Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38658 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. lav., 06/12/2021, (ud. 07/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38658

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26158-2016 proposto da:

V.M., O.C., domiciliati in ROMA PIAZZA CAVOUR

presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

rappresentata e difesa dall’avvocato FRANCESCA DE MARCO;

– ricorrenti –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati LUIGI CALIULO,

ANTONELLA PATTERI, SERGIO PREDEN, LIDIA CARCAVALLO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 535/2016 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 13/10/2016 R.G.N. 1641/2010;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

07/10/2021 dal Consigliere Dott. ALFONSINA DE FELICE.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

il Tribunale di Cosenza, riuniti i ricorsi di alcuni dipendenti della società Legnochimica s.p.a., aveva riconosciuto il diritto dei ricorrenti ai benefici economici e previdenziali dovuti all’esposizione ultradecennale qualificata all’azione morbigena di fibre di amianto;

la Corte d’appello di Catanzaro, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha “stralciato” la posizione di due dei ricorrenti, nella specie V.M. e O.C., avendo ritenuto che, svolgendo gli stessi funzioni impiegatizie (la prima di segreteria, il secondo di controllo delle ditte esterne), avevano avuto con la materia nociva un contatto del tutto occasionale ed indiretto, circostanza confermata sia dalle testimonianze che dalla perizia tecnica, e che pertanto, per i predetti, non poteva dirsi raggiunta la prova della esposizione qualificata alle fibre d’amianto, così come per gli altri ricorrenti i quali erano addetti all’attività (propriamente) produttiva;

la cassazione della sentenza è domandata da V.M. e O.C. sulla base di tre motivi di ricorso;

l’Inps ha depositato tempestivo controricorso, illustrato da successiva memoria.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

col primo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, parte ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 170,300,303,305 e 307 c.p.c.;

deduce la nullità della sentenza per non avere la Corte territoriale dichiarato estinto il giudizio, concedendo all’Inps un termine per la rinotifica dell’atto di riassunzione in seguito al decesso di due degli originari ricorrenti, sebbene l’istituto si fosse limitato a rinotificare l’atto ai soli eredi dei lavoratori deceduti, limitando il diritto di difesa degli altri;

il motivo non merita accoglimento;

la giurisprudenza di legittimità, statuendo in merito agli effetti sul processo dei vizi della notifica dell’atto di riassunzione regolarmente depositato, ne ha escluso l’estinzione, affermandone la legittimità a condizione che esso contenga gli elementi idonei ad individuare il giudizio che si intende proseguire, e sostenendo la correttezza della decisione del giudice del merito di concedere un nuovo termine perentorio alla parte procedente;

il principio di diritto richiamato è stato affermato, anche di recente, da Cass. n. 2526 del 2021, la quale ha affermato che “Verificatasi una causa d’interruzione dei processo, in presenza di un meccanismo di riattivazione del processo interrotto, destinato a realizzarsi distinguendo il momento della rinnovata “edictio actionis” da quello della “vocatio in ius”, il termine perentorio di sei mesi, previsto dall’art. 305 c.p.c., è riferibile solo al deposito dei ricorso nella cancelleria del giudice, sicché, una volta eseguito tempestivamente tale adempimento, quel termine non gioca più alcun ruolo, atteso che la fissazione successiva, ad opera del medesimo giudice, di un ulteriore termine, destinato a garantire il corretto ripristino del contraddittorio interrotto nei confronti della controparte, pur presupponendo che il precedente termine sia stato rispettato, ormai ne prescinde, rispondendo unicamente alla necessità di assicurare il rispetto delle regole proprie della “vocatio in ius”. Ne consegue che il vizio da cui sia colpita la notifica dell’atto di riassunzione e del decreto di fissazione dell’udienza non si comunica alla riassunzione (oramai perfezionatasi), ma impone al giudice di ordinare, anche qualora sia già decorso il (diverso) termine di cui all’art. 305 c.p.c., la rinnovazione della notifica medesima, in applicazione analogica dell’art. 291 c.p.c., entro un ulteriore termine necessariamente perentorio, solo il mancato rispetto del quale determinerà l’eventuale estinzione del giudizio, per il combinato disposto dello stesso art. 291, comma 3, e del successivo art. 307 c.p.c., comma 3″ (cfr. anche Cass. n. 9819 del 2018);

