata formulazione (di abbandono del Paese maggio 2015, per essere stato, a causa dell’assegnazione alla protezione personale, quale agente penitenziario dal 2009 specificamente addestrato, di A.B., la nota ragazza (OMISSIS) accusata di blasfemia e condannata a morte, a propria volta oggetto di attentati, in uno dei quali egli aveva ucciso il terrorista che stava per accoltellarla dopo avere con tale arma ucciso un’altra guardia; essendo poi stato sospeso dal servizio e quindi reintegrato, con esposizione ad ulteriori minacce ed attentati, anche nei confronti di suoi conoscenti), come adeguatamente riportato dal ricorrente nella sua esposizione tanto in atto d’appello (ultimo capoverso di pg. 2 del ricorso), tanto nell’audizione alla Commissione Territoriale, anche in risposta alle domande rivoltegli a chiarimento (secondo capoverso di pg. 4 e primi due di pg. 5 del ricorso);

3.2. essa ha altresì omesso ogni pur doveroso accertamento officioso in merito alla situazione individuale ed alle circostanze personali del richiedente, non assolvendo all’obbligo di cooperazione istruttoria (Cass. 14 novembre 2017, n. 26921; Cass. 25 luglio 2018, n. 19716; Cass. 4 gennaio 2021, n. 10);

4. il ricorrente deduce poi violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 2,5,7,8,14, per non avere la Corte territoriale considerato l’associazione terroristica (OMISSIS) ((OMISSIS)), responsabile della persecuzione nei propri confronti, quale soggetto non statuale rispetto al quale le autorità pubbliche non possono o non vogliono fornire protezione (D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 5, lett. c) come risultante dal report di Amnesty International 2016/17 specificamente illustrato, in riferimento alla discriminazione delle minoranze religiose e alle violazioni da parte dei gruppi armati, così da essere esposto in caso di rimpatrio alle conseguenze previste dall’art. 14, lett. a), b) D.Lgs. cit., in quanto da essa equiparato ad A.B., per averla difesa come guardia penitenziaria, essendo a propria volta considerato “blasfemo”, pertanto oggetto di false accuse e di violenze, come documentato anche dal report annuale sulla libertà religiosa in (OMISSIS), reso dal Dipartimento di Stato Usa in data 15 agosto 2017 (secondo motivo);

5. anch’esso è fondato;

6. è indubbio che il giudice della domanda di protezione internazionale abbia un tale obbligo di cooperazione istruttoria, per l’equiparazione, a norma del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 5, delle situazioni di persecuzione o danno grave di cui siano responsabili lo Stato ovvero i partiti o le organizzazioni che lo controllino a quelle determinate da soggetti non statuali, nel caso in cui l’organizzazione statuale o le organizzazioni internazionali non possano o vogliano fornire protezione (Cass. 30 agosto 2019, n. 21883; Cass. 15 gennaio 2020, n. 45): nel caso di specie, rappresentati dall’organizzazione terroristica (OMISSIS) ((OMISSIS)), come risultante dal report di Amnesty International 2016/17 (a pg. 9 del ricorso);

6.1. la Corte d’appello non ha ad esso assolto, essendosi limitata ad una generica illustrazione della condizione generale del (OMISSIS) e così pure della zona di provenienza del richiedente, in base a fonti non ufficiali o, qualora ufficiali, non specificamente indicate (dall’ultimo capoverso di pg. 6 all’ultimo di pg. 14 della sentenza): dovendo invece esso consistere nell’acquisizione di fonti, elaborate dalla Commissione nazionale sulla base dei dati forniti dall’ACNUR, dal Ministero degli affari esteri, o comunque acquisite dalla Commissione stessa (cd. COI, ossia Country of Origin Information), aggiornate al momento della decisione (o ad esso prossimo) e pertinenti (Cass. 30 ottobre 2020, n. 23999), aventi una tale ufficialità (Cass. 12 maggio 2020, n. 8819; Cass. 29 dicembre 2020, n. 29701), o comunque accreditate per la provenienza dalle principali organizzazioni non governative attive nel settore dell’aiuto e della cooperazione internazionale (come Amnesty International e Medici senza frontiere: Cass. 30 giugno 2020, n. 13253); inoltre, chiaramente specificate del loro contenuto, senza ricorrere a formule stereotipate del tutto avulse dalla situazione concretamente accertata (Cass. 10 febbraio 2021, n. 3320; Cass. 30 ottobre 2020, n. 24016);

7. il ricorrente deduce infine violazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, art. 3 CEDU, per erronea esclusione di una condizione di vulnerabilità del richiedente, ai fini della protezione umanitaria, per il concreto pericolo, in caso di rimpatrio, dell’incolumità del richiedente, per le violazioni sistematiche e gravi dei diritti umani in riferimento alla sua personale posizione, sopra illustrate, senza alcuna tutela dalle autorità statali (terzo motivo);

8. ribadito che il difetto d’intrinseca credibilità sulla vicenda individuale e sulle deduzioni ed allegazioni relative alle protezioni maggiori, non estende i suoi effetti anche sulla domanda riguardante il permesso umanitario, assoggettato ad oneri deduttivi ed allegativi in parte diversi (Cass. 18 aprile 2019, n. 10922; Cass. 21 aprile 2020, n. 7985; Cass. 2 novembre 2020, n. 24186), esso è assorbito;

9. pertanto il ricorso deve essere accolto, con la cassazione della sentenza impugnata e rinvio, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Catanzaro in diversa composizione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Catanzaro in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 27 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

 

 

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