tale principio deve ritenersi consolidato alla stregua di precedenti più risalenti, quale, ad esempio, Cass. n. 2174 del 2016, ove si afferma che “La riassunzione dei processo si perfeziona nel momento del tempestivo deposito del ricorso in cancelleria con la richiesta di fissazione dell’udienza, senza che rilevi l’eventuale inesatta identificazione della controparte nell’atto di riassunzione, il quale opera in termini oggettivi ed è valido, per raggiungimento dello scopo ai sensi dell’art. 156 c.p.c., quando contenga gli elementi sufficienti ad individuare il giudizio che si intende proseguire. Ne consegue che non incide sulla tempestività della riassunzione, ai sensi dell’art. 305 c.p.c., la successiva notifica del ricorso e dell’unito decreto, atta invece al ripristino del contraddittorio nel rispetto delle regole proprie della “vocatio in ius”, sicché, ove essa sia viziata o inesistente, o comunque non correttamente compiuta per erronea o incerta individuazione del soggetto che deve costituirsi, il giudice è tenuto ad ordinarne la rinnovazione, con fissazione di nuovo termine, ma non può dichiarare l’estinzione del processo”(cfr., altresì, Cass. n. 6921 del 2019);

in base al principio di diritto richiamato, deve ritenersi corretta la pronuncia gravata la quale, una volta accertata la tempestività del deposito del ricorso in riassunzione e l’omessa notifica dell’atto e del decreto di fissazione dell’udienza, ha provveduto ad ordinarne la rinnovazione;

quanto all’omessa notifica del ricorso in riassunzione agli odierni ricorrenti, va, comunque, segnalato che la doglianza è genericamente formulata, atteso che parte ricorrente non trascrive e non produce copia del verbale d’udienza da cui risulti che la predetta eccezione è stata mossa al giudice dell’appello, e che il provvedimento impugnato non richiama ulteriori eccezioni formulate dagli appellanti, riferendo unicamente l’eccezione d’inammissibilità dell’appello per violazione dell’art. 434 c.p.c., riguardante il diverso profilo della “latitudine devolutiva” e dell’ambito qualitativo del giudizio di gravame;

col secondo motivo, i ricorrenti deducono violazione e falsa applicazione dell’art. 434 c.p.c.; sollecitano una diversa soluzione all’eccezione di inammissibilità dell’appello proposta per violazione dell’art. 434 c.p.c., respinta dalla Corte territoriale perché ritenuta difforme dalla ratio contenuta nel nuovo testo della norma processuale;

il secondo motivo va dichiarato inammissibile;

parte ricorrente, invocando la violazione dell’art. 434 c.p.c., oppone critiche alla decisione della Corte territoriale, lamentando che nel primo motivo del ricorso in appello l’Inps si fosse limitato a sollevare genericamente un deficit probatorio, senza precisare null’altro; che nel secondo motivo avesse criticato le risultanze della prova testimoniale in modo generico, senza riportare le dichiarazioni giudicate inattendibili; che nel terzo motivo avesse contestato, in modo laconico e per la prima volta in appello, gli esiti della consulenza tecnica;

in altri termini, parte ricorrente si limita a prospettare una diversa lettura degli atti di causa, omettendo di trascrivere (o di allegare) il ricorso in appello proposto dall’Inps nei confronti del quale rivolge le sue osservazioni critiche;

col terzo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, parte ricorrente contesta “Violazione e falsa applicazione della L. n. 257 del 1992”;

si duole sostanzialmente del merito del mancato riconoscimento dei benefici previdenziali di cui alla L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 8, come modificato dal D.L. n. 269 del 2003, art. 47 in base all’accertata occasionalità dell’esposizione all’amianto; asserisce che la legge riconoscerebbe il beneficio indipendentemente da qualsiasi limite quantitativo, per il fatto stesso che l’ambiente di lavoro presenta un rischio rilevante di esposizione; che, nel caso in esame, la stessa CTU aveva accertato come nello stabilimento vi fossero molteplici fonti di possibile rilascio di fibre di materiale nocivo (guarnizioni delle caldaie, fogli di amianto, coibenti, copertura e murature di tompagno);

la censura è infondata;

la Corte territoriale ha svolto un esaustivo esame del tipo di esposizione all’amianto a cui gli odierni ricorrenti sono stati soggetti, ritenendone provata la mera saltuarietà, e, dunque escludendo l’esposizione qualificata, intesa dalla legge quale elevato grado di probabilità di esposizione in misura superiore alle soglie da questa stessa indicate (Cass. n. 25050 del 2015);

secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, “In tema di benefici previdenziali in favore dei lavoratori esposti all’amianto, anche in mancanza di certificazione dell’INAIL spetta al giudice di merito accertare l’esposizione del lavoratore al rischio qualificato ultradecennale, valutando gli elementi probatori in suo possesso, ivi compresi gli atti di indirizzo del Ministero del lavoro, con apprezzamento di situazioni di fatto non suscettibile di riesame, in sede di legittimità, se congruamente motivato” (Così Cass. n. 3095 del 2007; cfr. anche Cass. n. 20164 del 2010 e Cass. n. 588 del 2016);

quanto alla censura di vizio di motivazione, essa non è da accogliersi, in quanto fuoriesce dal perimetro indicato dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 nella versione vigente, né parte ricorrente indica in dettaglio in che cosa si sostanzi il difetto denunciato (Sez. Un. 8053 del 2014);

nel caso in esame la Corte d’appello ha correttamente motivato, senza incorrere in violazione di legge o in vizi logico-argomentativi, circa il mancato raggiungimento della prova del grado di esposizione alla sostanza morbigena ai fini dell’attribuzione del beneficio richiesto;

ha valutato la correttezza del metodo prescelto dal CTU il quale, nell’impossibilità di procedere a una misurazione strumentale diretta della concentrazione di fibre di amianto disperse nei vari ambienti di lavoro e nelle varie fasi del processo produttivo in ragione del lungo tempo trascorso e dell’avvenuta bonifica dell’area, ha utilizzato i dati delle misurazioni effettuate nel corso degli anni, unitamente ad elementi presuntivi desunti dalla tipologia di materiali utilizzati e di lavorazioni praticate; ha validato la scelta peritale di prendere in considerazione “…le mansioni dei lavoratori, la contemporaneità delle varie attività foriere di rilascio di fibre d’amianto, l’assenza di adeguate protezioni, la mancanza di suddivisione netta in reparti, le misurazioni effettuate nel corso del tempo, che hanno certificato la presenza di fibre aereodisperse con valori superiori ai limiti di legge, arrivando ad escludere l’esposizione qualificata solo per quei lavoratori che, in quanto impiegati in ufficio, avevano una mera esposizione indiretta e solo saltuariamente diretta alle fibre d’amianto, riguardando invece, quella qualificata, tutti i lavoratori addetti ai reparti, a prescindere dalle lavorazioni/attività nei quali erano impegnati, per il solo fatto di lavorare a contatto diretto con i colleghi che manipolavano sostanze contenenti amianto” (p. 8 sent.);

tale conclusione appare conforme ai principi di diritto affermati da questa Corte (cfr. Cass. n. 6543 del 2017), la quale, trattando di un’ipotesi analoga a quella in esame, in cui in virtù del tempo trascorso era avvenuta una bonifica dell’impianto, con corrispondente modifica dello stato dei luoghi, ha affermato che “In un giudizio sulla spettanza della rivalutazione contributiva di cui alla L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 8, una volta assunti gli elementi probatori dedotti dalle parti sui fatti concernenti l’attività lavorativa, la prova del superamento dei limiti di soglia (anche in termini di rilevante grado di probabilità), salvo che non sia già fornita da altre fonti, come rilevazioni tecniche attendibili, atti d’indirizzo ministeriali, consulenze tecniche di ufficio espletate in altre cause sulla stessa situazione di fatto, richiede necessariamente un giudizio di carattere tecnico-scientifico demandato ad una c.t.u., che, riguardando, per lo più, una situazione lavorativa non più esistente (a seguito della cessazione dell’utilizzo dell’amianto disposta con la L. n. 257 del 1992), non richiede alcun esperimento riferito all’attualità, ma implica soltanto il riferimento a dati di esperienza e scientifici (come le banche dati in possesso dell’INAIL o di altri istituti internazionali), ai cui fini a nulla rileva il tempo trascorso o la modifica dello stato dei luoghi rispetto all’attività di lavoro dedotta nei giudizio”;

in definitiva, il ricorso va rigettato; le spese, come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza;

in considerazione del rigetto del ricorso, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di legittimità in favore del controricorrente, che liquida in Euro 200,00 per esborsi, Euro 4.000,00 per compensi professionali oltre spese generali nella misura forfetaria dei 15 per cento e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, all’Adunanza camerale, il 7 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA